Come è semplice l'anima delle cose. Se ci soffermiamo con lo sguardo abbastanza, cercando di carpirne il senso nascosto, ci avviciniamo alle profondità di un pozzo di misteri, di piccole luci scintillanti, di segreti giocosamente sussurrati.
Cose grandi e piccole, vive e inanimate, calde e fredde. Alcune esistenti in natura, altre plasmate dall'uomo, tutte ormai gettate nella stessa arena, pedine nella scacchiera del mondo. E si muovono, si spostano, si avvicinano; ciascuna di per sè, ciascuna insieme a tutte le altre. Tutte unite nel gioco di attrazioni e repulsioni, di forze simili e contrarie, che tutto spinge verso nuovi e maggiori equilibri. L'equilibrio è una delle leggi più grandi dell'universo, tutto tende incessantemente verso di esso. Ma rimane una scintilla originaria, un impulso esterno, slegato, intangibile, da cui ciascun movimento procede; è la Volontà.
L'uomo stesso ne è esempio: ci è dato l'intelletto di discernere, ponderare e scegliere; e in base alla nostra volontà diamo una direzione al moto delle cose e degli eventi. Imprimiamo una spinta che orienta verso un nuovo equilibrio, diverso dal primo, i cui esiti spesso ci sfuggono, e ne diventiamo consapevoli solo ad equilibrio raggiunto.
Ci sono cose che non si possono descrivere, che non si possono comprendere; ma solo intuire, vedere come di riflesso, come luce troppo forte che filtra da dietro un velo. La ricerca, l'avvicinarsi, superare il velo: questa è la Tradizione, in cui il tempo si scioglie, e nel presente convivono passato e futuro perché tasselli dello stesso arazzo.
venerdì 10 aprile 2009
martedì 7 aprile 2009
Italia 06-04-09
Non so da che parte cominciare. Forse da quanto mi sembra strano: siamo abituati a vedere immagini come queste, anzi, le vediamo quasi tutti i giorni. I giornali ce le mostrano spesso, con macabro gusto. Ne vediamo anche di peggiori. Ma non mi aspettavo di vedere colpita l'Italia.
L'Italia pacifica, l'Italia pacata, l'Italia serena. L'Italia che rifiuta le guerre, l'Italia ingenua, l'Italia che c'è pane e vino per tutti. Un'Italia semplice e complicata, come tutti i paesi, fatta di gente buona e meno buona, ma che è sempre il nostro paese. Persone anche lontane, che magari non conosciamo, persone a cui non penseremmo mai. Quando però la morsa della vita si è serrata, riemerge con chiarezza quel filo sepolto, quel legame invisibile che fa degli altri italiani qualcosa di più. Più che semplici sfortunati, percossi dalla sorte. Più che semplici persone, più che i francesi, gli inglesi, gli spagnoli, i tedeschi. Sono italiani, sono come noi, più vicini e più fratelli di qualunque altro popolo. Sono persone che parlano le nostre lingue, si nutrono degli stessi alimenti, respirano la stessa aria, si animano per le stesse passioni, si siedono all'ombra dello stesso Spirito. Sono parte di noi, come noi siamo parte di loro; siamo tutti casa l'uno dell'altro, riflesso delle stesse luci.
I morti non ci sono più, c'è solo chi è rimasto. Sono porte che si chiudono, altre che si spalancano. In questo strano paesaggio della vita, un paesaggio di rovine, in cui non ha senso cercare spiegazioni o giustizia, perché la natura ha sempre ragione. Vite che si sono spente senza colpa, vite che si sono salvate senza ragione, e il sole che continua a splendere sopra tutti. Con calma, in silenzio. Rimane la fragilità degli uomini, la splendida impotenza, l'eterna infanzia a cui possiamo solo abbandonarci. Il disastro rimane solo un'occasione di riscatto per chi è rimasto di qua.
L'Italia pacifica, l'Italia pacata, l'Italia serena. L'Italia che rifiuta le guerre, l'Italia ingenua, l'Italia che c'è pane e vino per tutti. Un'Italia semplice e complicata, come tutti i paesi, fatta di gente buona e meno buona, ma che è sempre il nostro paese. Persone anche lontane, che magari non conosciamo, persone a cui non penseremmo mai. Quando però la morsa della vita si è serrata, riemerge con chiarezza quel filo sepolto, quel legame invisibile che fa degli altri italiani qualcosa di più. Più che semplici sfortunati, percossi dalla sorte. Più che semplici persone, più che i francesi, gli inglesi, gli spagnoli, i tedeschi. Sono italiani, sono come noi, più vicini e più fratelli di qualunque altro popolo. Sono persone che parlano le nostre lingue, si nutrono degli stessi alimenti, respirano la stessa aria, si animano per le stesse passioni, si siedono all'ombra dello stesso Spirito. Sono parte di noi, come noi siamo parte di loro; siamo tutti casa l'uno dell'altro, riflesso delle stesse luci.
I morti non ci sono più, c'è solo chi è rimasto. Sono porte che si chiudono, altre che si spalancano. In questo strano paesaggio della vita, un paesaggio di rovine, in cui non ha senso cercare spiegazioni o giustizia, perché la natura ha sempre ragione. Vite che si sono spente senza colpa, vite che si sono salvate senza ragione, e il sole che continua a splendere sopra tutti. Con calma, in silenzio. Rimane la fragilità degli uomini, la splendida impotenza, l'eterna infanzia a cui possiamo solo abbandonarci. Il disastro rimane solo un'occasione di riscatto per chi è rimasto di qua.
domenica 5 aprile 2009
Il giardino degli uomini

L’uomo non è diverso dalle piante che crescono sulla terra: alcune sono semplici fiori, fili d’erba, cespugli; altre salgono verso il cielo e sono alte, sempreverdi, oppure portano frutto. Alcune sono basse e modeste, ma armoniche, piene di colori. Altre sono solenni e maestose, silenziose, torreggiano su tutte le altre. Altre ancora sono invece sgraziate, spoglie, storte, senza frutto. Nonostante il padrone abbia dissodato la terra, le abbia innaffiate, le abbia lasciate al sole, queste non hanno restituito nulla.
Allora il padrone della terra camminerà nel suo giardino, si siederà all’ombra delle piante alte e dritte, e se ne compiacerà. “Più di tutte le altre, queste piante hanno desiderio del cielo”, dirà. Accarezzerà i fiori della terra, loderà gli arbusti e i loro profumi. I frutti portati dalle piante lo sazieranno, e le benedirà.
Ma la pianta storta, quella che non porta frutto, quella con le spine; che ne sarà di essa? “Ho lavorato per anni affinché prosperasse” dirà, “e invece è rimasta inerte, inutile, un obbrobrio alla vista. La estirperò, la taglierò e la brucerò, affinché i suoi semi non nascano più, e al suo posto pianterò i germogli della pianta che porta molto frutto”.
Nell’ultimo giorno “i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi”. Le preghiere dei santi sono profumo, cosa gradita alla Potenza.
Una santa descrisse così la felicità dei santi in paradiso: è pienezza. Ci sono tanti bicchieri, alcuni piccoli, altri grandi, altri grandissimi; ma sono tutti pieni. Così sono i santi, alcuni più grandi, altri meno, ma tutti colmi della grazia di Dio.
venerdì 3 aprile 2009
Identità in conflitto
Quando due identità si trovano a relazionarsi, a convivere sullo stesso suolo, possono ragionevolmente accadere due cose: o prevarrà una delle due, oppure col tempo si fonderanno dando luogo ad un nuovo ibrido più o meno coerente. E' un normale principio di equilibrio, per cui le cose tendono a stabilizzarsi: se sono irriducibili, la più forte prevale, se sono riducibili, si mescoleranno. Non potranno galleggiare indefinitamente l'una vicino all'altra senza influenzarsi, senza limitarsi.
Così quando l'Italia è un paese meta di immigrazione, l'identità nazionale - già di per sè frammentata - viene a confrontarsi con una serie di culture, identità, soprattutto situazioni diverse, con effetti molto differenti. L'ondata migratoria che è venuta dal sudamerica, o da alcuni paesi dell'est europa, non ha avuto un impatto particolarmente forte sulla cultura nazionale. Ciò è l'effetto di una certa assonanza, se non somiglianza, sotto il profilo culturale e tradizionale, in particolare ovviamente quello religioso. Le ondate migratorie dal nordafrica o da altri paesi asiatici (tra cui anche la Cina) sono le principali candidate a creare conflitti. In particolare quelle africane, le cui masse migratorie di gente povera non hanno trovato in gran parte forme di organizzazione di gruppo, di mutua assistenza, di stabilizzazione, come invece hanno fatto i più sofisticati gruppi cinesi.
I gruppi cinesi sono dotati di una mentalità estremamente flessibile, adattevole, quasi amorale - nel senso che al di fuori dei principi di salvaguardia del gruppo e della loro tradizione, che è loro propria e non condivisibile con l'esterno - trovano lecito qualsiasi comportamento razionale/legalmente permesso. Non sono cioè strettamente ancorati ad alcun principio etico di matrice culturale o religiosa, almeno per una gran parte di essi; né sono spinti ad una diffusione della propria cultura al di fuori del loro gruppo. Ciò consente loro di avere pochi problemi col paese ospite, in cui hanno scavato nicchie completamente esclusive e ristrette, mentre continuano una sistematica attività di crescita e rafforzamento.
Diverso è l'atteggiamento delle minoranze africane/asiatiche di matrice islamica, caratterizzate da una forte energia e dal desiderio di stabilirsi/farsi una nuova vita, senza però scendere a grossi compromessi con le tradizioni e l'identità del paese ospite. In sostanza, anche se più poveri e tendenzialmente meno organizzati (cosa peraltro discutibile), sono maggiormente propensi ad entrare in un conflitto sociale e culturale.
E' forse il caso di ricordare che il conflitto culturale va in due sensi; ma chi lo comincia non sempre è il paese ospite, anzi. Si parla spesso di xenofobia quando qualcuno usa parole forti contro l'immigrazione indiscriminata; ma da cosa nasce un conflitto? Non credo sia sempre colpa di gente gretta e ignorante che non tollera chi è diverso. Molto spesso le occasioni di intolleranza sono proprio scatenate dal comportamento di gruppi d'identità diversa, che inevitabilmente finiscono per rompere equilibri delicati e naturali per la comunità locale. Ciò non deve stupire, è il prodotto necessario dell'incontro tra due identità più o meno forti. Sebbene - e giustamente - la politica, le leggi e gli intellettuali suggeriscano che non ci debbano essere conflitti violenti di natura culturale, e che qualsiasi evento di questo genere vada represso, la realtà è che nel sottosuolo l'incontro/scontro tra identità continua ad avvenire. E non dobbiamo dimenticarci delle premesse: se una sopravvive, l'altra muore; altrimenti si mescolano. Qualcuno vede miscele in vista?
Così quando l'Italia è un paese meta di immigrazione, l'identità nazionale - già di per sè frammentata - viene a confrontarsi con una serie di culture, identità, soprattutto situazioni diverse, con effetti molto differenti. L'ondata migratoria che è venuta dal sudamerica, o da alcuni paesi dell'est europa, non ha avuto un impatto particolarmente forte sulla cultura nazionale. Ciò è l'effetto di una certa assonanza, se non somiglianza, sotto il profilo culturale e tradizionale, in particolare ovviamente quello religioso. Le ondate migratorie dal nordafrica o da altri paesi asiatici (tra cui anche la Cina) sono le principali candidate a creare conflitti. In particolare quelle africane, le cui masse migratorie di gente povera non hanno trovato in gran parte forme di organizzazione di gruppo, di mutua assistenza, di stabilizzazione, come invece hanno fatto i più sofisticati gruppi cinesi.
I gruppi cinesi sono dotati di una mentalità estremamente flessibile, adattevole, quasi amorale - nel senso che al di fuori dei principi di salvaguardia del gruppo e della loro tradizione, che è loro propria e non condivisibile con l'esterno - trovano lecito qualsiasi comportamento razionale/legalmente permesso. Non sono cioè strettamente ancorati ad alcun principio etico di matrice culturale o religiosa, almeno per una gran parte di essi; né sono spinti ad una diffusione della propria cultura al di fuori del loro gruppo. Ciò consente loro di avere pochi problemi col paese ospite, in cui hanno scavato nicchie completamente esclusive e ristrette, mentre continuano una sistematica attività di crescita e rafforzamento.
Diverso è l'atteggiamento delle minoranze africane/asiatiche di matrice islamica, caratterizzate da una forte energia e dal desiderio di stabilirsi/farsi una nuova vita, senza però scendere a grossi compromessi con le tradizioni e l'identità del paese ospite. In sostanza, anche se più poveri e tendenzialmente meno organizzati (cosa peraltro discutibile), sono maggiormente propensi ad entrare in un conflitto sociale e culturale.
E' forse il caso di ricordare che il conflitto culturale va in due sensi; ma chi lo comincia non sempre è il paese ospite, anzi. Si parla spesso di xenofobia quando qualcuno usa parole forti contro l'immigrazione indiscriminata; ma da cosa nasce un conflitto? Non credo sia sempre colpa di gente gretta e ignorante che non tollera chi è diverso. Molto spesso le occasioni di intolleranza sono proprio scatenate dal comportamento di gruppi d'identità diversa, che inevitabilmente finiscono per rompere equilibri delicati e naturali per la comunità locale. Ciò non deve stupire, è il prodotto necessario dell'incontro tra due identità più o meno forti. Sebbene - e giustamente - la politica, le leggi e gli intellettuali suggeriscano che non ci debbano essere conflitti violenti di natura culturale, e che qualsiasi evento di questo genere vada represso, la realtà è che nel sottosuolo l'incontro/scontro tra identità continua ad avvenire. E non dobbiamo dimenticarci delle premesse: se una sopravvive, l'altra muore; altrimenti si mescolano. Qualcuno vede miscele in vista?
giovedì 2 aprile 2009
Involuzioni
Siamo tutti d'accordo sul fatto che il mondo è cambiato tantissimo nell'ultimo secolo. Al punto che le generazioni cambiano dopo tre/cinque anni, e non riescono più a comprendersi tra loro. Ma a parte il modo in cui gli uomini (o almeno una parte) vivono nella società del benessere, è cambiato anche l'uomo?
Diffusa e scientificamente razionale è la teoria evoluzionistica, spesso utilizzata come fondamento di qualsiasi riflessione legata all'esistenza umana. E da quando è stata largamente adottata, è divenuta anche teoria di comportamento sociale. Nonostante le leggi cerchino in misura più o meno estesa di "limitarla", l'atteggiamento delle persone è inequivocabilmente più aggressivo, più teso al prevalere, alla supremazia. Se tali impulsi erano sempre presenti nel cuore dell'uomo (magari convalidando la teoria), restavano impulsi latenti e per lo più condannati dalla cultura dei popoli. Ogni tradizione ha cercato di invertire questa tendenza centripeta dell'uomo, di sconvolgere il suo egocentrismo per proiettarlo ad un autocontrollo superiore, al servizio della comunità. Di proteggere il debole dal forte, tramite la forza delle leggi e delle idee. Di combattere questa idea di evoluzione.
La spinta evoluzionistica, oggi, sottilmente travestita da spinta al progresso, è invece completamente incontrollata. E' stata sguinzagliata nelle menti delle persone, senza che ne siano nemmeno consapevoli. Cosa grave, è cambiato lo stesso concetto di giustizia. Non è più giustizia ciò che preserva il bene superiore dell'organizzazione, del gruppo, l'armonia delle parti. La giustizia si è ridotta ad una sfera personale, nella convinzione che un benessere materiale sia possibile, necessario e doveroso, prima ancora del bene e dell'armonia sociale. Anzi, di bene e armonia sociale ormai poco importa al singolo.
Razionalmente riusciamo tutti a discernere "ciò che sarebbe giusto", in un'ottica puramente umana e culturale. Ma "ciò che sarebbe giusto" appare oggi troppo difficile, troppo strano, troppo eccezionale. L'idea di sacrificio, inteso come scelta razionale che va contro il diretto vantaggio dell'individuo, è ormai quasi impensabile. E' follia. Nulla ha senso, se non è teso ad un vantaggio immediato, ad una crescita veloce. A ciò che è giusto, si preferisce immediatamente ciò che è naturale, ciò che peraltro "chiunque" farebbe, ai sensi di un diverso tipo di razionalità più "concreta" e di conseguenza più vera. Banalmente, si sceglie razionalmente e volontariamente la strada ampia e spaziosa, la porta larga, perché ci siamo convinti che quella stretta sia a fondo cieco.
Diffusa e scientificamente razionale è la teoria evoluzionistica, spesso utilizzata come fondamento di qualsiasi riflessione legata all'esistenza umana. E da quando è stata largamente adottata, è divenuta anche teoria di comportamento sociale. Nonostante le leggi cerchino in misura più o meno estesa di "limitarla", l'atteggiamento delle persone è inequivocabilmente più aggressivo, più teso al prevalere, alla supremazia. Se tali impulsi erano sempre presenti nel cuore dell'uomo (magari convalidando la teoria), restavano impulsi latenti e per lo più condannati dalla cultura dei popoli. Ogni tradizione ha cercato di invertire questa tendenza centripeta dell'uomo, di sconvolgere il suo egocentrismo per proiettarlo ad un autocontrollo superiore, al servizio della comunità. Di proteggere il debole dal forte, tramite la forza delle leggi e delle idee. Di combattere questa idea di evoluzione.
La spinta evoluzionistica, oggi, sottilmente travestita da spinta al progresso, è invece completamente incontrollata. E' stata sguinzagliata nelle menti delle persone, senza che ne siano nemmeno consapevoli. Cosa grave, è cambiato lo stesso concetto di giustizia. Non è più giustizia ciò che preserva il bene superiore dell'organizzazione, del gruppo, l'armonia delle parti. La giustizia si è ridotta ad una sfera personale, nella convinzione che un benessere materiale sia possibile, necessario e doveroso, prima ancora del bene e dell'armonia sociale. Anzi, di bene e armonia sociale ormai poco importa al singolo.
Razionalmente riusciamo tutti a discernere "ciò che sarebbe giusto", in un'ottica puramente umana e culturale. Ma "ciò che sarebbe giusto" appare oggi troppo difficile, troppo strano, troppo eccezionale. L'idea di sacrificio, inteso come scelta razionale che va contro il diretto vantaggio dell'individuo, è ormai quasi impensabile. E' follia. Nulla ha senso, se non è teso ad un vantaggio immediato, ad una crescita veloce. A ciò che è giusto, si preferisce immediatamente ciò che è naturale, ciò che peraltro "chiunque" farebbe, ai sensi di un diverso tipo di razionalità più "concreta" e di conseguenza più vera. Banalmente, si sceglie razionalmente e volontariamente la strada ampia e spaziosa, la porta larga, perché ci siamo convinti che quella stretta sia a fondo cieco.
mercoledì 1 aprile 2009
G20 e crisi
E' bello vedere che la piazza ritorna animata, che si manifesta, che si crede in qualcosa. Non è stata nemmeno particolarmente violenta la manifestazione di oggi al G20, solo un po' di botte e un po' di esagitati arrestati. Non è ancora finita, ma se il peggio fosse passato si potrebbe dire che in molti hanno pacificamente dimostrato a 360 gradi contro ogni tipo di malessere che attanaglia la gente: Job, Justice, Climate. Puro malessere riversato in pubblico, solidarizzato tra manifestanti, diretto all'attenzione dei 20 grandi.
Quello che non stupisce ma che un po' dispiace è l'attacco durissimo verso la Banca d'Inghilterra e in generale tutte le banche (RBS assaltata) per le loro responsabilità nella crisi e per gli immeritati aiuti che hanno ricevuto.
Facendo un passo indietro, la crisi è cominciata come "crisi dei mutui americani", cioè col fatto che tante famiglie americane si erano indebitate esageratamente e non pagavano più le rate dei mutui. Al punto che le banche hanno avuto così tante perdite che alcune sono fallite, altre hanno svalutato centinaia di miliardi. Altra faccia della crisi sono le carte di credito: enormi ammontari presi a prestito, che americani ed europei non riescono più a ripagare. E giù altre svalutazioni per le banche.
Le banche hanno certamente gravi responsabilità: imprudenza nel prestare denaro, spregiudicatezza nel cercare profitti, tendenza a neutralizzare/esternalizzare i rischi cedendoli al mercato. Detto questo, le banche sono state finora il segmento più colpito dalla crisi con migliaia di dipendenti che hanno perso il lavoro o grandissima parte del loro patrimonio (in particolare quelli pagati in stock options, che ora valgono zero). Ma le colpe non possono essere ricondotte solo a loro, poiché sono diretta conseguenza di un atteggiamento sociale imprudente e consumistico.
Salvare le banche rimaste, benché sgradevole per i contribuenti, è l'unico modo per ridare una parvenza di normalità all'economia, consentendo alle imprese e ai cittadini di avere ancora accesso al credito (e pertanto di avere tutti un lavoro).
Quello che non stupisce ma che un po' dispiace è l'attacco durissimo verso la Banca d'Inghilterra e in generale tutte le banche (RBS assaltata) per le loro responsabilità nella crisi e per gli immeritati aiuti che hanno ricevuto.
Facendo un passo indietro, la crisi è cominciata come "crisi dei mutui americani", cioè col fatto che tante famiglie americane si erano indebitate esageratamente e non pagavano più le rate dei mutui. Al punto che le banche hanno avuto così tante perdite che alcune sono fallite, altre hanno svalutato centinaia di miliardi. Altra faccia della crisi sono le carte di credito: enormi ammontari presi a prestito, che americani ed europei non riescono più a ripagare. E giù altre svalutazioni per le banche.
Le banche hanno certamente gravi responsabilità: imprudenza nel prestare denaro, spregiudicatezza nel cercare profitti, tendenza a neutralizzare/esternalizzare i rischi cedendoli al mercato. Detto questo, le banche sono state finora il segmento più colpito dalla crisi con migliaia di dipendenti che hanno perso il lavoro o grandissima parte del loro patrimonio (in particolare quelli pagati in stock options, che ora valgono zero). Ma le colpe non possono essere ricondotte solo a loro, poiché sono diretta conseguenza di un atteggiamento sociale imprudente e consumistico.
Salvare le banche rimaste, benché sgradevole per i contribuenti, è l'unico modo per ridare una parvenza di normalità all'economia, consentendo alle imprese e ai cittadini di avere ancora accesso al credito (e pertanto di avere tutti un lavoro).
martedì 31 marzo 2009
Libertà
E' curioso come, per molti versi, l'uomo sia sottratto a tante leggi del mondo. L'uomo cioè ha realmente la facoltà di scegliere, di discernere, di seguire percorsi diversi. Non si può chiedere al sole di sorgere all'ovest, non sceglie il fiume di scorrere verso la sorgente. Le foglie cadono verso terra, l'uomo può fare quello che vuole. E a seconda di mille criteri, decisioni, influenze, esperienze, la sua scelta trova un senso nel suo contesto, o non lo trova. L'uomo è libero di fare scelte giuste e sbagliate, facili e difficili, ma ogni scelta è di fatto l'apertura di un capitolo nuovo, è tirare un filo da un gomitolo, che insieme alle decisioni di innumerevoli altri uomini alimenta e infittisce una trama incomprensibile alla nostra mente.
Ma c'è il giusto, e c'è lo sbagliato. Verità ed errore si intrecciano, ma non possono armonizzarsi. Il vero non tollera il falso, e nessuno dei due può esistere insieme all'altro. Per questo verità ed errore si servono dell'uomo e nell'uomo si combattono, nell'uomo cercano di prendere forma.
Ma c'è il giusto, e c'è lo sbagliato. Verità ed errore si intrecciano, ma non possono armonizzarsi. Il vero non tollera il falso, e nessuno dei due può esistere insieme all'altro. Per questo verità ed errore si servono dell'uomo e nell'uomo si combattono, nell'uomo cercano di prendere forma.
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