martedì 17 dicembre 2013

Cose dimenticate

Mi ha sempre affascinato il tema della saggezza perduta, di verità sepolte nel tempo che soli in pochi ricordano e che di tanto in tanto riaffiorano alla superficie. Una verità che esiste fin dal passato, da quando i primi uomini nella loro innocenza erano in diretto contatto con Dio, e che la “caduta” ha progressivamente occultato con la separazione tra l’umano e il divino. Una caduta dell’uomo che è continuata fino ai tempi della Redenzione, e che in certa misura continua tuttora, spinta avidamente dal principe di questo mondo.
Una di queste verità, che è immediatamente comprensibile a chiunque abbia una fede in Dio, è che non siamo soli a questo mondo. Di fianco agli elementi concreti e materiali, esistono profondi elementi sprituali. Ma per quanto molti di noi oggi abbiano qualche germe di fede, ci riesce sempre così difficile credere al mondo dello spirito. La Terra ci circonda con tutti i suoi limiti, e ad essa crediamo di appartenere, dimenticandoci che siamo molto di più che il semplice nostro corpo terreno.
Dimentichiamo che Dio non è un essere distante, che incontreremo solo alla nostra morte – Egli è qui, ora, che ci vede e sente perfettamente. Un Dio che offendiamo, tentiamo, cerchiamo di piegare alla nostra volontà in mille modi, con la scusa che Egli è buono e ci perdonerà tutto, Lui che perdona come noi non sappiamo perdonare. Egli invece è qui, ci vede e soffre per ciò che facciamo, e il suo amore per i figli ribelli non riesce a trovare sfogo e anime pronte ad accoglierlo.
Dimentichiamo che i nostri angeli sono con noi, e ricordano tutto ciò che facciamo perché sia compiuta ogni giustizia nell’ultimo giorno. Essi ci difendono e offrono ogni sorta di aiuti spirituali e materiali, con la sola speranza che ci possano portare ad una conversione del cuore. Con addirittura la speranza che anche coloro che sono cattivi possano evitare di fare il male, se per qualche attimo riescono ad essere umanamente contenti.
Se dimentichiamo che Dio è qui, ancora più dimentichiamo che il Nemico è certamente qui, visto che il mondo degli angeli caduti e degli uomini caduti appartiene a lui, che governa il senso e i desideri impuri. Il Nemico è qui con tutte le sue legioni, perché ci possano tentare, vagliare, e noi si provi il nostro valore ad essi resistendo, come il ferro grezzo che passa attraverso il fuoco per diventare puro e scintillante.
Dimentichiamo che in qualunque momento la vita terrena può avere fine, e che dovremmo vivere come bambini e come viaggiatori: bambini che si fidano ciecamente del Padre, e viaggiatori con poco bagaglio pronti in qualsiasi momento a partire per la vera avventura.
Dimentichiamo che la nostra anima non morirà mai, per quanto così spesso siamo noi stessi a ucciderla con le nostre offese ad essa e a Dio; e che dove sarà il nostro cuore sarà il nostro tesoro, e così anche la nostra anima: nel cielo o nel fango.
Queste considerazioni dovrebbero bastare a farci cambiare radicalmente vita subito, ora. Ma anche per i più fedeli, sono cose quasi dimenticate.

martedì 3 dicembre 2013

A proposito del corpo

Il corpo è centro di così tante attenzioni: l’esercizio fisico per stare in forma, la dieta, la cura della pelle, i ritocchi per diventare più belli. Esso è anche il principale strumento di piacere sensuale, in tutte le forme: piacere del cibo, del vino, del fumo, della carne. È soprattutto il veicolo con cui operiamo: le mani con cui possiamo fare il bene o il male, i piedi che ci portano alle occasioni di bene o di peccato, la bocca che esprime le cose buone o cattive che sorgono dal cuore, gli occhi che vedono la realtà in una prospettiva di luce o di ombra. E il tutto è governato dalla nostra libera volontà di fare ciò che vogliamo di questo strumento, il corpo, che non è nostro, ma di cui possiamo disporre liberamente. Non è nostro perché, pur potendo prenderci cura di esso, è stato creato da altri – i nostri genitori – e da loro affidato a noi. Loro stessi hanno ricevuto in dono il proprio corpo da padri e madri, in un’eredità che va indietro nel tempo fino al primo uomo e alla prima donna. Il corpo non è nostro perché non abbiamo alcun vero controllo su di esso, e ci può essere tolto in qualsiasi momento. Cosa più importante, noi non siamo il nostro corpo – e con ciò intendo dire che la nostra essenza, il nostro essere vero, eterno, pensante, spirituale; la nostra anima creata ad immagine spirituale di Dio, essa abita il corpo, così come noi abitiamo una casa, ma non è essa il corpo stesso. Meglio ancora, il corpo è come un’automobile guidata dalla nostra volontà, che è il guidatore. L’anima, cosa troppo pura e santa per stare a contatto con questo mondo profanato da tanto male, ha bisogno di un guscio che la protegga finché non possa tornare in cielo; e quel guscio è il corpo.
E più che una casa, il corpo è un tempio – il tempio del nostro spirito, perché lo spirito è cosa divina. Uno spirito che spesso prostriamo nel fango di tanti mali, tanti desideri, tante passioni umane, e che a quel punto di divino ha ben poco. Può Dio stare in un tempio dove albergano avidità, orgoglio, lussuria? Se ne terrà bene alla larga.
E parliamo un po’ di un tema scomodo, che sono i desideri della carne e l’uso che si fa del corpo in questo ambito. Infatti letteralmente dovunque nei media e nella vita pubblica il corpo fisico è divinizzato, e l’uso sensuale di esso è non solo accettato, ma completamente liberalizzato e sottratto ad ogni sfera morale o di giudizio. Ognuno si può congiungere con chi vuole, come quando e quanto vuole, che si tratti di molte persone diverse, a prescindere dal sesso del partner o dei partner, al di là di vincoli matrimoniali esistenti, eccetera. E non è praticamente accettabile che qualcuno possa avere un’idea diversa da quella della totale libertà sessuale.
La verità cristiana è la seguente: che il rapporto d’amore tra due persone è casto, dono divino finalizzato alla procreazione di una santa discendenza di nuovi figli di Dio. Anche l’amore tra lo sposo e la sposa deve essere casto, non porta nel suo occhio la lussuria della carne che spinge uomo e donna a ricercare sempre più eccitanti sensazioni, talora al di fuori del matrimonio e a volte anche al di fuori di un rapporto naturale. Una condotta sessuale ordinata non è solo garanzia di maggiore felicità nella vita, ma è anche un dovere e una responsabilità. Dovere verso di Dio, di fare del corpo un vero tempio in cui non alberghino desideri sensuali comuni alle bestie; dovere verso se stessi, perché siamo molto di più che carne gettata qua e là, carne che comunque perisce e di cui dovremo rendere conto; e dovere verso i nostri cari, che hanno partecipato al lavoro creativo di Dio dandoci la vita e sognando per noi un futuro luminoso, e che una condotta sessuale disordinata o comportamenti irresponsabili (guida pericolosa, assunzione di alcool o stupefacenti, eccetera) mettono in serio rischio. Infatti se il corpo si ammala, si ferisce, si indebolisce o muore perché non ne abbiamo cura, ad esserne colpiti non siamo solo noi, ma anche i nostri cari – ed essere irresponsabili nei nostri comportamenti è egoismo nei loro confronti. Il nostro corpo è anche il corpo dei nostri genitori e dei nostri antenati, la loro stessa carne, e qualunque cosa facciamo di esso la stiamo facendo anche a loro e con loro.
Tutte queste cose sono incomprensibili a coloro il cui occhio è solo volto verso il basso, verso la terra. Chi guarda la terra si incatena al fango e ad esso appartiene. Bisogna essere più ambiziosi e guardare in alto, al cielo, e abbandonare i pesi e le catene del senso che ci legano con tanti inganni. È solo in tale ottica che lo spirito diventa forte, diventa luminoso, e che il corpo si svuota per ospitare lo spirito di Dio con le sue luci e le sue verità. Saremo sempre tentati, finché il leone ruggente che vuole la nostra rovina ci girerà attorno in questo mondo. Avremo sempre desideri, passioni e tentazioni. Cedere ad esse non è naturale o inevitabile, è debolezza; è scegliere la strada in discesa, la porta ampia e spaziosa che conduce alla rovina. Non illudiamoci di essere fatti in un certo modo, e di non poter cambiare. È un pensiero folle e pericoloso. Noi siamo diamanti grezzi, e sta alla nostra volontà fare di noi una gemma pulita, ordinata, luminosa; un fiore che sta nelle mani degli angeli, e il cui profumo è gloria in eterno. Siamo su questa terra apposta per cambiare e diventare perfetti, come Dio è perfetto.

domenica 10 novembre 2013

La Prima Legge

Da un po' non scrivo di politica, attualità, economia. La voglia di scriverne certo ritornerà, ma quanto più si fissano gli occhi sul vasto e meraviglioso mondo dello spirito, tanto meno interessante sembra questo mondo così pesante, appesantito di materia e di piccole o grandi miserie. Scrivere dell’attuale politica italiana, ma anche globale, mi sembra come parlare di cronaca sportiva o di intrattenimento, piuttosto che di cose vere, utili, interessanti. Così non sarebbe se qualcuno veramente mettesse lo spirito e la fede in politica, ma per il momento così non è - e quindi continuo a parlare del mondo dello spirito, perché quando vengono certe intuizioni spirituali esse vanno seguite, e queste luci che mi si sono accese da ieri hanno bisogno di essere condivise e messe per iscritto.
Vorrei parlare della ragione per cui è giusto, meravoglioso e necessario amare Dio sopra ogni cosa, più di ogni cosa, e prima di ogni cosa. Amore è una parola così inflazionata e ambigua, che va usata con una certa cautela. Amore ha assunto il significato assai terreno di desiderio, passione, una forza che sprigiona da un individuo per legarlo ad un altro. L’amore cristiano, invece, ha il significato di carità, di abnegazione, di sacrificio, di nostalgia: tenere in minimo conto noi stessi, per il bene degli altri; e nostalgia perché ci è dolce l’attesa della ricompensa futura e della riunione in cielo degli affetti terreni.
Quando si discute in termini umani del fatto che Dio vada amato sopra ogni cosa, chi non crede – ma anche molti che credono – hanno difficoltà a comprendere o condividere tale pensiero. Amare l’Invisibile, l’Indiscernibile, sarebbe una sorta di follia. Bisognerebbe prima amare le creature, gli uomini in particolare, e poi forse riuscire ad avvicinare la mente a Dio e portare gli affetti verso le Sue sfere. Nasce un problema, però: non riusciamo, con i nostri mezzi, ad amare le creature. Amiamo naturalmente e spontaneamente i nostri amici, i nostri famigliari, le brave persone che incontriamo. Le amiamo spesso nel senso che non litighiamo, che ci divertiamo insieme, che ci aiutiamo occasionalmente. Ma stiamo parlando di amore, dell’amore che porta al sacrificio di noi stessi per gli amici? Stiamo parlando di carità, per cui quando giunge il momento del bisogno siamo pronti a fare tutto il possibile per questi nostri cari? Spesso anche in piccole famiglie manca vera unione o vero affetto, e quello che c’è è solo lieve o di circostanza.
Chi giunge a predicare le lettere e l’educazione come forma di crescita morale umana, e come unica risorsa laica di amore per tutti gli uomini, parla di un amore astratto che mai viene poi praticato. Si può piangere e commiserare la triste sorte delle umane genti quando le lettere ce la insegnano, e comprendere che l’uomo va compatito per la sua condizione; e poiché vivere è soffrire, tutti vanno rispettati e trattati con gentilezza. Tutto vero, ma è una visione che si ferma ad un po’ di rispetto, ad un po’ di aiuto, e soprattutto una visione che i maestri intellettuali desiderano suscitare negli altri nel labile desiderio che prima o poi si avveri, perché loro stessi fanno fatica a praticarla. È inoltre una visione disperata, perché si ferma ai confini terreni della morte umana, e non abbraccia l’ampiezza salvifica della vita oltre la morte. Abbiamo mai visto qualcuno animato da laici affetti terreni, che non crede alla vita dello spirito, rinunciare alla propria vita e consegnarsi al nulla per il bene degli altri? No, è impossibile. Se alcuni che non hanno fede bramano la morte, è perché trovano la vita insostenibile, terribile senza la luce di Dio, ma non si è visto alcuno che si sacrifichi per il bene degli altri senza tornaconto personale. In sostanza, anche se accompagnato da tutta la buona volontà, un amore vero e profondo per il prossimo non può nascere dagli uomini stessi, ma ha bisogno di qualcosa di più.
Amare Dio sopra ogni altra cosa vuol dire amarlo come Padre e Madre, come Marito e Moglie, Figlio e Figlia, Fratello e Sorella, Parente, Amico. Vuol dire amarlo con ogni forma di onesto amore che abita nel nostro cuore. Vuol dire riconoscerlo come Colui che ci ha creati, che ci ha pensati, che ci ha voluto dare quello che Lui ha, e che ci vuole con Lui e come Lui. Colui che ha dato se stesso, mortificato se stesso, sacrificato se stesso per invitarci ad una reggia eterna. Colui che è sinonimo di ogni virtù e bellezza a cui il nostro limitato pensiero può arrivare. Quante sorprese avremo quando gli occhi dello spirito si dischiuderanno completamente!
Quando amiamo Dio, non possiamo che amare tutto ciò che Dio ha creato, perché è giusto e buono. Non possiamo che vedere Dio in ogni persona, specie in quelle più bisognose. Ogni uomo è creato nell’immagine spirituale di Dio, perciò Dio è davvero nel Padre e nella Madre, nei figli, nei consorti, negli amici e in tutti gli uomini. Vediamo la generosità e la sapienza di Dio anche nelle piante e negli animali, di cui disponiamo così liberamente e spesso ingratamente. Vediamo anche come tutti gli uomini siano chiamati ad un comune destino, che non è la morte, ma la vita eterna – ed essa può essere di eterna gioia o di eterno rimpianto. E basta questo pensiero ad accendere un fuoco d’amore verso tutti gli uomini per risvegliarli alla Luce di Dio, perché non vi è gelosia della ricompensa in cui speriamo, ma solo il desiderio che da tutti possa essere condivisa.

domenica 27 ottobre 2013

Perdono

Cosa strana è il perdono! Come il sacrificio, come il digiuno, come la preghiera, è un concetto molto strano per la mente dell’uomo moderno e dei giovani in particolare, a cui pochi lo spiegano.
Il perdono è uno di quegli strumenti cristiani che combattono il mondo. Se il mondo dice: “Godi!”, la fede risponde: “Sacrificati, affinché dal tuo seme che muore nasca una pianta”. Se il mondo dice: “Consuma, e accumula!”, la fede risponde: “Digiuna, controllati e vivi con moderazione”. Se il mondo dice: “Divertiti al massimo nel tempo che hai”, la fede ribatte: “Prega e fai amicizia con Dio, che ben più è il tempo che passerai con Lui di quello su questa Terra”. Se il mondo dice: “Odia chi ti fa del male, e vendicati”, la fede dice: “Perdona, e converti le anime alla luce”.
Molti liquidano il perdono come un’idealismo fuori dalla realtà, ed è vero: il perdono non fa parte delle leggi di questo mondo. E porta fuori dal mondo chi lo esercita, perché lo porta molto vicino a Dio.
C’è chi crede che il perdono sia sintomo di debolezza: solo i codardi non ripagano l’offesa con l’offesa. Ma anche le bestie sono capaci di combattere e mordersi tra di loro; non sono però esse in grado di perdonare. Il Nemico infatti, che ci vorrebbe degradati come bruti, odia il perdono, perché ci rende simili a dèi. Il perdono, e cioè l’accettare nel proprio cuore un’offesa, un insulto, un danno, un’umiliazione, una ferita di qualsiasi tipo, senza tuttavia restituire il male, ma accettandolo e offrendolo a Dio, col sorriso sulle labbra, è l’esercizio di una forza eroica.
Il male vive autoriproducendosi. Chi esercita il male, anche inconsciamente, si aspetta di vedere il male propagarsi, ritorcersi verso di lui; si aspetta da un’azione la stessa reazione uguale e contraria. Il male è come una catena che si solleva e si abbatte, scuotendo la terra, suscitando vibrazioni malefiche. Il perdono vince il male, perché spezza la catena, spezza il circolo vizioso, ne arresta l’espansione. Anzi, oltre ad arrestarne l’espansione, lo ricaccia indietro, perché solo grazie all’esempio di chi rende il bene al male ricevuto, coloro che operano il male possono risvegliarsi alla luce. A volte, troppe poche volte, restiamo sorpresi dalla carica umana di certe persone che non se la prendono, non tengono in conto il male ricevuto, o soffrono in silenzio senza lamentarsi pur essendo stati pesantemente provati dalla vita. Sono questi esempi che fanno cadere dagli occhi le croste della superbia, dell’amor proprio, dei desideri vani, della sensualità, e ci avvicinano al bene.
Il perdono, oltre a tutto, fa stare bene, perché nasce dall’amore. Non si può perdonare se non si amano le altre persone attraverso Dio, nella consapevolezza che Dio ha creato i fratelli e desidera la loro salvezza; per cui è dovere di ciascuno di noi mantenere il cuore nella luce e accendere fiaccole che avvicinino le anime. La pace nel cuore è cosa assai migliore dello sconforto, del turbamento, dell’odio. E perdonare è facile, così come molte altre cose che sono difficili in termini umani e materiali, ma semplici e soavi se fatte cristianamente, perché ne comprendiamo il senso spirituale. Il Cristo è stata la Vittima per eccellenza, Colui che più di ogni altro ha spezzato e vinto la catena del male, subendone il colpo e invocando perdono per chi Lo colpiva. Questo Dio vuole da noi, che anche noi ci offriamo come vittime, barriere su cui si possa infrangere l’onda del male, perché non prevarichi e sommerga il mondo. Quale ricompensa avrà mai preparato il Re nel suo regno per colui che spende la propria vita in questo servizio?

domenica 20 ottobre 2013

Le vie del Cuore

Pensare o sentire? A volte ci si chiede se sia più giusto dare retta alla testa o al cuore. Abbiamo in effetti due grandi bussole, la ragione e il sentimento, e molto spesso una sembra escludere l’altra. Al giorno d’oggi, poiché nulla di autentico o innocente sembra essere in circolazione, siamo più propensi a seguire qualunque cosa sgorghi dal cuore. Molti saggi ci dicono che per esprimere al massimo il nostro potenziale dobbiamo semplicemente lasciarci andare, che non dobbiamo reprimere i nostri istinti, ma anzi dobbiamo fare tutto ciò che ci piace, che ci appassiona, che ci dà emozione. Il cuore è caldo, la mente è fredda. La mente è quella cosa che usano i vecchi o gli sfigati, quelli che non vivono veramente, ma che stanno fermi e pensano a chissà cosa. L’importante dovrebbe essere vivere intensamente, gioiosamente, autenticamente, provare, cercare, seguire le inclinazioni del cuore per arrivare a dischiudere quel nucleo puro, primitivo, dell’io. Meta della felicità spirituale.
Purtroppo verità e menzogna sono sempre mescolate nella vita quotidiana, e quanto è facile a un po’ di menzogna rovinare la verità. La verità è che mente e cuore non si oppongono, o quantomeno non dovrebbero opporsi. Che dal cuore non vengono solo istinti e intuizioni positive, ma anche molte inclinazioni negative: i desideri errati, le concupiscenze, le ire. Gli istinti sgorgano sì dal cuore, ma sta alla mente comprenderli e validarli, perché alcuni sono suggeriti dal bene, altri dal male. Esiste poi un terzo fattore, il più importante, e cioè il vero io: la volontà. Una volta che il cuore genera, e la mente valuta, la volontà poi decide. Noi siamo volontà, libera volontà: questo è il nostro essere. Il cuore produce, la mente filtra, la volontà agisce. Ma non finisce qui.
Le nostre scelte impattano il cuore. Infatti quando scegliamo bene, anche il cuore ne esulta, e la mente contempla questa gioia, e ne gioisce anch’essa. E rafforza il proposito della volontà di scegliere bene in futuro. Il nostro essere è “completo”, o felice, quando cuore, mente e volontà sono allineati e in armonia.
Non pensiamo paganamente che la felicità, o la pienezza dell’essere, siano da ricercare per ottenere il successo o altre forme di appagamento terreno. La felicità è condizione semplice dell’uomo, è pura, genuina. Si è felici quando si è in pace con se stessi, quando per molto tempo ci si è irrobustiti nel fare le scelte giuste. Scelte che possono condurci alla povertà, alle privazioni, anche a sofferenze e grossi sacrifici, ma che pur sembrando maledizioni agli occhi di questo mondo, sono in realtà pace vera dello spirito e premessa della gioia futura.
E come distinguere le inclinazioni buone del cuore da quelle cattive? Le buone portano pace, non feriscono nessuno. Esse sono quelle che spesso vanno contro il nostro amor proprio, contro il nostro vantaggio, ma a vantaggio degli altri. Quelle che si prefiggono un fine buono, e che soprattutto hanno il respiro dell’eternità, piuttosto che tendere a un risultato facile e passeggero. Sono quelle che generalmente costano sforzo e sacrificio. Ricordiamoci che per raggiungere la felicità si passa attraverso una porta stretta. Ma quanta felicità, oltre quella porta!

domenica 6 ottobre 2013

Conoscere il futuro

Uno dei tanti desideri poco sani che abitano il cuore degli uomini è quello di conoscere il futuro. Sapere cosa accadrà è potere, è vantaggio sugli altri, è soprattutto balsamo alla paura e all’incertezza di quello che di male può capitarci. Non a caso proliferano veggenti, cartomanti, lettori di ogni tipo di augurio. Come il desiderio di proiettare in avanti senza limite o morale le frontiere della ricerca scientifica, alla ricerca di un’umana immortalità, il desiderio di conoscere il futuro è volontà dell’uomo che ancora mangia avidamente del frutto dell’albero proibito.
Conoscere il futuro vuol dire toglierci la responsabilità delle nostre azioni nel presente. Vuol dire escludere il nostro libero arbitrio. Vuol dire anche negare Dio come nostro Padre, perché non ci affidiamo più a Lui come figli, sicuri che Lui ci darà sempre ciò di cui abbiamo bisogno, ma ce ne allontaniamo, credendo in altre cose che sono pagane e spesso diaboliche. Prendiamo cioè in mano il nostro destino, volendo fare da noi, credendoci così superiori a Dio stesso.
Se con un telefono chiamiamo qualcuno, dovremmo sapere senza dubbio chi c’è dall’altra parte della linea. Ma quando gli uomini si rivolgono a esperti che possono predire il futuro o interpellare spiriti per saperlo, chi c’è dall’altra parte? È sempre il Nemico, che della paura o disperazione se ne approfitta per rendere gli uomini schiavi. Anche quando il suo servitore ci dice cose belle, suadenti, che suonano di grande conforto, ma che in realtà sono come il verme sull’amo, un’esca per portarci in trappola. Una volta morso il frutto dell’albero proibito, è così facile ricaderci sempre di più, finché non si è completamente presi nella rete tesa apposta per farci perdere.
L’unica predizione certa del futuro è questa: che il nostro tempo sulla Terra un giorno finirà. Che senso ha vivere di illusioni? Questa è l’unica certezza. Accettiamo la nostra natura, e traiamo conforto all’idea che le nostre pene finiranno. Viviamo per apprezzare ogni istante del presente, con serenità, con pace, con la compagnia di affetti sinceri. Facciamo quel che possiamo per essere fieri di noi stessi ogni volta che ci corichiamo per la notte. E forse così facendo troveremo la strada al vero futuro, quello che non finisce mai, e che non conosce sofferenza.

giovedì 26 settembre 2013

Paura

Riflettevo su come siamo condizionati dalla paura, e come evitiamo di fare certe cose, o ne facciamo altre, proprio perché abbiamo paura. Paura di quello che può accadere in futuro, paura di quello che ci può capitare personalmente, paura di quello che possiamo scoprire.
Quante volte magari incontriamo qualcuno – un amico, un familiare, un collega, un cliente – e abbiamo qualcosa sullo stomaco che vorremmo discutere, ma non lo facciamo. Perché non vogliamo turbare un equilibrio, per timidezza, per vergogna, per paura delle ripercussioni. Può ben darsi che le radici di queste paure siano così profonde che non prendiamo nemmeno una decisione consapevole: semplicemente, evitare la strada difficile diventa un nostro modo di fare, una pratica consolidata dal tempo. E continuiamo a stare male, a soffrire la nostra paura, pensando che ciò sia normale e inevitabile.
Quante volte abbiamo paura che qualcuno ci parli male alle spalle; che qualcuno a cui vogliamo bene ci ferisca, ci abbandoni o ci tradisca. E ci sono paure ancora più terribili perché attaccano la nostra vita: paura di ammalarsi, paura di essere aggrediti, paura di annegare, di volare, di fare incidenti. Paura che queste cose possano colpire i nostri cari. Sono cose che ci possono del tutto paralizzare, hanno anche il potere di farci stare male fisicamente. Tante di queste paure sono frutto dell’ignoto. Noi non conosciamo la verità, non sappiamo cosa può accadere, e questa assenza di certezza ci può destabilizzare.
Ma esiste un mondo di pace vera, di serenità dello spirito, di tranquillità al di là delle difficoltà che si presentano.
Quali sono le conseguenze della paura? Dolore, incertezza, timore, angoscia. E ancora peggio, ci precludiamo infinite opportunità, blocchiamo il nostro potenziale di crescita, e allontaniamo da noi gli altri. Opportunità che ci precludiamo: quella di conoscere la verità; quella di volare, nuotare o guidare un’auto; quella di fare chiarezza e condividere il nostro pensiero. In che senso blocchiamo il nostro potenziale di crescita? Nel senso che se non chiediamo, non sapremo, e non ci sarà dato. Se siamo chiusi in noi, nelle nostre paure, come potremo costruire qualcosa con gli altri? Come potremo imparare, migliorarci, e soprattutto superare le nostre paure – vero miglioramento che dovremmo perseguire ogni giorno?
Così allontaniamo gli altri: non essendo onesti con loro, non condividendo i nostri problemi e i nostri pensieri. Dubitando, sospettando, temendo che essi non ci capiscano o possano agire contro di noi – anche se non lo sappiamo: tutte queste cose creano barriere invisibili ma reali, e ci separano da chi ci sta intorno. E oltretutto ci fanno soffrire.
Non ci sono tante soluzioni contro la paura, ma una delle migliori è l’uso della ragione. Semplicemente, avere paura non conviene: perché ci fa soffrire, e perché ci ostacola. Anche se è difficile, un po’ alla volta bisogna sforzarsi di superare la paura, a piccoli passi, ma costantemente. È come dare olio ai cardini di una porta: se sono inceppati, scricchiolanti, e non vogliono muoversi, goccia dopo goccia cominceranno a sbloccarsi e a funzionare bene.
Un altro modo di affrontare la paura è di metterla in prospettiva: qual è la cosa peggiore che ci può capitare? Qual è la probabilità che ciò accada? Cosa posso fare per minimizzare i danni? Domani, o tra un mese, o tra un anno, questa cosa sarà ancora importante? Ponendoci queste domande, tante volte ci rendiamo conto che stiamo dando un peso realmente eccessivo alle nostre paure.
La comunicazione è fondamentale: tante paure, tanti problemi, si dissolvono come neve al sole semplicemente parlandone. Comunicare di più è sempre meglio che comunicare di meno: è come sbloccare una tubatura intasata. Il flusso passa molto meglio.
La vera soluzione ci è data per fede, partecipando cioè alla conoscenza di qualcun’altro.
Dobbiamo ricordarci che la paura è il soffio del Nemico, e i dubbi spaventosi sono le idee che i suoi servitori suggeriscono alla nostra mente, perché il loro scopo è appunto quello di bloccarci, di farci soffrire, di farci disperare. Se riconosciamo questi segni, se ci accorgiamo della dinamica in atto, allora non c’è ragione di aver timore, perché abbiamo scelto da che parte stare – e la nostra parte è vincente. Siamo entrati in una prova, e dobbiamo affrontarla con la convizione della vittoria finale.
Ricordiamoci inoltre che nulla accade in questo mondo a meno che Dio non lo permetta. Nulla. Pertanto le prove che incontriamo sulla nostra via, per quanto ardue possano essere, non sono mai al di sopra delle nostre forze, e non c’è bisogno di turbarsi o disperare.
Una delle principali ragioni per cui abbiamo paura, è che la nostra concezione della vita è pagana, e cioé è incentrata completamente su questo mondo. La salute del corpo, la ricchezza di denaro, il potere, l’abbondanza delle gioie e dei piaceri: questi sono i nostri desideri, e la paura di perdere queste cose ci getta nel terrore. Il Nemico crea in noi questi desideri, che in realtà sono vere catene dello spirito, per condurci in vari modi alla disperazione.
Ma questa è la verità: che noi non siamo fatti per stare in questo mondo, che tutte queste cose spariscono e se ne vanno molto in fretta. Che chi pone le sue speranze e le sue energie in queste cose fuggevoli, è un folle; e che essere malati, soffrire, essere traditi, indesiderati, abbandonati, cadere in disgrazia, sono tutte cose terribili, ma anch’esse passano in fretta. L’unica cosa su cui valga la pena puntare gli occhi, è l’eternità davanti a noi; ed essa non sarà il prodotto di quanto abbiamo accumulato o goduto, ma di quanto abbiamo saputo sopportare, crescere, migliorarci, e soprattutto combattere gli assalti del Nemico. Tutti passeremo sotto la Prova – ma non è buono ed eroico accettare ciò con fiducia, rassegnazione e sorriso, piuttosto che incatenati nel buio della paura?

lunedì 23 settembre 2013

Autunno

Puntuale è arrivato l’autunno e la natura, dopo aver festeggiato l’intensità dell’estate, presto si coprirà di colori ardenti e vivaci, preparandosi al riposo che seguirà. Meravigliosa stagione in cui il tempo si fa più fresco, la mente più indulge alla riflessione, e il lavoro umano riprende con ritmi regolari.
Penso che la vita non sia poi diversa dalle stagioni, e gli stati d’animo si susseguano nei cicli delle fatiche e delle distensioni, dei caldi e dei freddi, delle gioie e dei dolori. Delle attività, e delle pause. Ogni giorno, ogni settimana, sono un po’ come un anno. Ci svegliamo pronti a fare il nostro dovere; lavoriamo e fatichiamo; traiamo il gradevole frutto del nostro lavoro; ci riposiamo.
Il lunedì è un giorno di fatica fisica e mentale per la ripresa del lavoro; dopo il mercoledì, la settimana lavorativa è tutta in discesa; venerdì sera è momento di grande allegria, e il fine settimana è il momento del riposo.
L’autunno è la terza fase, il momento di raccogliere i frutti e di godere del lavoro fatto prima che giunga il riposo dell’inverno. Siamo grati per questo dono, e apprezziamo la bellezza dell’autunno. Ricordiamoci degli autunni del passato, di quando eravamo bambini: quanto stupore e meraviglia alle foglie che si tingon di rosso, ai profumi diversi nell’aria; e degli autunni che non abbiamo mai visto, ma che c’erano prima di noi, vissuti e amati dai nostri genitori, nonni e chi prima di loro; e degli autunni che forse non vedremo, ma che saranno sempre puntuali a scandire l’armoniosa bellezza del mondo e delle stagioni nel futuro che mai si ferma.
Usiamo l’autunno come un’occasione per la nostra eterna e continua rinascita, perché le gocce del tempo continuano a scendere su di noi, in un umile tentativo di dare acqua e nutrimento al nostro spirito.

martedì 17 settembre 2013

Giovinezza

La giovinezza è un tema affascinante. Essa è sinonimo di freschezza, salute, e specialmente gioia di vivere, dettata dal fatto di avere molto tempo davanti. Essa viene generalmente riferita al corpo fisico, all’età di esso, ma non si potrebbe commettere errore più grave. È un concetto che assai più correttamente va applicato allo spirito.
Non ha molto senso utilizzare l’età del corpo per definire la giovinezza: a qualunque età, in qualunque giorno, qualcosa può succedere al corpo e la nostra vita può finire. È più probabile che malattie e morte tocchino agli anziani che ai giovani, ma la probabilità riguarda i grandi gruppi di persone, mentre ai singoli resta l’esperienza personale. E se anche nove su dieci muoiono da vecchi, chi siamo noi per ritenerci esclusi da quell’uno su dieci? Non perché siamo giovani anagraficamente dovremmo avere la fiduciosa spensieratezza di una giovinezza materiale. Questa visione ristretta confina la giovinezza su questa terra, e ci fa pensare che con la morte tutto finisca, anche la giovinezza.
A volte proprio l’idea della morte è usata per definire il momento in cui la giovinezza finisce: quando ci preoccupiamo della morte, la sentiamo avvicinarsi, non saremmo più giovani, ma saremmo degli adulti o dei vecchi privi di illusioni. Anche questo è vero, per chi non riesce a spingersi con la mente al di là della morte fisica.
Ma la giovinezza è un concetto dello spirito per altre ragioni. Innanzitutto lo spirito, la coscienza, sa di avere un tempo illimitato davanti. Noi pensiamo e respiriamo con la misura dell’eternità. La salute e l’età del corpo non tolgono la giovinezza dallo spirito che vede queste cose.
La giovinezza infatti è un fuoco, una molla, un entusiasmo. È l’essere consumati dall’emozione di fare qualcosa, imparare qualcosa, scoprire sempre cose nuove, desiderare di aprire nuove porte, conoscere nuove persone, vedere nuovi cieli. Cercare risposte e non fermarsi mai. Questa è la giovinezza, che è sì spensierata, perché non ha paura di chiedere, non ha paura di faticare, non ha paura di chi si trova davanti. Ci sono molti giovani che sono tali d’età, ma sono vecchi o perfino morti dentro, perché il loro fuoco si è ridotto ad un lumicino, oppure hanno completamente soffocato la scintilla del loro entusiasmo. E ci sono altri anziani all’anagrafe, ma ancora divorati da un fuoco che non si spegne, che non sono vittime dei disagi dell’età, e per quanto è loro permesso continuano a cercare, a imparare, a fare.
Questa è la giovinezza di spirito che la nostra fede ci insegna, una giovinezza che non riesce ad essere trattenuta dall’ozio, dalla consuetudine, da una passiva tranquillità. Più che giovani, bisogna essere come bambini per entrare nel regno di Dio. Oltre al fuoco che è amore, e al desiderio di raggiungere la luce, metafora della giovinezza, ci serve la fede serena che hanno i bambini nei genitori. Una fede per cui il traguardo è raggiungibile, e che ci dice che nulla verrà a mancare lungo il cammino.

giovedì 5 settembre 2013

Sacrificio e Ricompensa

È così facile parlare di queste cose, perché non sto dicendo niente di nuovo. Non sono farina del mio sacco, sono state dette e ridette per secoli in tanti modi. Eppure pochi sembrano ricordarsene.
Come vivere avventurosamente questa vita, dando senso ed energia spirituale a ciò che facciamo? Come possiamo realmente fare di questo mondo un mondo migliore? E non perché questo mondo debba essere perfetto – non lo è e probabilmente non lo sarà mai. Il nostro spirito anela a ben altro. Ma certamente possiamo migliorarlo, questo mondo sfortunato che si è chiuso alla luce. Possiamo accendere fiaccole di luce, di speranza, di felicità vera. E cosa c’è di più avventuoso ed emozionante di fare ciò che pochi hanno il coraggio e la forza di fare? Di scoprire nuove vie, strade poco battute – e di sollevare il velo di mistero che copre il mondo con tanto affanno?
La risposta ha un nome: sacrificio. Tutto ciò che ha valore, costa, ma quando raggiungiamo obiettivi sfidanti, quando ci eleviamo a nuove cime, non sentiamo più il peso del sacrificio, perché la ricompensa ha infinitamente più valore dello sforzo fatto.
Sorridiamo sempre – ma non con un falso sorriso, bensì con un sorriso che possa dare a tutti ristoro. Chiunque incontriamo sta già combattendo una dura battaglia personale, che quasi certamente non conosciamo, ed è giusto mostrare gentilezza, supporto e rispetto.
Perché giudicare gli altri, quando non sappiamo praticamente niente di loro, del perché fanno o dicono certe cose? E davvero non sappiamo niente – sappiamo così poco perfino dei nostri familiari, dei nostri parenti, dei nostri amici. Dei loro pensieri, dei loro problemi, dei loro sogni. Quasi nulla. Figurarsi cosa potremo sapere dell’ignoto che incontriamo sulla nostra via. Perché allora giudicare in base a comportamenti, educazione, abbigliamento, ceto o altre cose? Ricordiamoci che tutto svanirà presto e sarà dimenticato, cancellato dalla storia e dal tempo insieme a noi. Non sprechiamo energie giudicando, e usiamole invece facendo. Facile? No che non è facile, ma in fondo non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare.
Carichiamoci i nostri problemi e cerchiamo di mantenere il sorriso sulle labbra, con fiducia, senza gravare su chi ci circonda ma avendo fede in Chi tutto può. Facile? No che non è facile. È eroico.
Una persona ci usa poco rispetto, ci insulta o ci parla male alle spalle. Potremmo non curarcene, far finta di niente, e già sarebbe qualcosa piuttosto che cercare vendetta. Ma potremmo anche rispondere con gentilezza, perdonare, pregare per questa persona, non lasciar passare occasione per manifestare amicizia. Facile? No, proprio no, ma incredibilmente potente. Come non comprendere che chi ci è attorno queste cose le vede, e ne sarà meravigliato, edificato, attratto anch’egli verso la luce? E chi può dire che anche questa persona non possa tornare sui suoi passi, rendersi conto di aver agito o giudicato male, e cominciare una vera amicizia?
Comportarsi con amore verso una persona cattiva, pregare per lei, non giudicarla, e se proprio non possiamo farne a meno non lasciare che essa veda il nostro giudizio. Una persona preda del male è come qualcuno che viva nelle tenebre di una grotta, non conosca o non veda la luce. Se noi le mostriamo un po’ di luce, essa può accecarla, renderla ancora più ostile, e il male che è in lei cercherà di allontanarla da noi. Ma noi continuiamo ad amare e pregare, e lasciare a Dio tutto il resto. Le anime si acquistano a caro prezzo, ma che ricompensa avremo per ogni anima che portiamo a Dio? Un grande sacrificio che avrà un’infinita ricompensa.
Confortare un malato, conoscere e aiutare i nostri vicini di casa, non essere sgarbati o superficiali, non eccedere in tante cose che ci piacciono, condividere quello che abbiamo con gli altri. Liberarci da tutte le catene che ci legano: il desiderio di essere amati e rispettati, la paura del futuro, l’ansia del denaro e del giudizio degli altri, la sete dei piaceri che così in fretta se ne vanno, il desiderio del potere, l’orgoglio. Tutte queste cose non sono semplicemente buon senso? Non le conoscevamo già? Eppure così facilmente ce le dimentichiamo. Così come ci dimentichiamo della ricompensa, cosa ancora più stolta.
Infatti ogni volta che facciamo una di queste cose, e teniamo noi stessi in minimo conto per il bene degli altri, guadagniamo una moneta in Cielo. E ben più che una moneta: una corona, un tesoro. E queste monete si possono spendere: chiedendo cose buone a Dio, intercedendo per altri, chiedendo il bene e la conversione dei cuori, scontando i nostri peccati. Tutto ciò che chiediamo con giustizia viene ascoltato, e veniamo ricompensati immediatamente. Nulla di ciò che facciamo viene ignorato o perduto, e di tutto dovremo rendere conto. Perché non cominciare fin da subito ad accumulare il nostro vero tesoro in Cielo, dove nessuno ce lo può rubare? Perché non affrettare il tempo in cui diverremo principi, eredi e figli del Re?
Il meraviglioso paradosso cristiano, che paradosso non è ma appare tale a questo mondo privo di luce, è che più facciamo queste cose non solo avremo maggiore ricompensa in Cielo, ma l’avremo già fin da subito qui, sulla Terra, moltiplicata infinite volte.

venerdì 19 luglio 2013

Maria Valtorta


Vorrei parlare di una persona eccezionale, non solo per la sua grande devozione religiosa, ma per un’opera straordinaria che continua a ispirare i credenti e a lasciare di stucco i non credenti: è Maria Valtorta. Su di lei trovate molto materiale in rete, ma a grandi linee la sua storia è questa: in seguito ad un’aggressione quand’era ancora giovane, rimase paralizzata dalla vita in giù e costretta a letto per 27 anni fino alla sua morte. In una condizione simile a quella di Anna Caterina Emmerich, per chi le crede, la Valtorta fu una mistica che aveva quotidiane conversazioni con le Persone della Trinità, la Madonna e il suo Angelo custode. Tra coloro che hanno confermato la validità delle sue affermazioni troviamo Padre Pio, ora un santo della Chiesa, e i veggenti di Medjugorie, che hanno riportato in due occasioni l’approvazione della Madonna agli scritti valtortiani.
Negli anni della sua infermità, Maria Valtorta ha scritto decine di migliaia di pagine sotto ispirazione, raccolte successivamente in molte opere. La principale è “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, un’opera monumentale che descrive la vita di Gesù e di Maria praticamente giorno per giorno. Il carattere soprannaturale dell’opera è travolgente: un’intelligenza che non può essere terrena, una prospettiva che è interamente divina, un mosaico completo di situazioni, esempi, spiegazioni, parabole di cui non si trova l’eguale in altra opera scritta da mani d’uomo. Appare come un vangelo dettato per l’uomo contemporaneo: un uomo a cui la fede non basta più, ma che ha bisogno di sapere tutto, di molte parole, di pensieri, argomentazioni, potendo poter così soddisfare il desiderio di decidere con la propria testa dopo aver vagliato e scrutinato. Se qualcuno sta veramente cercando, in questo libro troverà anche troppo.
Altri scritti ispirati raccontano la vita dei primi martiri cristiani. Anche in questo caso la vividezza dei dettagli, le situazioni, le descrizioni sono davvero sconvolgenti. Il suo lavoro ha suscitato l’interesse di religiosi, storici e studiosi che hanno dovuto costatarne l’accuratezza storica e l’assoluta coerenza con la dottrina della Chiesa.
La lettura delle sue opere non è consigliata, è vivamente raccomandata. Molti dei suoi scritti si possono trovare online, altrimenti si possono richiedere al Centro Editoriale Valtortiano (www.mariavaltorta.com). Un sito consigliato in lingua inglese è valtorta.org.
Grazie Maria per questi regali spirituali così immeritati dagli uomini.

lunedì 15 luglio 2013

Esodo, capo XX


E il Signore pronunziò tutte queste parole:
Io sono il Signore Dio tuo, che ti trassi dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai altri dii dinanzi a me. Tu non ti farai scoltura, nè rappresentazione alcuna di quel che è lassù in cielo, o quaggiù in terra, o nelle acque sotterra. E non adorerai tali cose, nè ad esse presterai culto: Io sono il Signore Dio tuo forte, geloso, che fo vendetta dell’iniquità de’ padri sopra i figliuoli, fino alla terza e quarta generazione di coloro, che mi odiano: E fo misericordia per migliaia (di generazioni) a coloro che mi amano, e osservano i miei comandamenti.
Non prendere in vano il nome del Signore Dio tuo: perocchè il Signore non terrà per innocente colui, che prenderà invano il nome del Signore Dio suo.
Ricordati di santificare il giorno di sabato. Per sei giorni lavorerai, e farai tutte le tue faccende. Il settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo: in questo non farai lavoro di sorta tu, e il tuo fogliuolo, e la tua figliuola, il tuo sevo, e la tua serva, il tuo giumento, e il forestiero, che sta dentro le tue porte. Imperocchè in sei giorni fece il Signore il cielo e la terra, e il mare, e quanto in essi si contiene, e riposò il settimo giorno: per questo il Signore benedisse il giorno di sabato, e lo santificò.
Onora il padre tuo, e la madre tua, affinchè tu abbi lunga vita sopra la terra, la quale ti sarà data dal Signore Dio tuo.
Non ammazzare.
Non fornicare.
Non rubare.
Non dire il falso testimonio contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la sua moglie, non lo schiavo, non la schiava, non il bue, non l’asino, nè veruna delle cose, che a lui appartengono.
E tutto il popolo sentiva le voci, e i folgori, e il suono della tromba, e il monte, che fumava: e atterriti e abbattuti dalla paura, si stettero in lontananza, dicendo a Mosè:
Parla tu a noi, e ascolteremo: non ci parli il Signore, affinchè per disgrazia noi non muojamo.
E Mosè disse al popolo:
Non temete: imperocchè Dio è venuto per far saggio di voi, e affinchè sia in voi il suo timore, e non pecchiate.
E il popolo si stette in lontananza: e Mosè si appressò alla caligne, in cui era Iddio.
Bibbia Martini, A.D. 1775 Imprimatur