domenica 6 dicembre 2009

Meenaraitee

Quasi il 60% degli svizzeri non vuole minareti in Svizzera. Il significato di questo referendum, tuttavia, è chiaramente un altro: la maggioranza degli svizzeri non vuole avere l’Islam in casa.
Il minareto è infatti una sineddoche dell’Islam. Si può dire che il voto ha come obiettivo “un edificio”, che stona col generale arredo urbano svizzero. Si può dire che non lede la libertà religiosa, che anzi è completa e strenuamente difesa in Svizzera. La realtà è però un altra: per la prima volta un referendum, esercizio democratico per eccellenza, ha rivelato che la democrazia non è un cane con la museruola.
La democrazia è infatti cosa diversa dai “difensori” della democrazia. Un gruppo poco definito di saggi che dall’alto legifera e giudica, imbrigliandoci in un processo definito democratico, ma che in realtà fa il possibile perché il popolo ignorante rinunci a prendere qualsiasi iniziativa per se stesso. Un farraginoso meccanismo burocratico teso a impedire che “la dittatura della maggioranza”, cioè la democrazia, eserciti la sua stessa dittatura. E cioè che questo popolo basso e incompetente possa fare il meno possibile di danni ai principi e al destino che questi signori hanno scelto per noi. Una democrazia che viene esaltata e lodata a gran voce quando va in una certa direzione, un popolo che viene contestato e denigrato se sceglie diversamente, anche se nel pieno esercizio delle libertà democratiche.
E’ in momenti come questo che anche i difensori della democrazia, talvolta colti in flagrante, si trovano a discutere delle stesse debolezze della democrazia. Si trovano a pensare che è stato un voto democratico ad eleggere dittatori come Hitler e Mussolini, e pertanto anche la democrazia dovrebbe aver bisogno di un’attenzione speciale e paternalistica, da parte di qualche minoranza illuminata, in modo che questi eccessi popolari possano essere contenuti. Che quindi anche la volontà di non avere minareti sia pericolosa, una battuta d’arresto, una scelta di serie B o C, e vada pesantemente condannata o disapplicata. Perché la linea è già stata decisa, il futuro è già segnato: l’Islam in Europa deve aver mano libera, così come qualsiasi altra corrente religiosa o di pensiero. Non importa cosa vogliono gli Europei, specie in termini di chi vogliono accogliere in casa loro. Importa solo che le barriere siano sollevate, che la testa di ponte possa insediarsi stabilmente, che la cultura dei singoli paesi sia diluita e annacquata, in modo che tra qualche decennio l’Europa sia il medesimo garbuglio senza capo né coda e perfettamente integrato nella sua omologazione.

giovedì 5 novembre 2009

Ideali al chiodo

Non c'è niente di strano nella sentenza della Corte di Strasburgo. Togliere il Crocifisso dalle classi, dagli edifici pubblici. Un Crocifisso che contrasta con la laicità dello Stato, che può creare confusione e disturbare i giovani studenti atei o di altre religioni.
Cosa possono decidere diversamente, dei giudici di Strasburgo? Cosa ne sanno loro, e cosa gliene importa, di ciò che è andato avanti per decenni nel nostro paese?
La constatazione ancora più triste è invece che, se poco importa di un Crocifisso a dei giudici europei, forse anche meno importa agli italiani.
E' stato divertente come la gran parte dei giornalisti si sia scatenata a trovare ragioni per cui il Crocifisso debba restare nelle classi. Ed è patetico come si siano persi in giustificazioni politicamente corrette o sensazionaliste: da un lato a cercare di dimostrare che il Crocifisso non può far paura, è un simbolo di virtù civili e umane, perfettamente apprezzabile da atei e religiosi di qualsiasi fede. Altri a dire che c'è sempre stato, e quindi bene che rimanga; con la stessa concezione della tradizione di un cieco, di qualcuno che fa una cosa e poi la dimentica.
Il Crocifisso è finito nelle scuole, negli ospedali, nei tribunali, per ragioni ben precise: perché la gente lì ce lo voleva, ne traeva conforto, ispirazione, giustizia. Non perché era bello, non perché politicamente corretto, non perché propugnava valori universalmente atei e accettati. Era lì perché era elemento comune, comune a tutti; simbolo di unità, di certezza, che nessuno avrebbe potuto mettere in discussione.
Dire oggi che il Crocifisso va mantenuto comunque perché propone valori universali e accettati, vuol dire cercare disperatamente un pretesto per tenerlo, arrampicarsi sugli specchi per far quadrare il cerchio.
Il Crocifisso è il simbolo della religione Cristiana Cattolica, che è stata per decenni l'unico elemento unitario dell'Italia e degli italiani. Non lo era la lingua, non lo erano i costumi, la mentalità, i sapori della tavola. Era solo la fede.
E non è pensabile che a un musulmano, a un ebreo, ad un ateo - in una società moderna in cui minoranza e maggioranza sono sempre messe sullo stesso piano - non è pensabile che possano stare zitti, che lo possano accettare, perché non lo accetteranno.
E se il Crocifisso rimarrà sui muri, se continueremo a insegnare ai nostri figli i canti di Natale, sarà solo perché torneremo a crederci veramente. Non perché consideriamo queste cose delle belle tradizioni, dei bei costumi socio-culturali. Quelle cose passano, sono solo mode. Solo ciò in cui crediamo non passa.

Il Crocifisso di Travaglio

Ho letto l'articolo di Travaglio sul Crocifisso, e nonostante egli possa essere un grande cattolico (cosa di cui non ero a conoscenza) il suo atteggiamento generale rimane certamente poco cattolico, e a me inevitabilmente sgradito, anche se dice cose a volte condivisibili. La sua argomentazione è sempre la stessa, in tutto quello che scrive: questo è razzista, questo è ignorante, questo è massone, quest'altro è ipocrita, a quello infine interessano solo i soldi. Io sono l'unico che ha studiato e che non ha interessi, sono perfettamente razionale e lucidamente giuridico, e vi dico la verità "puliticamente" corretta (nemmeno politicamente, ma puliticamente).
Il problema e la fortuna economica sua, è che prende alla lettera tutto ciò che viene detto dai politici. Da un lato fa bene, perché i politici dovrebbero stare molto attenti a come parlano; dall'altro fa male, perché non guarda come si dovrebbe al vero senso e alle intenzioni dietro cose imperfette come le parole, invece mette mano al dibattito mediatico/politico intrecciandolo e orientandolo negativamente. Cosa che non giova a nessuno, specie agli italiani.
Perché di politici perfetti non ce n'è, ed è molto difficile dire chi potrebbe fare il loro mestiere meglio di altri. Ma quando un politico è stato eletto, dovrebbe essere trattato in modo critico ma costruttivo, e messo nelle condizioni di lavorare il meglio possibile. Non importa che sia Berlusconi, Fini, Casini, Bersani o Bertinotti: il presidente del consiglio deve poter lavorare in pace. Poi dopo 5 anni lo spedisci a casa o lo rieleggi. Il gioco di Travaglio e soprattutto della gente che ama frequentare (Santoro, Grillo, Di Pietro) è invece il gioco delle spallate, di chi si mette in tasca la verità e la perfezione, e fa qualsiasi sgambetto pur di abbattere l'avversario. Magari Travaglio non è proprio come loro, ma le persone si riconoscono anche dagli amici.

Tornando al suo articolo, Travaglio inizia insultando più o meno giustamente svariate persone:

  • Feltri = ignorante sesquipedale (in altri tempi avrei detto "aggettivo che appaga l'intelligenza di chi lo utilizza")
  • Bersani = uno che è superiore e non dà peso a cose talmente inutili
  • Berlusconi = massone putt#niere ed ipocrita
  • Lega = pagani bradi e ipocriti
  • Gelmini = ignorante moralista finto-tradizionalista.

Quindi fa la solita analisi rigorosa dell’aspetto legale della questione, e in sostanza si scopre che legalmente il Crocifisso è equivalente alla lavagna e alla cattedra, un mero arredo che non ha a che vedere con tradizioni, costituzione o altro, quindi non c'è una legittimità legale per cui debba restare appeso.
Poi arriva la parabola di salvezza secondo Travaglio. A suo avviso lui tutti dovrebbero accettare e benvolere il Crocifisso nelle scuole perché simbolo ateo di grande umanità, ed esempio di coerenza ideale. Lamenta pure che la Chiesa non riesca a spiegarlo bene, questo concetto (e ci credo e lo spero), perché è troppo interessata a battere cassa su 8 per mille e scuole private, anch'essa ormai contaminatissima dallo sterco del diavolo.
Secondo lui gente di qualunque fede dovrebbe essere felice di avere il Crocifisso in classe: gli ebrei perché Gesù era ebreo, i musulmani perché è anche un loro profeta, gli atei perché è un esempio di virtù civili. Implicitamente si sostiene che, se dopo l'illuminante spiegazione di Travaglio questi ancora non fossero contenti, sarebbero anch'essi dei beceri ignoranti, ipocriti e intolleranti.
Conclude con l'illuminantissimo elogio della gratuità, cosa scandalosa di questi tempi eccetera, di cui invece lui è ovviamente paladino perché dalla parte della ragione. Infatti di insulti ne distribuisce tanti gratuitamente, vedi elenco qua sopra.
Da notare che Travaglio non ha mai criticato la sentenza della Corte, perché la parola dei giudici è per lui sottratta ad ogni possibile critica. Lui dice solo “dipendesse da me”, e cioè che questa è la sua semplice e inutile opinione personale. Opinione che condivide coi suoi lettori, ma che rimane lettera morta; infatti, dipendesse da lui, non si batterebbe per constrastare la decisione della Corte, ma lascerebbe che le cose andassero avanti come vogliono i giudici. In sostanza, solo parole vuote e un po’ di inchiostro.

domenica 1 novembre 2009

Vorrei

Vorrei una destra e una sinistra autentiche, costruite da facce nuove e giovani. Da uomini ambiziosi e decisi, capaci di mettere una pietra sul passato e voltare pagina. Una destra che non insegua la sinistra sul terreno dell’egualitarismo a buon mercato, nell’autocompiacenza di un liberismo o di un socialismo chic. E una sinistra che non tema di condannare il suo passato, di ripulire i propri armadi, non imbalsamata nel vischio del politicamente corretto.
Una destra e una sinistra di carne e di sangue, di uomini, di combattenti. Vorrei che portassero con sè una visione del futuro, un nuovo sogno per il nostro paese. Cos’è adesso l’Italia, se non una carretta affaticata, pronta a fermarsi da un momento all’altro afflosciandosi sul proprio debito, ingoiata dalla crisi ancora maggiore dell’Occidente?
Vorrei un leader che spazzasse via ogni dubbio, che aprisse un nuovo solco nella storia del nostro paese. Che ci dica quello che non vogliamo sentire, che ci costringa a fare quello che non vogliamo fare, e che ci dia la ricompensa per il nostro lavoro. E ancora non vedo questo leader sulla scena.
Vorrei un’Italia unita, nelle menti e nelle parole degli italiani. Vorrei che il desiderio di vivere insieme fosse scritto nei loro cuori, e che credessero in esso più di quanto non credano in se stessi. Vorrei che gli italiani riscoprissero una fede, un principio intangibile, una promessa al di fuori dell’uomo; qualcosa che seguiamo anche contro il nostro interesse, contro il nostro buonsenso, ma che orienta il nostro agire perché rappresenta un futuro in cui speriamo, e che crediamo di poter realizzare.

mercoledì 7 ottobre 2009

Paradossi della libertà

Viviamo una crisi di costume squisitamente democratica. Abbiamo l'anomalia Berlusconi, un'eccentrica e dinamica anomalia, l'unica al momento in grado di fare qualcosa per le sorti economiche/strutturali del paese. Un'anomalia che lascia spazio a molti dubbi per quanto compete l'onestà dell'interessato, la trasparenza in tema di informazione, il corto circuito tra poteri istituzionali (e in particolare quello giudiziario).
Lo strapotere di Berlusconi sembra tuttavia ben contemperato dall'escalation di batoste che gli stanno piovendo addosso negli ultimi tempi. Scandali a sfondo sessuale (che lui stesso avrebbe potuto risparmiarci) che martellano l'informazione ormai da mesi; la sentenza sul lodo Mondadori e lo schiaffo da €750 milioni che Fininvest dovrà pagare; adesso il nodo ancora stretto sul lodo Alfano, sensibile di mettere in crisi l'intero governo.
E' cosa nota che Berlusconi non sia espressione di quei poteri economici che tirano le fila dell'Italia da dietro le quinte fin dagli anni '70. Berlusconi è un nuovo ricco, e quindi paradossalmente più vicino alla piccola impresa che alla grande rendita privata, che sempre lo ha guardato e trattato come un parente (quasi) povero.
Il conflitto tra le due parti in lotta, tuttavia, sta trascinandosi ormai dietro l'Italia. E' colpa di Berlusconi, un bersaglio troppo facile, troppo ingombrante, che quindi dovrebbe farsi da parte? E' colpa delle grandi società e degli intrallazzoni - FIAT, CIR, banche varie e amici - che vedono minacciati i propri privilegi, e si servono disinvoltamente dello schermo di una sinistra allo sbaraglio e di una magistratura radical chic, che ama le loro lusinghe? E' un conflitto ormai talmente aperto che ha fatto perdere i presupposti del problema. Ormai non si guarda alle ragioni del conflitto: si dice solo che si deve togliere di mezzo Berlusconi, o che i giudici danno spallate agli esecutivi.
In realtà questo conflitto è squisitamente democratico, e dovrebbe consolare coloro che paventano o temono colpi mortali alla democrazia. Stiamo sottraendo tempo ed energie a quelli che sono i problemi più pressanti dell'Italia; stiamo istupidendo gli italiani con pettegolezzi e trame oscure, da entrambe le parti, e tutto si incentra su Berlusconi che è al contempo il problema e la soluzione.
E tuttavia, se ci intratteniamo con questi pensieri, vuol dire che di grossi problemi gli italiani forse non ne hanno.

domenica 6 settembre 2009

La battaglia del nostro tempo

Negli ultimi anni il mondo ha subito un’accelerazione strana, come una brusca virata rispetto al suo corso naturale. Le forze dell’Occidente sono tese ad un miglioramento spasmodico del benessere, mentre le forze più sfilacciate ma numerose dell’Oriente sono alla rincorsa dell’Occidente e prendono coscienza del loro potere ogni istante che passa. Il rimescolio di popoli, culture, ricchezza, povertà, fedi ed usanze ha messo gli uomini sempre più vicini, ma mai così lontani. Ha separato i simili, avvicinando le diversità, mettendo alla prova il cuore e lo spirito di molti, aumentando le cose da imparare, rendendo più difficile la ricerca della tranquillità e della vita semplice. Che idea approssimativa e vaga hanno giovani e anziani del prossimo futuro? Chi pensa che il futuro potrà essere molto meglio del presente?
L’ultima parte del XIX secolo e la prima metà del XX sono state caratterizzate da entusiasmo, crescita, curiosità. Lo sviluppo non è stato solo economico, ma sociale, ideale. L’uomo ha riscoperto la scienza e ne ha fatto un baluardo inscalfibile, attribuendo al carattere “scientifico” ogni forma di progresso umano. Eravamo come bambini, che si avvicinano ad una pentola sul fuoco. Con curiosità, abbiamo aperto la pentola della scienza, e l’abbiamo trovata piena di guai. Tutte le più grandi tragedie del XX secolo sono state scientifiche: il razzismo scientifico, il socialismo scientifico, la guerra scientifica. Dall’ottimismo positivista verso la scienza, l’ombra della nostra mente si è spostata verso la cautela, per una scienza che è lama a doppio taglio. Per un progresso che è lama a doppio taglio, e si paga a spese dell’ambiente, delle risorse, dei più poveri, e che nonostante tutto afferriamo tappandoci il naso, finché dura.
E arriviamo in un mondo in cui nessuno desidera rinunciare più a niente. L’Occidente non vuole e non può cambiare stile di vita, l’Oriente non può che inseguirlo. Quale sarà, e dove si combatterà, la battaglia del nostro tempo? In Iran? In India? In Cina? Già si combatte la battaglia nel cuore dell’uomo, in ogni momento, per resistere ai nuovi fantasmi. La vita è rimasta tuttavia sempre la stessa, costruire cose semplicissime in un mondo che è sempre meno adatto per crescere e costruire.

mercoledì 19 agosto 2009

Gli anelli che uniscono

Credo si possa validamente argomentare che l’omogeneità di una comunità si costituisce dal legame tra terra, lingua, religione e tradizione. Nel momento in cui tutti questi elementi sono condivisi la coesione della comunità è massima, con i seguenti benefici: 1) tranquillità e pace sociale; 2) efficienza della comunicazione; 3) rete di sostegno reciproco. L’unica sfida che può rimanere ad una comunità che beneficia di una tale forza identitaria è quella economica: la crescita e l’espansione.
Queste realtà in Italia sono ormai assai poche, per lo più concentrate nei piccoli borghi e nelle campagne. Viceversa nelle città, come è facile appurare, la frammentazione esasperata e le sostanziali differenze – pur costituendo in grande misura opportunità di arricchimento personale – determinano l’isolamento e la separazione degli individui. La comunità non esiste più, si crea unicamente in piccoli sottoinsiemi volontari e associativi (parrocchie, club, circoli, bar). Chi non vi partecipa, è solo. E tale frammentazione porta inevitabilmente alla rottura di tutti i tre grandi vantaggi precedentemente menzionati: sicurezza, comunicazione, sostegno.
Per questo è particolarmente importante rafforzare i legami tra terra, lingua, religione e tradizione, e l’unico modo possibile è la spontanea volontà degli italiani. Nessun altro lo farà, certamente non lo Stato, se non sono i cittadini a promuoverlo.
Un elemento forte, un legame che passa tra gli anelli di terra, lingua e tradizione, è ad esempio il dialetto. Un piccolo elemento, debole, talmente debole che è in via d’estinzione, ma che se preservato può fare così tanto per rafforzare ciò che di bello e unico ci è stato lasciato in eredità.

mercoledì 5 agosto 2009

Bene e Male

Mi sono imbattuto in una definizione curiosa di ciò che è bene e ciò che è male. Una definizione che vuole essere scientifica, e desidera rispondere alle grandi domande “chi siamo, dove veniamo e dove andiamo”.
Basandosi sulla fisica teorica, possiamo prendere il Big Bang come punto d’inizio di un immenso processo di dispersione, evoluzione, aggregazione della materia, secondo ciò che i fisici chiamano “complessità crescente”. Atomi, molecole, cellule, esseri viventi, organizzazioni. Il concetto di complessità crescente è palese agli occhi di tutti noi che viviamo nel XXI secolo: mai il nostro modo di vita si è “sofisticato” così notevolmente e in così breve tempo.
Secondo questa visione, promossa da Gregory David Roberts nel suo libro Shantaram, l’universo sarebbe avviato verso l’Ultima Complessità, la complessità totale, ovvero il divino (“l’essere supremo”). E la conclusione è la seguente: ciò che spinge e facilita questo processo è bene, ciò che lo rallenta o lo ostacola è male. Secondo questo modo di intendere l’universo, il naturale principio evoluzionistico che investe la materia e gli esseri viventi sarebbe in sé buono, oltre che inarrestabile e ultimamente teso al raggiungimento del divino.
Per quanto tale visione possa essere interessante ed originale, mi trova completamente in disaccordo.
La legge che governa il mondo è sempre la legge della sopravvivenza, della forza, una legge che spinge ed invita a scegliere la via più facile, e che guarda esclusivamente al sé dell’individuo. Il Cristianesimo ci “salva” dal mondo, perché ci sottrae alla logica e alla legge del mondo. Non cerchiamo più la supremazia, non inseguiamo i desideri naturali del mondo, ma ci sacrifichiamo per gli altri, rinunciando a noi stessi. In questo senso la fede cristiana è una forza contraria all’entropia di questo mondo, è la forza conservatrice ed ordinatrice per eccellenza.
Se il Big Bang ha rappresentato una dispersione, un’uscita dall’unità e dall’armonia del divino (a cui possiamo pensare come la fuga degli angeli ribelli), piuttosto che cercare la dispersione totale, o la complessità totale, il cristiano cerca il ritorno alla sorgente, all’armonia, all’unità – e in questo senso si impegna contro il caos e la legge entropica del mondo.

sabato 18 luglio 2009

Virtù

C’è una profonda bellezza nelle cose semplici, una grande naturalezza che appaga lo spirito. Pensa al latte, a come è bianco e profumato. Pensa al pane, alle verdure, alla frutta, così semplici e così complete allo stesso tempo, ci danno le forze per vivere. Pensa all’acqua, che straordinario miracolo. Considera come queste cose abbiano virtù straordinarie di purezza, di realizzazione, di efficacia; virtù che nella loro semplicità sono difficili da ottenere anche per un essere così intelligente e cosciente di sè come l’uomo. Pensa all’uso che ne facciamo, anzi, pensa all’idea che hai di loro. Cose talmente semplici, talmente silenziose; strumenti che consumi in ogni momento senza pensiero, senza riconoscenza, senza che essi abbiano una loro identità – non c’è questa mela, che stai mangiando adesso, e che ha una sua storia e una sua crescita; ma ci sono le mele, non ha importanza quale, basta mangiarne. Ed esse rimangono nelle tue mani.
Quanta dignità, quanta nobiltà, e come passano inosservate. Così è per tante altre cose in natura, così è anche per l’uomo: una straordinaria bellezza, spontaneità, potenzialità; basta desiderarlo. Tutto in natura è già virtuoso; all’uomo è data la possibilità di decidere se esserlo.

domenica 5 luglio 2009

Futuro

E’ difficile guardare avanti e riuscire a prevedere come sarà il mondo nel futuro non troppo lontano, nei prossimi 50 – 100 anni. Possiamo solo farci un’idea della direzione verso cui si sta incamminando, elencando semplicemente le forze che attualmente lo attraversano.
Come prima cosa sottolinerei l’aumento della popolazione, principalmente in paesi poveri e meno sviluppati. Cosa mangerà il numero sempre crescente di poveri? Che migrazioni dovremo prevedere? Quale valvola di sfogo troverà la loro insoddisfazione, tanto più che da qualsiasi televisione possono rendersi conto di quale sia un presunto tenore di vita “occidentale”?
L’Occidente sta già subendo il primo colpo, quello dello svuotamento demografico, manifestando evidenti segnali di debolezza. E arriviamo al secondo elemento, la rottura degli assetti di potere: l’Occidente scende, mentre altre forze aggressive crescono. Sempre più paesi hanno o vogliono mettere le mani sull’atomica. Sempre meno paesi riconoscono l’autorità dell’ONU o rispettano gli Stati Uniti. L’economia comincia sempre più a gravitare verso i paesi emergenti, e gli armamenti rappresentano una delle prime voci di spesa dei bilanci nazionali.
Dal piano demografico, a quello economico, a quello sociale/ideologico. Per un numero sempre più rilevante di paesi i principi di democrazia, non aggressione, tutela dei diritti umani, rispetto verso le donne, hanno poco o zero valore. Se prima erano idee che potevano essere prese in considerazione in virtù dell’inequivocabile supremazia americana, ora anche questa soggezione psicologica sta venendo meno. Ancora peggio, mentre queste ideologie aggressive stanno prendendo sempre più forza nell’Oriente, l’Occidente è attraversato dalla peggiore crisi di identità e di autorità morale che si sia mai vista. La sua debolezza, oltre che economica, rimane soprattutto ideologica e spirituale: è un Occidente che non ha più un sogno, nessuna prospettiva di crescita se non tecnico/scientifica.
Quale soluzione ha l’Occidente per il suo futuro?

mercoledì 1 luglio 2009

Lettera a S.E. il Cardinal Martini

Eminenza, si parla spesso di una Chiesa rinnovata, una Chiesa al passo coi tempi che affronta con coraggio le sfide della modernità. Anche Sua Eminenza è spesso annoverato tra le voci più importanti e autorevoli che propongono tale visione. La mia domanda è la seguente: quanto può la Chiesa cambiare e rinnovarsi, traendo profitto per le anime, senza per questo necessariamente "inseguire" i tempi? Mi sembra infatti che certe aperture della Chiesa abbiano il sapore del compromesso, del politicamente corretto. Come se la profonda umiltà che attraversa la Chiesa si fosse trasformata in debolezza, in una volontà di "smussare" le verità più importanti, inequivocabili, e soprattutto difficili da trasmettere al mondo moderno: che la Via è una sola e non ce n'è un'altra; che oltre alla misericordia divina c'è anche la Sua giustizia; che il dialogo con le altre religioni è fondamentale, ma ancora più importante è non confermare tali religioni nell'errore, poiché nell'errore esse sono. Perché i compromessi sono possibili in questo mondo, ma nel mondo soprannaturale il grigio non esiste - ci sono solo il bianco e il nero, nella loro purezza.
Sua Eminenza non riscontra come me che nella Chiesa moderna tale problema esista - almeno come forte percezione? E non sarebbe terribilmente grave che la Chiesa si lasciasse scivolare in un errore del genere?

lunedì 29 giugno 2009

Libertà, libertà!

Mi viene spesso da pensare a questa sete di libertà che attraversa l'Occidente, al punto che le persone si definiscono liberali, liberal, liberisti, libertari. Si costituiscono anche in partiti detti "della libertà". Questo perché insita nell'uomo occidentale è l'idea che la vita sia confinata in stretti vincoli, soggetta ad autorità oppressive, per cui la libertà sia l'unica vera battaglia ideale che ci rimane per emanciparci, per raggiungere vere felicità, per realizzarci come uomini.
E' curioso che le nuove libertà perseguite dall'Occidente non siano per la prima volta immediatamente comprensibili a tutti i cittadini, non siano libertà "di larghe vedute". Libertà di parola, di associazione, di stampa sono libertà universalmente riconosciute, negate solo in regimi totalitari dove minoranze aggressive effettivamente opprimono i sentimenti del popolo, e lo fanno coscientemente per tutelare degli interessi di parte. Le libertà che oggi cerchiamo di raggiungere, invece, non sono limitate da oppressioni totalitarie o da gruppi di interessi privati. Aborto, eutanasia, adozioni gay, droga, divorzio ecclesiastico, eccetera eccetera. Sono libertà che lasciano perplessa una gran parte dei cittadini, i quali si trovano spesso contrari, e non a causa di lavaggi del cervello fatti da regimi oppressivi e dittatoriali. Sono libertà che molte coscienze ritengono licenziosità, perversione, scandalo, obbrobbrio. Sono libertà che non possono fregiarsi dell'universalità che è palesemente manifesta negli altri esempi - come nella libertà di parola o di associazione.
Mentre alcune libertà sono un diritto naturale, altre libertà hanno invece il sapore della seduzione. Libertà è sempre libertà "di fare", fare qualcosa in più, qualcosa che al momento non è nella gamma delle nostre possibilità. Libertà è quindi potere, possibilità, potenzialità. La sete di libertà che attraversa l'Occidente è soltanto il travestimento di una sconfinata sete di potere che è stata piantata e viene quotidianamente annaffiata nel cuore degli uomini.
Ancora di più dovrebbe far riflettere come il desiderio inestinguibile di libertà sia così accorato proprio nei paesi dove la libertà già abbonda, e non dove le libertà sono represse. A Teheran dove scorre il sangue sono altre le voci che vengono levate.

martedì 23 giugno 2009

Patriottismo

Il patriottismo non è un'ideologia, non è un astruso sentimento antiquato. Con la caduta del fascismo e della sua retorica ogni sentimento patriottico è stato ucciso, poiché appunto identificato come mera retorica - e una retorica da cui l'Italia ha voluto voltare pagina. Patriottismo visto come nazionalismo, come ideologia vuota, come propaganda insensata. Non così in paesi che il fascismo non l'hanno vissuto e sono ben più patriottici di noi - Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti.
Il patriottismo non è un'ideologia, ma un sentimento - qualcosa di molto naturale, qualcosa dentro ciascuno di noi. E' un amore scontato, un affetto semplice. Comincia con la conoscenza di un ambiente e delle sue persone, gli infiniti segni che senza rendercene conto leggiamo intorno, l'essere parte armonica e inserita in un particolare contesto. Sono i volti, le abitudini, le piante, i paesaggi.
Il patriottismo è come un risveglio: questi segni, questa confidenza, non restano dettagli inerti in qualche angolo remoto della mente, ma diventano consapevoli. Comprendiamo, riconosciamo ed amiamo tutto ciò che nella sua unicità è rappresentato dalla nostra terra. La terra che ci ha dato quello che siamo, che conosciamo, che seguitiamo a costruire.
Dopo il risveglio iniziale il patriottismo è anche una fede. Oltre a ciò che vediamo con gli occhi, si aggiunge ciò che raggiungiamo con la mente e con i ricordi. Ricordi di persone del passato, che vedevamo fin da piccoli, nostri cari che abitavano la stessa terra. Ricordi che affiorano nello spirito senza nemmeno averli vissuti: il pensiero di nostri avi che hanno calpestato lo stesso suolo, ammirato lo stesso mare e le stesse montagne. Uomini e donne che ci hanno preceduti nella sfida della vita, che ci hanno lasciato in eredità questo paese e i loro sogni. Non ti sembra di sentire il loro sguardo, mentre osservano come agisci tu che hai preso il loro posto? Loro che tanto potrebbero dirti, tanto hanno vissuto e sperimentato, tanto hanno gioito e sofferto, e ancora amerebbero vivere sulla stessa terra.
Non è una terra che vale la pena proteggere, amare, difendere?

domenica 14 giugno 2009

Semplicità e vita


Ancora dal Libro della Sapienza.
Amate la giustizia, voi che governate sulla terra,
rettamente pensate del Signore,
cercatelo con cuore semplice.
Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano,
si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui.
I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio;
l`onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti.
La sapienza non entra in un`anima che opera il male
né abita in un corpo schiavo del peccato.
Il santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione,
se ne sta lontano dai discorsi insensati,
è cacciato al sopraggiungere dell`ingiustizia. [...]
Non provocate la morte con gli errori della vostra vita,
non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani,
perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutto per l`esistenza;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c`è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra,
perché la giustizia è immortale.
Gli empi invocano su di sé la morte
con gesti e con parole,
ritenendola amica si consumano per essa
e con essa concludono alleanza,
perché son degni di appartenerle.

Rumore

Quanto rumore, quanto confusione nella società multimediale. Ognuno dice la sua, ognuno col suo punto di vista, ognuno sviscera fatti e questioni secondo coscienza, secondo morali personali. Ciascuno col medesimo diritto, ciascuno col medesimo peso. Ecco così che un fatto, una situazione, non esiste più di per sè, ma è centuplicata, sminuzzata, orientata dai modi d’intendere e dai pre-giudizi di chi ne parla.
Chi ascolta può solo venire inondato di informazioni contrastanti, di bugie e verità mescolate senza soluzione di continuità. La mente cerca di dare un senso al garbuglio che si trova dinnanzi, ed allenatasi in questo esercizio comincia a credere che tutto sia effettivamente un immenso garbuglio, un labirinto senza uscita, una casa di specchi dove puoi andare in qualsiasi direzione, tanto l’uscita non esiste.
Il multiculturalismo, il relativismo: significa che giusto o sbagliato non esistono più, perché ciascuno è legge a se stesso, ciascuno ha bisogni ed esigenze inconciliabili, e valide argomentazioni esistono per sostenere qualunque tesi. Come se l’uomo moderno, trovandosi più vicino l’uno all’altro, fosse improvvisamente diventato diverso dall’uomo antico; e per gestire questa inconciliabilità assoluta tra gli uomini la soluzione è livellare, raggiungere il massimo comune denominatore - abbattere cioè qualsiasi forma di pensiero forte, ciò che dovrebbe costituire il fondamento della coscienza.
Il pericolo per l’uomo occidentale non è materiale, perché di materiale gli manca ben poco; ma al progressivo arricchimento materiale si è accompagnato un parallelo impoverimento dello spirito, altrettanto forte, per cui facilmente a smarrirsi è la sua stessa coscienza.

martedì 9 giugno 2009

Europee 2009

I politici ci hanno descritto l'Europa come il nuovo sogno della modernità, il nuovo paradiso universale di tutti gli europei. Un traguardo necessario, fondamentale, una sorta di nuovo potere saggio e illuminato, in grado di svecchiare le rigidità e i sentimentalismi nazionali. Mai come per l'Europa le classi politiche si sono spese in propaganda, attribuendosi una speciale forma d'illuminazione, una lungimiranza visibilmente in contrasto con le reticenze della maggioranza dei cittadini - bollate per queste come ignoranti, fobiche del progresso.
Un'Europa monetaria, un'Europa laicissima, un'Europa minuziosamente liberale. Un'Europa creata a tavolino dal nulla, senza storia, senza coscienza. Se questa è l'Europa che vogliono davvero i popoli, come si spiega il risultato di queste elezioni?
Elezioni che non hanno dato solamente un segnale forte di come i cittadini vogliono veder crescere l'Europa giuridica, ma anche di come vedono realizzarsi l'Europa reale all'interno dei loro singoli paesi. Gli stati nazionali manifestano ormai nella loro esperienza quotidiana situazioni di matrice europea: un confronto tra idee e modi di vivere diversi; politiche sociali, religiose e ambientali; evoluzioni demografiche e culturali. Il voto europeo a mio avviso non è stato percepito tanto come un'elezione di rappresentanti politici, quanto un voto di indirizzo strategico / ideologico di assai più ampio respiro rispetto alle mere elezioni politiche dei singoli stati. Un voto per il futuro, piuttosto che un voto per il presente.
Un'Italia che vuole vedere se stessa in Europa con più sicurezza, più trasparenza, meno clandestinità. Una Spagna che vuole un'Europa meno invasiva di Zapatero nei costumi del suo popolo. Un'Olanda in cui il partito di Wilders - quello identitario tradizionalista olandese, che rifiuta la dittatura dell'islamicamente corretto, il cui leader vive perennemente sotto scorta come un fuggitivo nel suo stesso paese - è secondo partito col 17%, ed il primo partito è il centrodestra cristiano democratico col 20%. Forti destra e centrodestra anche nella Francia impomatata. In Austria i due partiti eredi di Haider hanno preso il 18%, mentre la lista anti-Europeista ha ottenuto da sola altrettanti consensi (18%). Nel Regno Unito i conservatori hanno preso quasi il doppio dei laburisti (circa il 30%) mentre il partito di destra (per capirci l'equivalente di Alleanza Nazionale prima che si sciogliesse) ha ottenuto un 6% senza precedenti, e la lista anti-Europeista ha preso addirittura il 16%. Ci sono paesi che hanno un'idea così chiara del loro futuro al di fuori dell'Europa che hanno partiti anti-europeisti con enorme seguito. Ma non c'è pericolo: questo vento terribile che soffia contro l'Europa è già stato identificato e bollato di ignoranza, xenofobia, oscurantismo. Le classi politiche illuminate dell'Europa amano e lodano la democrazia, soprattutto quando sono loro a vincere.

giovedì 4 giugno 2009

Ricchezza

Quando si parla di ricchezza il pensiero corre generalmente al benessere, al conto in banca, le case al mare, le auto sportive, le barche. Tutte quelle cose che sono espressione visibile della ricchezza personale.
Sembra un idea oggettiva, quantificabile, e di certo possiamo dare un valore economico a questi beni. La ricchezza tuttavia mi sembra più propriamente una percezione, un'idea soggettiva dell'individuo. Ricchezza è avere tutto ciò che una persona desidera e anche di più: l'unità di misura non dovrebbe pertanto essere quella dei beni in sè, ma quella dei nostri desideri. La ricchezza si può esprimere come il rapporto tra le due cose e, di conseguenza, minori i nostri desideri, maggiore il nostro senso di ricchezza e pienezza.
Raramente ci soffermiamo a riflettere di quanto poco abbiamo bisogno per vivere: qualcosa da mangiare, un abito per coprirsi e un riparo per dormire; tutto il resto è di più. Per la maggior parte di noi queste necessità sono talmente elementari che non le viviamo nemmeno come un problema: anche i nostri poveri sono ben più ricchi rispetto ai veri poveri del mondo. L'Occidente non ha il problema di come sopravvivere, ha il problema di come vivere. E questo problema terribile non sa davvero come risolverlo. L'unica risposta che si è dato è quella di aumentare i propri bisogni: mangiando meglio e di più, vestendo meglio e di più, comprando più case, tappezzando le strade e i media di pubblicità e inviti a qualsiasi tipo di nuovo desiderio. E' stata questa trappola del benessere a creare la povertà, ma peggio ancora a togliere ogni forma di dignità alla povertà. La povertà non è più accettabile - ma non la povertà nei bisogni fondamentali, cosa remota, quanto la povertà nei bisogni superflui: ristorante, discoteca, vacanze, auto, abiti firmati.
Il vero povero è umile, è dinamico, è vitale: il neo-povero o post-povero è aggressivo, prepotente, spregiudicato. La demonizzazione della povertà, come antitesi speculare del benessere moderno, è un'altra conseguenza negativa di un mondo che ha perso la sua Tradizione.

lunedì 1 giugno 2009

Famiglia

Molte cose cambiano nel costume e nelle abitudini di un popolo, modificando talvolta radicalmente la vita quotidiana, i desideri, i comportamenti delle persone. Spesso osserviamo questi cambiamenti come curiosità, mode, segni dei tempi: stili di abbigliamento, passatempi, giornali, film. Tutti hanno la loro epoca, tutti cambiano, tutti evolvono. Le evoluzioni sono complesse, e non procedono necessariamente su piani separati: i cambiamenti di abbigliamento influenzano i giornali, i film, le pubblicità, i gusti. I film possono lanciare nuove mode, eventi sportivi, modelli comportamentali. Nel mezzo delle evoluzioni di tutto ciò che circonda l'uomo, anche l'uomo viene influenzato quantomeno psichicamente. Ed è in questa prospettiva che radicalmente è cambiato il modo di intendere la famiglia, e vivere il rapporto tra le generazioni.
Il nostro costume ama solo ciò che è giovane, sgargiante, pieno di vita, assoluto - nel senso che è sciolto da ogni cosa che non sia se stesso, il proprio destino di appagamento totale. Di conseguenza il rigetto per ciò che è più anziano, ciò che è responsabile, ciò che detiene l'autorità.
Il primo campo di battaglia di queste idee è la famiglia, in cui la separazione naturale tra le diverse generazioni assume le dimensioni di una frattura violenta, precoce, che scatta appena il giovane prende coscienza di una sua naturale aspirazione alla libertà.
A ciò contribuisce anche una generazione di genitori che ha vissuto l'epoca della contestazione, e con il loro esempio hanno instillato nei figli l'idea positiva della ribellione - come forma di emancipazione, ricerca di nuovi traguardi, raggiungimento di nuove libertà, superamento delle ingiustizie tipicamente insite nell'autorità e in chi la esercita. I figli degli anni '70 si trovano adesso dall'altra parte della barricata e nello sconcerto di non saper gestire dei figli ancora più sbalestrati di loro, con spinte centrifughe ancora maggiori. I genitori hanno dimostrato ai figli che la vita va goduta, a costo di separarsi se la convivenza è difficile. Che uno o due figli vanno bene, ma di più c'è da morire. Che i figli sono difficili e sono un peso, e se uno non ce la fa li abortisce. Che separarsi e risposarsi anche più volte non è strano, fa parte di un processo di crescita personale e di tentativi che ognuno fa per conoscere se stesso - anzi i figli potranno godere di famiglie allargate, di esperienze nuove. Stupisce molto che i figli non abbiano rispetto per i genitori?
Come suona arcano il comandamento di onorare il padre e la madre. Sono un padre e una madre che non vogliono essere onorati, anzi che disonorano se stessi. Sono figli a cui non viene nemmeno in mente di onorare padre e madre, se non per qualche convenienza.
Ma cos'è la vita, cos'è la società se proprio nella famiglia non riesce ad esserci armonia? E come non vedere come i comportamenti e gli errori dei padri si trasmettono veramente ai figli, perché nulla è più importante dell'esempio che viene loro offerto?
Mi piace la descrizione completa del quarto comandamento, così come nell'Esodo e nel Deuteronomio: "Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dá". Onorare i genitori non è un precetto fine a se stesso, ma è la condizione di una vita serena, lunga e felice. Una vita regolata dall'armonia. E' proprio il canone dell'armonia che manca al nostro tempo, che invece ama le dissonanze dei suoni, le disarmonie letterarie, i contrasti dei colori.

venerdì 29 maggio 2009

Stile di vita


Un brano interessante dal Libro della Sapienza, che molto riflette la mentalità dei tempi.
Dicono i malvagi fra loro sragionando:
"La nostra vita è breve e triste;
non c`è rimedio, quando l`uomo muore,
e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi.
Siamo nati per caso
e dopo saremo come se non fossimo stati.
E` un fumo il soffio delle nostre narici,
il pensiero è una scintilla
nel palpito del nostro cuore.
Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere
e lo spirito si dissiperà come aria leggera.
Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo
e nessuno si ricorderà delle nostre opere.
La nostra vita passerà come le tracce di una nube,
si disperderà come nebbia
scacciata dai raggi del sole
e disciolta dal calore.
La nostra esistenza è il passare di un`ombra
e non c`è ritorno alla nostra morte,
poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
Su, godiamoci i beni presenti,
facciamo uso delle creature con ardore giovanile!
Inebriamoci di vino squisito e di profumi,
non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,
coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;
nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza.
Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia
perché questo ci spetta, questa è la nostra parte.
Spadroneggiamo sul giusto povero,
non risparmiamo le vedove,
nessun riguardo per la canizie ricca d`anni del vecchio.
La nostra forza sia regola della giustizia,
perché la debolezza risulta inutile […]

La pensano così, ma si sbagliano;
la loro malizia li ha accecati.
Non conoscono i segreti di Dio;
non sperano salario per la santità
né credono alla ricompensa delle anime pure.
Sì, Dio ha creato l`uomo per l`immortalità;
lo fece a immagine della propria natura.
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati
e li ha trovati degni di sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto."

mercoledì 27 maggio 2009

Supergioia

Noemi deriva dall'ebraico no'am che significa "gioia". Casualità nella scelta del nome o approfondita conoscenza etimologica? Noemi Letizia si legge quindi "gioia + letizia", una specie di gioia al quadrato, una supergioia. Sicuramente chi porta questo nome appare in molte foto radiosamente gioiosa, di una gioia contagiosa che ha colpito stampa, famiglia e presidente del Consiglio, da molti ritenuto parte integrante della stessa famiglia.
La stampa dovrebbe farle un monumento - anzi glielo sta già facendo, in grande stile, con una campagna mediatica che non vede l'eguale nemmeno sotto elezioni politiche - per aver disseminato questi sorrisi giganti in tutta Italia. E' diventata l'oggetto di cui tutti devono per forza parlare, ognuno per le sue ragioni: chi per screditare il premier, chi per difendere il premier, chi perché disgustato dal cabaret della politica - e del costume - italiano. Chi perché la trova carina, chi perché la trova bruttina; chi perché vuole giudicarla una svergognata in carriera, chi perché vuole restare deliziato da eventuali talenti che prima o poi le verranno attribuiti. Non è più una persona, ormai - e chi l'ha mai vista dal vivo? potrebbe anche non esistere - ma è uno specchio in cui tutti si guardano e ci vedono quello che vogliono.
Dispiace solo che l'utilità pubblica di questo specchio sia pari a zero. Dispiace che questa bionda chioma sia un inutile fuoco fatuo sventolato davanti alle facce degli italiani, senza alcun messaggio, senza alcun significato, mero oggetto di confusione, mero strumento autoreferenziale di una stampa perversa.

venerdì 22 maggio 2009

Indovinello costitutivo

Ancora sulle curiosità delle varie costituzioni, con indovinello finale. Ipotizziamo ci sia un Paese (A) che al suo primo articolo costitutivo affermi: "il Paese (A) è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l'eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni. La legge promuove l'uguaglianza di accesso delle donne e degli uomini ai mandati elettorali e alle funzioni elettive, nonché alle responsabilità professionali e sociali." E' una costituzione che si regge, nell'ordine, su certi fondamenti: 1) l'indivisibilità, 2) la laicità - il gruppo cioè desidera costituirsi in assenza di qualsiasi orientamento religioso, 3) attribuzione di poteri decisionali al popolo, 4) spirito sociale.
Tutte cose perfettamente razionali nell'ambito di un ordinamento occidentale moderno. Mi colpiscono però tre cose: 1) il fatto che sia più importante professare la laicità del Paese (ergo "a-teismo" della vita pubblica, intendendo che qualsiasi rapporto tra cittadini viene regolato senza Dio), prima di affermarne la struttura democratica (anzi il laicismo viene ulteriormente rinforzato sostenendo che la repubblica rispetta "tutte le convinzioni", sottolineandone il carattere a-morale); 2) il fatto che un cardine costitutivo sia rappresentato da un'idea "sociale"; 3) la preoccupazione rispettosa di mettere le donne davanti agli uomini nell'affermazione della loro uguaglianza. Si tratta di una costituzione imbottita di laicismo, relativismo e perbenismo.
Leggiamo adesso la costituzione del Paese (B), che si apre così: "Consapevole della propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini, animato dalla volontà di servire la pace nel mondo in qualità di membro di eguale diritti di un'Europa unita, il popolo del Paese (B) ha adottato questa costituzione." Il primo articolo della costituzione protegge l'uomo; ma non la vita dell'uomo, l'indisponibilità del corpo, la ricerca della felicità: tutela bensì la dignità della persona, che è intangibile e va rispettata e protetta. Seguono i diritti alla libertà e solo terza è l'uguaglianza davanti alla legge. Si tratta di un paese che tiene così tanto alla dignità dei cittadini da lasciar pensare che ce ne sia un particolare bisogno, maggiore che di libertà o uguaglianza.
In entrambi i casi, le costituzioni sono prodotti del tempo e della storia del paese. Indovinello, chi saranno mai i paesi (A) e (B)?

mercoledì 20 maggio 2009

Ai confini dell'universo


Discorso di San Paolo ai cittadini di Atene sulla natura di Dio:
"Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio.
Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra.
Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: ‘‘Poiché di lui stirpe noi siamo’’.
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”.
Mi colpisce soprattutto il riferimento all'"ordine del tempo e ai confini dello spazio", che rappresentano le dimensioni in cui si muove l'uomo - temporali e geografiche, molto concrete. Nel mistero del tempo - un presente che diventa passato e si manifesta nel futuro - ma soprattutto nell'infinità dello spazio, che l'uomo osserva ed esplora in cerca di risposte. L'uomo che desidera conoscere e indagare le profondità della scienza per risolvere il mistero di Dio, e che spinge le sue navi nel cuore dell'universo in una ricerca "come a tentoni" di un Dio che invece è vicino, è dappertutto - tanto che in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, ne siamo parte e contenuto.

martedì 19 maggio 2009

Europa


Le elezioni europee si avvicinano ma rimangono qualcosa di lontano. Non mi sembra che gli italiani - come molti altri europei - sentano l'Europa vicina, o avvertano come particolarmente importante l'elezione di qualche rappresentante a Bruxelles. Questo è senz'altro legato al fatto che gli Stati nazionali continuano a mantenere grande forza e autonomia, in particolare nella politica estera e nella difesa. L'Unione Europa al momento è tale puramente sotto la sfera economica, nonostante fortissime differenze e anomalie tra i paesi membri. Assai più forti sono le differenze culturali e sociali, altro fattore che "allontana" l'Europa dai singoli europei. A chi interessa il presidente dell'Unione Europea? Non esiste alcun paragone con il clamore, l'interesse e l'importanza che accompagna l'elezione del presidente degli Stati Uniti, nonostante l'immensa portata economica, demografica e storica portata avanti dalla comunità degli Stati europei.
E' tuttavia interessante fare un breve confronto di certe peculiarità statali, specialmente in ambito demografico o storico/culturale (come i "motti" nazionali, che l'Italia prudentemente non ha). Il motto francese e' il celebre "liberté, egalité, fraternité", ricopiato praticamente al contrario dalla Germania, che professa "unità, giustizia e libertà". Il motto greco è "libertà o morte", mentre il più passivo motto svedese è "per la Svezia, nel tempo". Il Belgio ha adottato il celebre adagio "l'unione fa la forza", mentre più interessante il motto olandese, "io manterrò", e ancora di più quello lussemburghese, "vogliamo rimanere ciò che siamo".
Il motto lussemburghese sembra tuttavia un difficile proposito, e qui passiamo all'analisi demografica. Non stupisce che i paesi europei con la più forte componente di immigrazione abbiano il più alto tasso di fertilità: in testa la Francia (1,94 figli per famiglia), Regno Unito (1,78), Svezia (1,77), Olanda (1,71) e appunto Lussemburgo (1,70). Ad eccezione dell'Irlanda, stato più giovane dell'Europa (25% della popolazione sotto i 18 anni), gli altri principali paesi (Italia, Germania, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia) hanno un tasso di fertilità appiattito a 1,3 figli per famiglia, ed una percentuale di minorenni tra 16% e 19%.
A parte i dati di reddito pro capite, il modo più immediato per valutare il progresso di un paese membro e' osservare quante famiglie hanno accesso a internet: 83% in Olanda, 79% in Svezia, 72% nel Regno Unito, 71% in Germania, 69% in Lussemburgo, 60% Austria, 49% in Francia, 45% in Spagna, 43% in Italia, 40% Portogallo, 25% Grecia. Tutti questi dati provengono dal sito web del parlamento europeo.
L'Europa rimane un insieme estremamente eterogeneo di popoli, culture, classi sociali, ancora prima che di lingue e tradizioni, e questa è per molti versi una ricchezza da salvaguardare. Sarebbe preoccupante un'idea di "europeizzazione" dei vari popoli pianificata a tavolino da alcuni rappresentanti a Bruxelles, che voglia definire un "modello" di individuo europeo da realizzarsi col tempo sotto pressioni e indirizzi legislativi.

sabato 16 maggio 2009

Germi di decadenza

L’Occidente è in declino, ma non in declino economico. Siamo nella crisi economica peggiore degli ultimi sessant’anni? Verissimo, ma non manca il cibo dagli scaffali dei supermercati, non chiudono le boutique di moda, ristoranti e discoteche sono pieni e se non abbiamo già prenotato un posto per le vacanze estive siamo in ritardo. Abbiamo un lungo elenco di bisogni da soddisfare e spuntiamo quasi sempre tutta la lista, l’unico dispiacere capita a volte se non riusciamo a spuntarla tutta. Magari ci tocca andare sull’Adriatico invece che in Sardegna, alla faccia della crisi. Chi parla di decadenza?
La decadenza è solo culturale, è solo civile. La decadenza non la vivono i veri poveri o i veri ricchi, ma solo i quasi poveri o i quasi ricchi. La decadenza è arrivare così in alto, così vicini alla vetta, e fermarsi prima del traguardo. È arrivare tanto in alto che si può solo cadere in basso, perché non si è arrivati alla stabilità della cima. È perdere la motivazione a crescere, a migliorare. È perdere di vista il futuro, il progetto, e abbandonarsi solamente a se stessi.
Il povero ha la spinta crudele della povertà, che lo porta a combattere la battaglia di ogni giorno, a ingegnarsi per sopravvivere, a crearsi una condizione migliore. Il povero ha molta voglia di vivere, ama la vita, e nel processo di crescere se stesso può trovare la gratificazione e la felicità dell’esistenza: un’esistenza difficile, aspra, che viene però assaporata nelle piccole vittorie quotidiane. In quell’esistenza c’è veramente un progresso, un sogno, una ragione di vita.
Quanto è triste invece chi ha una stabilità economica e se ne accontenta, rimpiangendo di non potersi concedere lussi al di là della propria portata? È un uomo finito, senza sogni, che cerca unicamente di mantenere – possibilmente col minimo sforzo – il proprio tenore di vita, invocando lo Stato come necessario difensore di diritti e privilegi.
La decadenza nasce quando smettiamo di fare. Smettiamo di conoscere noi stessi, di educarci, di avere consapevolezza del nostro mondo e della nostra storia. Smettiamo di fare certi lavori, e lasciamo ad altri il compito più importante – quello civile, quello di prendere decisioni per la collettività.
La decadenza è dappertutto, ma soprattutto si insinua nel cuore dell’uomo come una forma di tristezza, di malinconia, di abbandono. Non la leggiamo forse negli occhi della gente? È il cedimento, è il muto assenso a lasciar andare le cose in rovina, cercando di prolungare al massimo quest’ultimo secondo di piacere che ci rimane. È l’ultima goccia di vino nel bicchiere. Mancando una spinta forte ad andare avanti, manca anche quella battaglia quotidiana che è il processo in cui si manifesta una vera felicità nella vita, la felicità delle cose che crescono.
La decadenza è infelicità, insoddisfazione, e nasce quando non abbiamo più un sogno o crediamo di non avere la forza per realizzarlo. E questo manca all’Italia, manca all’Europa. Che senso ha essere italiani? Cosa vuol dire oggi essere europei? Erano sogni del passato, sogni di altre genti che si sono spese per realizzarli. Cosa ci rimane oggi da sognare? E ci stupiamo se nel nostro vuoto giungono milioni di stranieri poveri, vitali, pronti a colmarlo?

mercoledì 13 maggio 2009

Miracoli


Coloro che hanno fede, credono anche ai miracoli. Se Dio c'è, se si è manifestato con prodigi nella storia, i miracoli esistono e si possono ripetere.
Si possono anche compiere, con la grazia divina, e ne è testimone l'operato dei santi. Quante volte nella Bibbia si parla di poteri di guarigione, di profezia, di conoscenza delle lingue, levitazione, bilocazione, intervento angelico. Quanti miracoli nelle vite dei santi, anche moderni.
In molti oggi ritengono che una "fede matura", adulta, intelligente, debba prescindere dalla visione dei miracoli - come se i miracoli fossero segni avvenuti in passato, intrinsecamente legati ai tempi e innecessari alla fede moderna. Un'ottica assai progressista della fede. Sotto silenzio passano due scuole di pensiero: la prima, tipica di chi desidera l'appagamento della propria superiorità intellettuale, che confina i miracoli nella sfera della superstizione popolare; la seconda, quella più eretica e laica, che guarda ai miracoli come ad episodi/storielle meramente simbolici, che vogliono in realtà parlare di qualcosa di serio.
E' più difficile credere ai miracoli nel mondo moderno, in cui si cerca di analizzare ogni fenomeno al microscopio. Ed è bello che sia così, affinché sia possibile accertare un'autenticità del miracolo. Per lo scettico, per il razionale, è particolarmente difficile credervi: storicamente i miracoli non avvengono in pubblico, ma rimangono confinati nel privato e nel segreto. Il desiderio umano di "chiedere un segno per poter credere" è un tentare Dio, a cui Dio risponde "non avrete alcun segno, se non il segno di Giona". Questa è la pietra di scandalo, che confonde i sapienti e separa i fedeli dagli increduli. Per il sapiente, infatti, "non avrete alcun segno" è una conferma che i miracoli non esistono e si possono spacciare solo agli ignoranti. Il sapiente si compiace così della sua intelligenza. Non in questo modo funziona la fede.
Anche nei tempi moderni si registrano tuttavia casi straordinari di fenomeni miracolosi di massa. Oggi si celebra il ricordo delle apparizioni di Fatima, in cui il prodigio del 13 ottobre 1917 fu visto da 70.000 persone. Riporto un passaggio dalla rubrica Santi e Beati di oggi.
"Avvenne lo strepitoso prodigio del sole; riportiamo qui la descrizione fatta dal giornalista, libero pensatore Avelino d’Almeida, direttore del giornale di Lisbona “O Seculo”, presente al fenomeno e che pubblicò nell’edizione del mattino di lunedì 15 ottobre 1917.
'Abbiamo assistito ad uno spettacolo unico ed incredibile, per chi non era presente. Il sole sembrava un disco d’argento opaco, non riscaldava, non offuscava. Si poteva dire che fosse un’eclissi. Si sentì allora un grido: ‘Miracolo, Miracolo!’. Di fronte agli occhi sbalorditi della gente, il cui atteggiamento ci riportava ai tempi Biblici, e che, pallidi di paura e con le teste scoperte, guardavano il cielo azzurro, il sole che tremava, che faceva movimenti rapidi, mai visti prima, estranei alle leggi cosmiche, il sole ‘cominciò a ballare’ come dicono i contadini. C’era solo una cosa da fare, cioè che gli scienziati spiegassero con tutta la loro sapienza il fantastico ballo del sole che oggi, a Fatima, ha levato un ‘Osanna’ dal cuore dei fedeli e che, secondo testimoni affidabili, ha impressionato perfino i liberi pensatori ed altri senza convinzioni religiose, che sono venuti a questo luogo d’ora in poi celebre'. Quando tutto ciò finì, gli abiti di tutti prima bagnati dall’insistente pioggia, erano perfettamente asciutti; alla Cova da Iria la Madonna era veramente apparsa e si era manifestata con un miracolo visto dai presenti stupiti e terrorizzati."

lunedì 11 maggio 2009

La democrazia come un pendolo

La democrazia è un sistema di governo ibrido, che si manifesta in una serie di sfumature: è come un pendolo che oscilla tra assolutismo ed anarchia. A seconda della forza o debolezza dello Stato, possiamo ipotizzare che una democrazia sia più o meno vicina ad uno di questi versanti.
Dove oscilla il pendolo del sistema Italia si può facilmente capire affrontando la tematica clandestini.
Nasce subito una grossa polemica quando si ipotizza che a certe categorie (ad esempio medici o insegnanti/presidi) sia affidato l'obbligo di denunciare eventuali clandestini. Ed è effettivamente un brutto obbligo, che tocca la coscienza degli individui: come non desiderare che cure mediche ed insegnamento siano rivolte a tutti? Non sono forse diritti costituzionali? Sono diritti che vorremmo vedere applicati particolarmente ai più deboli, ai più poveri, come coloro tra gli immigrati che non hanno nessun riconoscimento, che vivono privazioni indicibili, che spesso fuggono da luoghi di desolazione. Non sembra necessario rivoltarsi contro uno Stato che pensa in questo modo, che ci chiede di ingoiare un boccone amaro, con il pretesto di difendere alcuni supposti diritti dei cittadini italiani che già hanno la pancia piena?
Moralmente è inaccettabile. Detto questo, ci si trova in una situazione inaccettabile proprio perché lo Stato è debole a priori, è debole da tempo, e a dettare legge sono i moti di piazza più che l'attività di governo.
Infatti gli stessi servizi sono liberamente offerti agli immigrati regolari. Anzi, dovremmo essere particolarmente lieti di lavoratori stranieri che danno un contributo economico alla società e desiderano istruire se stessi o i loro figli, individui che vivono in condizioni di povertà quasi intollerabili ma che in certa misura desiderano far parte di un tessuto sociale più integrato.
La sottile differenza tra il regolare e il clandestino, tuttavia, è un crimine: e come tale il vero fallimento dello Stato è quello di non riuscire ad arginare il crimine prima che si manifesti.
Uno Stato che disciplinasse l'immigrazione prima che questa si manifesti clandestinamente, che riconoscesse il costo sociale dell'immigrazione di massa - prima di guardare ad un beneficio economico, che sembra sempre meno alto - uno Stato che non si facesse condizionare dagli slogan di piazza: questo sarebbe uno Stato forte. Uno Stato è forte non quando rimanda indietro le navi di disperati che ci arrivano dal Nord Africa (chissà quanto avremo dovuto pagare la Libia per questo scherzetto); uno Stato è forte quando le navi non partono nemmeno, perché esuli e trafficanti già sanno che in Italia non ci si arriva illegalmente, o se ci arrivi vieni beccato subito.
Qualche sforzo nella direzione giusta si sta certamente facendo, ma il passo più importante rimane quello di ristituire forza e dignità allo Stato. Una cosa che soprattutto il ministro Brunetta sembra aver compreso bene.

venerdì 8 maggio 2009

Crepuscolo

A prescindere dall'ispirazione mormonica o meno dei romanzi della Meyer, il primo film della saga - Twilight - nella sua semplicità e banalizzazione cinematografica propone un'enorme quantità di messaggi, assai più forti di quelli che una patinata locandina hollywoodiana potrebbe lasciar intendere.
E' una storia in cui i vampiri sono dei superuomini bellissimi, fortissimi, integerrimi, quasi dei santi moderni, il punto di arrivo della nostra civiltà; mentre gli uomini sono sgraziati, bruttini, sfigati, delle creature ancora in evoluzione. E' la storia di un grandissimo amore tra un bel vampiro e una bella ragazza solitaria, ma è un amore puramente istintivo, chimico: Edward impazzisce per il mero profumo di Bella. E' una forma di elezione basata sui sensi, in modo totalmente ancestrale - cosa semplicissima e allo stesso tempo dirompente. Bella vince il vampiro con l'odore (metafora molto primitiva della bellezza estetica) e conquista il ragazzo che tutte desiderano ma di cui nessuna è ancora degna.
Altra cosa curiosa, i vampiri detestano il loro stato - la loro malvagia immortalità, la loro perfezione - e bramano la linfa umana, la vita umana. Sono creature del male, senza speranza di salvezza divina, che però odiano la propria natura malvagia e aspirano ad una forma di vivere civile, cercando di guadagnarsi una salvezza "laica" combattendo il loro istinto diabolico. Sono demoni pentiti che rimpiangono la perduta natura umana, e cercano di viverne una parodia sperando che questo possa bastare a riscattarli. Non è forse la condizione dell'uomo che ha abbandonato Dio, l'uomo che vive in peccato mortale e che non trova una speranza al di là del mondo terreno?
Il vampiro è quasi paragonabile al superuomo nietzschiano, un uomo regredito allo stato primevo, al di là di bene, male, passato, futuro, salvezza possibili, che vive ogni giorno come un'eternità - trascorrendola nei divertimenti - e per cui l'eternità è come un giorno. Il suo progresso è la decadenza dalla condizione umana, per tornare più forte e insoddisfatto di prima ad uno stadio ancestrale. Ritorna cioè ad un giardino dell'Eden che è stato abbandonato da Dio, in cui l'unico albero rimasto in piedi è ironicamente un melo.

giovedì 7 maggio 2009

Superlativa normalità

Il mondo è bello perché è vario, ed è molto vario, e portandoci tutti gli uni più vicini agli altri sembra ancora più vario. A un punto che ci si chiede che cosa sia normale e cosa non lo sia più.
Non è facile definire la normalità tra gli uomini; anzi la parola comincia a suonarci noiosa, sinonimo di monotonia. Come un film che si è visto troppe volte, un copione sempre uguale a se stesso. Oggi desideriamo cose sempre diverse, soprattutto desideriamo essere diversi dagli altri e fare cose diverse. Come mai la normalità è diventata sospetta, indesiderabile? Cos'è la normalità?
La normalità è nascere e morire; lavorare, fare una famiglia, crescere dei figli. E' vivere una vita dignitosa, sopportando le difficoltà della vita senza essere noi stessi causa volontaria di strappi, rovesciamenti, ricerca di illusioni. E' una famiglia che non si separa e non litiga, è una casa ordinata, è un lavoro onesto. E' una rinuncia a se stessi per mettere qualcun altro al primo posto, per far funzionare insieme qualcosa. E' la forza di non scendere a compromessi facili, ma preferire la porta stretta che dà su di una retta via, una felicità costruita lentamente.
Messa così non è proprio facile la normalità, anzi ha un ché di straordinario, di sfidante. Non è il dipinto della famiglia perfetta, non è uno stereotipo: è uno sforzo personale, un desiderio di qualcosa d'altro, di qualcosa in più.
Non è vero che oggi cerchiamo invece proprio l'opposto? Siamo in un mondo che non valorizza il gruppo, la famiglia, ma che anzi spinge al protagonismo personale, all'accentuazione sfrenata di caratteristiche individuali (estetica, personalità, modi di fare, abilità particolari). E' importante essere qualcuno, ed essere circondato da qualcuno. Per questo a volte non ha importanza sposarsi e separarsi, abortire, abortirsi, avere esperienze sessuali di ogni tipo, concedersi dei lussi. Molte di queste scelte sono spesso causate da grossi problemi, paure, fretta, e non si può generalizzare; ma la responsabilità delle proprie scelte rimane. Ciò che manca è una consapevole prospettiva del futuro: dove sto portando la mia vita e la mia storia? Dove voglio arrivare? Traguardi ambiziosi cercasi. Invece sembra contare solo l'io e l'ora.

mercoledì 6 maggio 2009

Calma andreottiana

Mi stupisce e mi piace la calma andreottiana, una calma che solo pochi individui - politici o meno - riescono a conquistare. L'arena della vita ci getta addosso ogni giorno un'infinità di problemi e tempra la nostra pazienza come un maglio incessante. Quante occasioni abbiamo ogni giorno per perdere la testa dal nervosismo? Per abbandonarci e cedere ai colpi che ci arrivano? E probabilmente sono poca cosa rispetto al fango, all'ipocrisia, alla negatività che si respira in politica, dove fatti e verità divengono quotidiani esercizi di manipolazione e di sofismo. Dove le persone sono oggetto di attacco diretto, personale, opportunistico, spietato. Dove si può trovare la forza per sopportare tutti questi problemi con un onesto sorriso sulle labbra?
Credo che tra le varie risposte ci sia una grande comprensione della natura umana e dei rapporti tra gli uomini. Comprendere che l'uomo è piccolo, ha piccole ambizioni, non riesce a guardare lontano. E' un uomo con tante paure, tante debolezze, un uomo che crede sempre di essere nel giusto e che le proprie ragioni valgano più di quelle degli altri. Un uomo egoista che non si avvede del proprio egoismo, che anzi riesce a guardarsi allo specchio e lodarsi per la propria generosità. Non è dagli uomini con una grande anima che scaturiscono mali ed offese, volgarità e intolleranza, ma da quelli che ancora non hanno trovato il proprio spirito, la luce al di là del tunnel della vita.
Si può affrontare con calma uomini di questo tipo solo vincendoli con l'intelligenza dello spirito, solo perdonandoli in grazia dei loro limiti. Ma anche riuscendo a dare il giusto peso alle cose, avendo la certezza delle cose importanti e ignorando tutto ciò che di negativo e di passeggero non merita alcuna attenzione.

lunedì 4 maggio 2009

Costituzione


È veramente interessante leggere i testi costituzionali dei principali paesi occidentali, permette di farsi un’idea sulle forme e i cardini su cui si costituisce il gruppo. Rappresenta la sintesi della storia e dei principi su cui si è fondato ed evoluto lo stato, riflette i tempi e il passaggio dei tempi.
Ancora più interessante è leggere gli statuti del passato, o leggere le costituzioni di paesi lontani ed esotici, per farsi una vera idea della differenza tra le prospettive nazionali.
Questi testi costitutivi hanno però un fascino particolare, quasi religioso, poiché delineano una sorgente: rappresentano l’origine della legge da cui a cascata nasce l’ordine quotidiano della società.
Dell’Italia diciamo spesso che ha una costituzione rigida e poco flessibile, ed è certamente vero; cosa che da un lato garantisce un solido appiglio ad una democrazia che fin dall’inizio si è compreso essere debole, e bisognosa di crescere; dall’altro crea un impedimento alle eventuali necessità di reagire anche a livello costitutivo al cambiamento dei tempi. Un tema su cui la costituzione è rimasta saggiamente flessibile è l’articolo 69: “i membri del Parlamento ricevono un'indennità stabilita dalla legge”, lasciando “alla legge” (e cioè gli stessi membri del Parlamento) la libertà di stabilirla come vogliono. In tal senso era forse più apprezzabile dagli elettori l’articolo 50 del vecchio Statuto albertino secondo cui “le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità”. Un bel cambiamento dalla monarchia alla repubblica.
Tornando all’attuale costituzione, nonostante la laicità sempre più pronunciata delle istituzioni, sorprende con piacere un articolo 4 secondo cui “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il lavoro, cioè, oltre ad essere un diritto è anche un dovere; ma un dovere a cui è associato uno scopo: quello di un progresso, una crescita, un miglioramento. Cosa ancora più sorprendente, questo miglioramento non è necessariamente solo materiale, ma anche spirituale: la costituzione riconosce una necessità di sviluppo spirituale per la società stessa - non solo per l’individuo - e la promuove come missione doverosa del lavoro.
Aspetti meno liberali sono contenuti nella sezione sui rapporti economici (che curiosamente sono riportati prima dei “rapporti politici”), in particolare l’articolo 36 che recita: “la durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Tutte ottime intenzioni, ma che non vanno nel segno della libera iniziativa dei cittadini. Ancora peggiore l’articolo 39, secondo cui “ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. I sindacati possono stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. I sindacati sono pertanto organizzazioni pressoché prive di trasparenza, senza vincoli, ma in grado di gettare vincoli sostanziali per una serie di persone.
Altra cosa difficilmente spiegabile è come si possano desiderare (e mantenere) seicentotrenta deputati e trecentoquindici senatori.

sabato 2 maggio 2009

Perfezionismi

Riflettevo sul valore del tempo, su quante cose si possano fare in una giornata. Ci sono date possibilità straordinarie per utilizzare il nostro tempo. È un mondo così ricco, pieno di cose da conoscere, di materie da studiare. Pieno di cose da fare, di problemi da risolvere, di storture da raddrizzare. È un mondo in cui esiste il “bello” come concetto non soggettivo, un bello che va protetto, amato, creato e riportato alla luce. È un mondo in cui possiamo impegnarci a migliorare le cose, renderle perfette, ma che immane lavoro!
Serve più della umana volontà, più della costanza ferrea. Siamo tutti più o meno onesti con noi stessi e cerchiamo di fare del nostro meglio, ci convinciamo di fare tutto il possibile, ma non è vero. Ci diamo degli obiettivi, spesso molto facili, e quando li raggiungiamo poi ce ne accontentiamo. Come colui che corre, che appena tagliato il traguardo si ferma per riposare, ed è anche giusto che sia così. Ma quanto è migliore quel corridore che non si ferma al traguardo, ma anzi continua a correre? Quanto lontano potrà arrivare?
L’unico modo che abbiamo per vincere il mondo è fare quel passo in più, quel passo che non faremmo se dipendesse solo da noi. Ma quel passo è la differenza tra il tutto e il niente. È quel passo che ci spinge a lavorare sempre meglio, ci fa apprezzare una casa ordinata, ci chiede di non sporcare l’ambiente, ci fa rinunciare a tante cose inutili. È un passo che plasma la nostra anima e il nostro corpo e che cambia il nostro modo di pensare.
Anima e corpo non sono molto simili? Come il corpo richiede cure, allenamento, attenzioni, non è forse così anche per la nostra anima? Quanti balsami, profumi, accessori compriamo per il nostro corpo, come lo laviamo, come ci stiamo attenti. Non ci sono forse balsami per la nostra anima, non richiede anch’essa attenzione e pulizia? È bella una persona di bell’aspetto, ma quanto sarà più bella se avrà anche una grande anima?
Con la vita abbiamo anche la grande occasione di spingerci sempre più avanti, di migliorarci sotto ogni aspetto, alla luce di un grande obiettivo che è fare di questa Terra un paradiso. Quale peccato sarebbe sprecare una simile opportunità.

martedì 28 aprile 2009

Vita tradizionale

Com'è il vivere tradizionale? E' come una piccola comunità, che si regge sulle forze e i talenti dei suoi membri, in cui ciascun individuo è prezioso per il bene di tutti. Sarebbe folle per l'individuo andare contro l'armonia del gruppo, lottare contro il gruppo, perché è proprio nella comunità che l'individuo trova la sua pienezza. E' una società in cui spontaneamente e felicemente ciascuno mette gli altri al primo posto, perché il bene della comunità viene prima ed è indispensabile a garantire il bene del singolo.
E' una società ordinata, in cui il suddito non è da meno del re. Il suddito non prova invidia per il potere del re, poiché ne rispetta il ruolo e le capacità; e il re non si approfitta della sua posizione, né crea occasione di invidia con atti di vanità. Il re garantisce l'ordine per il suddito, il suddito ripaga il re con la sua fedeltà - che è fedeltà al gruppo, per il bene superiore di tutti.
E' una società in cui forma e contenuto sono allineati, non c'è doppiezza di pensiero, non c'è divergenza di scopi. E' una promessa di vita semplice, ardua, povera, sfidante, che pochi riescono a desiderare e che non può realizzarsi sulla terra se non in poche oasi. E' un sogno che si porta nel cuore, ma uno di quei sogni contagiosi che quando li riesci a sognare restano poi sempre davanti agli occhi, e portano a scelte nuove e meravigliose nella vita di tutti i giorni. E' uno di quei sogni difficili, ma che dà grandi speranze.
Quanto è strana questa battaglia dei contrasti, per cui gioia e soddisfazione non vengono dalle cose facili, ma da quelle più difficili; e tanto più sembrano impossibili e richiedono sforzi e sangue e sudore, tanto più sono mirabili le opere che riusciamo a costruire. Quanto è strano che ciò che sembra più piacevole, attraente, eccitante, spesso risulti completamente vano, inutile, caduco; mentre proprio dove non ce l'aspettiamo, da ciò che ci crea angoscia, timore, scoramento, troviamo poi nuovi cieli e nuovi mari.

lunedì 27 aprile 2009

Informazione finanziaria

La nuova influenza ha destato immediatamente il giusto interesse dei media, anche se con effetti a dir poco contrastanti. I quotidiani di informazione cercano di stare sempre più sul pezzo con i numeri aggiornati degli ammalati, la diffusione del contagio, i farmaci e le ricette più efficaci, cercando di fare informazione seminando discretamente il maggior panico possibile. Al contrario i più pragmatici servizi di informazione finanziaria, come il messaggio riportato su bloomberg che allego qui sotto, che registrano con favore il rialzo dei listini in seguito alle brutte notizie.
"(ANSA) - MILANO, 27 APR - Seduta positiva, dopo un po' di tentennamenti, per le borse europee, grazie al buon andamento dei titoli farmaceutici, che hanno beneficiato delle attese di un incremento delle vendite di medicinali per arginare l'influenza da suini. La corsa dei titoli del comparto (+2,79% il Dj stoxx del settore farmaceutico) ha più che compensato i cali registrati dalle compagnie aeree e delle aziende esposte sul fronte dei trasporti, dove è prevalsa l'idea di una frenata dell'attività legata ai timori di diffusione dell'epidemia.
E' il caso di Autogrill, gruppo attivo non solo sulle autostrade ma soprattutto nella ristorazione negli aeroporti, dove è presente anche in molti scali del Nord America. La società della famiglia Benetton ha ceduto a Piazza Affari il 4,95%. Dal lato dei possibili beneficiari dell'epidemia, da registrare invece lo strappo, sulla piazza londinese, di Glaxo (+6,1%) che produce il farmaco Relenza, il più richiesto in questo momento, accanto al Tamiflu della Roche (+3,5% a Zurigo), dai governi per curare l'influenza. E non è un caso che la borsa elevetica abbia segnato il maggior rialzo della giornata."

domenica 26 aprile 2009

Risurrezione


Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana.
Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. Non lasciatevi ingannare, ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna. Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?”. Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale.

sabato 25 aprile 2009

Note primaverili

Quale forza, quale bellezza nella fragilità dell’uomo... Siamo così piccoli, infinitesimali, e nonostante tutto cerchiamo e crediamo di poter controllare la nostra vita. Viviamo, sopravviviamo, ogni giorno sopportiamo mille difficoltà, ma andiamo avanti perché non possiamo fare diversamente. Come non provare gioia e tristezza per la condizione dell’uomo? Un uomo che è così incline a dimenticare. Dimentica le sue fatiche passate, le sue sofferenze, le sue battaglie, e spensieratamente commette ogni volta gli stessi errori. Un uomo che non si chiede da dove viene e dove va, non trova il suo senso nel giardino del mondo, perde il contatto con le generazioni del passato, vive la sua vita giorno per giorno sentendosi fortunato se ha qualcosa per tirare avanti.
In un mondo che dà occasioni di grande allegria, che quando c’è sembra non finire mai, e grandi dolori, che sul momento appaioni insuperabili; ma tutto alimenta quel grande calderone che è il passato, che non esiste più, mentre rimane sempre qualcosa da fare, da vivere, di cui preoccuparsi.
Come non vedere che non c’è l’io e l’altro, che il nostro corpo non finisce all’estremità della nostra mano, ma è un continuo nel Tutto, in questo mondo in cui siamo immersi e da cui non possiamo uscire. Un mondo in cui infatti non c’è dentro né fuori, perché c’è solo il Tutto, e noi di questo siamo parte, tutto nel Tutto. Non vedere che nel volo di una rondine è racchiuso tutto il mistero della vita, i segni del tempo e la storia della terra, alla luce di un sole che nasce e muore ogni giorno.

giovedì 23 aprile 2009

Democrazia italiana

E' del secolo scorso il concetto che la democrazia sia il capolinea come sistema di organizzazione politica per eccellenza, e in quanto tale vada promosso ed esportato nel mondo. Per quanto si possa anche essere d'accordo con le premesse, esportare sistemi organizzativi di questo tipo è pressoché impossibile.
E' la storia di un popolo a determinarne naturalmente la forma organizzativa, attraverso un processo di piccoli progressivi miglioramenti, di spinte positive e negative, che promuovono e sfidano il raggiungimento di un equilibrio sempre più stabile. Tale equilibrio rifletterà anche lo spirito e la natura dei suoi cittadini, i cui cambiamenti richiedono lunghe generazioni per manifestarsi in modo sostanziale.
La democrazia non è un sistema organizzativo naturale. Non è la prima soluzione che nasca spontanea all'interno di un gruppo, anzi, ha richiesto millenni per manifestarsi. Per quanto si possano creare in varie forme, specialmente dall'esterno, le condizioni strutturali perché si costituisca una democrazia - tramite la costruzione ad hoc di un apparato normativo, di leggi democratiche e di un potere esecutivo che gestisca il nuovo ordine sociale - non per questo i cittadini saranno pronti per la vita democratica.
L'Italia non è nata come una democrazia, e non si è guadagnata la democrazia. La democrazia è stata costruita dagli alleati sulle rovine di una dittatura, una dittatura che gli italiani da soli non sono riusciti a cambiare - ma che anzi sarebbe verosimilmente continuata, qualora non fosse implosa nei disordini mondiali dell'epoca.
Condizione indispensabile per il funzionamento della democrazia è prima di tutto il desiderio dei cittadini di farne parte, di costituirsi insieme in una comunità equa e organizzata. Se il sentimento civico non è profondamente scolpito nei cuori degli individui, ma ognuno è per sè, non potrà mai realizzarsi - se non molto lentamente e con una buona dose di fortuna - una società realmente democratica. Per quanto in Italia le strutture democratiche siano ormai consolidate, tra lo spirito delle leggi e la volontà/il comportamento dei cittadini ci sta ancora un mare. Ne abbiamo di strada da fare prima di raggiungere il traguardo.

martedì 21 aprile 2009

Un tema delicato

Un po' mi sorprende quanto sia inflazionata la parola razzismo, come sia diventata versatile. Si e' trasformata in un insulto - Razzista! - usato in politica per decretare una condanna senza appello dell'avversario. Ha assunto così tante sfaccettature, angolazioni, che non può nemmeno essere soggetta a discussione e sfugge ad ogni tentativo di discorso o dialogo. Quando lo spettro del razzismo viene evocato, non esiste più ragione o possibilità di un confronto civile e politico: solo un senso di vergogna e un desiderio di penitenza che dovrebbe pervadere chi è oggetto dell'accusa.
Nel paradosso del progressismo laico, del politicamente corretto come religione, dello snobismo intellettuale lontano dalla concretezza delle cose, l'accusa di razzismo è diventata l'arma prediletta per screditare la parte avversa in qualunque situazione. E' sinonimo di intollerante, ignorante, stupido, criminale, violento, nemico dell'uguaglianza. Ha assunto così tanti significati da aver perso quasi senso, certamente il senso originario della parola.
Il razzismo nasce come "teoria della differenza delle razze" o razzismo biologico, in base al quale il sangue/DNA costituisce naturalmente una discriminazione tra gli individui (intesa come separazione, diversità). Cosa che potrà forse essere anche vera, visto che nessuno ha il medesimo patrimonio cromosomico di un altro individuo, ma che difficilmente può essere intesa come "superiorità genetica" di un popolo rispetto ad un altro, così come è stata interpretata nella storia, con le sue barbare conseguenze; e, con questo scandalo, il significato della parola razzismo si è trasformato nel generico senso dispregiativo di discriminazione.
Si usa la parola razzismo per identificare discriminazioni di tipo religioso, culturale, sessuale; quasi mai per discriminazioni razziali. E' così sciocca e stupida l'idea di discriminazione razziale che non ci crede nessuno. Ma il peso morale che la parola si trascina dietro ne fa un'arma eccezionale di attacco politico, a prescindere che abbia veramente senso usarla o meno.
Non bisogna essere parte di un elite intellettuale per condannare quello che costoro intendono come razzismo. Qualunque idea che teorizzi, giustifichi o promuova la violenza anche su di un solo individuo, è certamente malefica e va condannata. Non per questo bisogna rifiutare di toccare i temi più caldi del mondo in cui viviamo, un mondo che mette in confronto e spesso in conflitto diversi paesi, culture e religioni. Un mondo in cui gli uomini sono sostanzialmente diversi. Sono diversi fin dalla nascita, per ceto, salute fisica, statura, lingua, colore, religione, cultura. Crescendo diventano ancora più diversi, affinando idee e personalità anche diametralmente opposte. La diversità degli uomini è una fortuna, una salvezza, un'occasione. Dire che gli uomini sono tutti uguali, oltre ad essere completamente falso, sminuisce soltanto l'unicità e il valore del singolo individuo.
La diversità fa paura, ma paradossalmente fa paura a quelli che predicano l'uguaglianza a tutti i costi. Per questo chiunque si azzardi a entrare nel campo della diversità tra gli uomini, si addentra nel campo minato del loro razzismo.

sabato 18 aprile 2009

Parole, parole

Alcuni recenti scandali televisivi hanno rilanciato il dibattito sulla libertà di parola, che sembra essere poco presente in Italia.
Quella di parola torna ad essere una libertà scomoda, per varie ragioni. Un’altra di quelle libertà che, se ci fosse un arbitro imparziale in possesso della Verità sui fatti, non sarebbe necessario concedere; ma poiché a nessuno in democrazia è consentito dire ciò che è giusto o sbagliato, ma solo ciò che pensa, si ricade in quelle situazioni di relativismo già descritte in cui, nella sostanza, giusto e sbagliato trovano ad avere la stessa legittimità. E’ uno dei fallimenti morali della democrazia, anche se viene accettato per il bene superiore della collettività, cioè la salvaguardia della democrazia stessa. Se il custode della Verità ci fosse, infatti, sarebbe un tiranno; e il rimedio alla tirannia è l’amaro calice di bene e male rimescolati, tollerati, superati, nella possibilità di dipingere il re nudo.
Si dice che una democrazia che consente la massima libertà di parola è una democrazia forte, una democrazia matura, che ha gli strumenti per gestire il “caos” delle libertà. Sicuramente vero; fermo restando che alle istituzioni dovrebbe spettare un ruolo di arbitro, almeno morale: infatti chi può dire ciò che è bene o male per la comunità se non i suoi rappresentanti? E il fine dei rappresentanti, il fine della democrazia, quale è, se non gestire l’organizzazione della vita in un modo sempre migliore, che permetta la crescita e il rafforzamento del gruppo? Se pertanto uno dei pregi della democrazia è avere elementi centrifughi che vadano “contro” il gruppo stesso, è tuttavia importante che il gruppo si tuteli affinché tali spinte non diventino disgreganti, e vanifichino lo stesso scopo della democrazia.
La libertà di parola, pertanto, è legittima in ogni ambito della vita personale; ma va necessariamente limitata nella sfera pubblica - in particolare nei media, quando a parlare non sono i rappresentanti diretti del popolo. Un conto è fare due chiacchiere al bar; un altro è dire le stesse cose su una rete televisiva nazionale, con un potere di diffusione enorme, non essendo stati prima legittimati ad essere “voce del popolo” (cioè rappresentanti e organo della democrazia).
Se infatti un rappresentante del popolo dovrebbe godere il massimo diritto di libertà di parola nei confronti del pubblico, e avere la possibilità di raggiungere il massimo numero di individui, non così dovrebbe essere per un qualsiasi cittadino che parla solamente per sé, ma le cui opinioni – che vanno ad assumere lo stesso peso, o anche superiore, di quelle di un rappresentante del popolo – possono arrecare un grave danno alla coesione e all’armonia sociale, un bene che di questi tempi è senza prezzo.

martedì 14 aprile 2009

Eroi - J.R.R. Tolkien


Scrittore, poeta, filologo. Combattente volontario nell'esercito britannico durante la prima guerra mondiale, professore di lingua e letteratura inglese a Oxford, proclamato cavaliere - col rango di Comandante - del Supremo Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta II. Ma soprattutto un grande cattolico, un uomo semplice, marito e padre di famiglia. Nato a Bloemfontein in Sud Africa nel 1892, visse a Oxford per la maggior parte della sua vita e morì a Bournemouth nel 1973.
I dati salienti della sua vita si possono facilmente trovare in rete, ma difficilmente possono dare un'idea completa di questo eroe della Tradizione. Tolkien ha visto, compreso e assimilato lo spirito della sua terra, restituendolo in un'opera nuova, in modo che si aprisse alle menti di tutti. Uno spirito antico e nuovo, semplice e potente, tanto puro da essere inebriante; uno spirito che lui ha raccolto e condensato alla luce della sua fede, distillandolo come un mosaico di stupenda bellezza. Le sue opere hanno il profumo dell'erba e della terra, di fiori e piante, di amore per le cose che crescono. Di allegria e semplicità, di aspirazione per ciò che è bello, di grandi sacrifici da parte di piccola gente. Il suo capolavoro ha il respiro del tempo che passa, delle epoche che si susseguono; mentre sempre più si allenta il legame tra l'uomo e il suo Creatore, e la Verità diventa pian piano un tesoro di segreti di cui solo pochi serbano ancora il ricordo.
Troppo grande, troppo ricco, troppo attuale - sempre vero, nell'eternità del mito - non sembra esista un altro scrittore che abbia potuto ripetere un'opera di "sub-creazione", come Tolkien amava definire le opere degli uomini, così verosimile a quella della creazione originaria. Ne dovremo parlare ancora.

domenica 12 aprile 2009

Proiezioni

Manzoni parlava del vizio dell'uomo di "riferir tutto a se stesso", di usare il proprio ego come riferimento per misurare il mondo, per relazionarsi con gli altri, per giudicare. Di collocare se stessi al centro della situazione, come se tutto ciò che accade fosse in dipendenza da noi e parlasse di noi.
Ed è certamente umano e inevitabile, se non necessario, che riferiamo tutto a noi stessi, poiché le scelte che facciamo sono per lo più frutto della nostra personale esperienza. Possiamo imparare la pazienza, la saggezza, il discernimento - e sospendere il giudizio, in modo più o meno critico - resta il fatto che lo spettro di posizioni che riusciamo ad assumere, gli angoli e le diverse prospettive da cui riusciamo a vedere la realtà, dipendono dagli strumenti che ci siamo costruiti nel tempo - il nostro bagaglio.
Un altro modo con cui si può esprimere questo concetto è "chiave di lettura", di interpretazione della realtà.
Tutti hanno la propria chiave di lettura, unica e personale, anche se si può notare come esistano dei gruppi di interpretazione piuttosto omogenei. La chiave di lettura serve per farci arrivare alla comprensione di ciò che non è possibile conoscere con i sensi, ciò che non è dimostrabile scientificamente. Vorrebbe cogliere in particolare l'"anima" degli uomini, i loro pensieri, le loro intenzioni. La chiave di lettura mette insieme i movimenti, le azioni, i comportamenti degli individui, rielabora tutte queste informazioni, e da esse ci consente di dedurre quale sia il motore che spinge una particolare persona a fare quello che la vediamo fare. Un motore che non vediamo, una spinta che non conosciamo - possiamo solo cercare di avvicinarci e di capire. Spesso la chiave di lettura funziona proprio così, mettendo noi stessi dei panni degli altri; ma non nella prospettiva di "comprendere" qualcosa di esterno, appunto l'"altro", ma per riuscire a descrivere il comportamento degli altri basandoci su di noi: ciò che noi faremmo, penseremmo, intenderemmo, se ci stessimo comportando alla stessa maniera. Stiamo cioè semplicemente proiettando noi stessi sugli altri e sulla loro situazione.
Ipotizziamo di passeggiare per strada, e di vedere un povero che si toglie il cappello al passare di un potente. Per quale ragione può averlo fatto?
Può averlo fatto per una manifestanzione di sottomissione, di inferiorità, e perché le convenzioni sociali del suo tempo impongono - o costringono - a mostrare tale condizione. L'avrà fatto pertanto controvoglia, ipocritamente, perché costretto dalla sua umile situazione. Oppure l'ha fatto perché ha desiderio di ricevere favori, assistenza, protezione. L'ha fatto per motivi utilitaristici, ed il rispetto che manifesta è soltanto una forma di corrispettivo per qualcosa che si aspetta di ricevere in futuro, o che ha ricevuto in passato. Oppure l'ha fatto per pura cortesia, educazione, perché così fa al passare di chiunque altro di sua conoscenza; e si sente meglio a fare un gesto di cortesia disinteressato piuttosto che uno ipocrita.
Una di queste possibilità è vera, e non potremo mai sapere quale; possiamo solo "sceglierla". Quale sceglieremo pertanto? La risposta saà la nostra proiezione, rappresenta la nostra chiave di lettura e ci aiuta a capire meglio chi siamo noi stessi. Resta il fatto che, mentre è assai più facile accettare le prime soluzioni, quelle negative, risulta più difficile oggi credere in quella positiva; la grande categoria marxista-scientifica ha devastato l'anima dell'uomo come possibilità di avere buone intenzioni, riconducendo tutto ad un gioco causa-effetto di necessità materiale, di conflitto infinito per le risorse, di armonia sociale basata sul livellamento degli uomini allo stesso massimo (o minimo) comune denominatore.
"La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!" Come pure è stato detto, "non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo! Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, questo rende immondo l’uomo".

venerdì 10 aprile 2009

Volontà

Come è semplice l'anima delle cose. Se ci soffermiamo con lo sguardo abbastanza, cercando di carpirne il senso nascosto, ci avviciniamo alle profondità di un pozzo di misteri, di piccole luci scintillanti, di segreti giocosamente sussurrati.
Cose grandi e piccole, vive e inanimate, calde e fredde. Alcune esistenti in natura, altre plasmate dall'uomo, tutte ormai gettate nella stessa arena, pedine nella scacchiera del mondo. E si muovono, si spostano, si avvicinano; ciascuna di per sè, ciascuna insieme a tutte le altre. Tutte unite nel gioco di attrazioni e repulsioni, di forze simili e contrarie, che tutto spinge verso nuovi e maggiori equilibri. L'equilibrio è una delle leggi più grandi dell'universo, tutto tende incessantemente verso di esso. Ma rimane una scintilla originaria, un impulso esterno, slegato, intangibile, da cui ciascun movimento procede; è la Volontà.
L'uomo stesso ne è esempio: ci è dato l'intelletto di discernere, ponderare e scegliere; e in base alla nostra volontà diamo una direzione al moto delle cose e degli eventi. Imprimiamo una spinta che orienta verso un nuovo equilibrio, diverso dal primo, i cui esiti spesso ci sfuggono, e ne diventiamo consapevoli solo ad equilibrio raggiunto.
Ci sono cose che non si possono descrivere, che non si possono comprendere; ma solo intuire, vedere come di riflesso, come luce troppo forte che filtra da dietro un velo. La ricerca, l'avvicinarsi, superare il velo: questa è la Tradizione, in cui il tempo si scioglie, e nel presente convivono passato e futuro perché tasselli dello stesso arazzo.