Un po' mi sorprende quanto sia inflazionata la parola razzismo, come sia diventata versatile. Si e' trasformata in un insulto - Razzista! - usato in politica per decretare una condanna senza appello dell'avversario. Ha assunto così tante sfaccettature, angolazioni, che non può nemmeno essere soggetta a discussione e sfugge ad ogni tentativo di discorso o dialogo. Quando lo spettro del razzismo viene evocato, non esiste più ragione o possibilità di un confronto civile e politico: solo un senso di vergogna e un desiderio di penitenza che dovrebbe pervadere chi è oggetto dell'accusa.
Nel paradosso del progressismo laico, del politicamente corretto come religione, dello snobismo intellettuale lontano dalla concretezza delle cose, l'accusa di razzismo è diventata l'arma prediletta per screditare la parte avversa in qualunque situazione. E' sinonimo di intollerante, ignorante, stupido, criminale, violento, nemico dell'uguaglianza. Ha assunto così tanti significati da aver perso quasi senso, certamente il senso originario della parola.
Il razzismo nasce come "teoria della differenza delle razze" o razzismo biologico, in base al quale il sangue/DNA costituisce naturalmente una discriminazione tra gli individui (intesa come separazione, diversità). Cosa che potrà forse essere anche vera, visto che nessuno ha il medesimo patrimonio cromosomico di un altro individuo, ma che difficilmente può essere intesa come "superiorità genetica" di un popolo rispetto ad un altro, così come è stata interpretata nella storia, con le sue barbare conseguenze; e, con questo scandalo, il significato della parola razzismo si è trasformato nel generico senso dispregiativo di discriminazione.
Si usa la parola razzismo per identificare discriminazioni di tipo religioso, culturale, sessuale; quasi mai per discriminazioni razziali. E' così sciocca e stupida l'idea di discriminazione razziale che non ci crede nessuno. Ma il peso morale che la parola si trascina dietro ne fa un'arma eccezionale di attacco politico, a prescindere che abbia veramente senso usarla o meno.
Non bisogna essere parte di un elite intellettuale per condannare quello che costoro intendono come razzismo. Qualunque idea che teorizzi, giustifichi o promuova la violenza anche su di un solo individuo, è certamente malefica e va condannata. Non per questo bisogna rifiutare di toccare i temi più caldi del mondo in cui viviamo, un mondo che mette in confronto e spesso in conflitto diversi paesi, culture e religioni. Un mondo in cui gli uomini sono sostanzialmente diversi. Sono diversi fin dalla nascita, per ceto, salute fisica, statura, lingua, colore, religione, cultura. Crescendo diventano ancora più diversi, affinando idee e personalità anche diametralmente opposte. La diversità degli uomini è una fortuna, una salvezza, un'occasione. Dire che gli uomini sono tutti uguali, oltre ad essere completamente falso, sminuisce soltanto l'unicità e il valore del singolo individuo.
La diversità fa paura, ma paradossalmente fa paura a quelli che predicano l'uguaglianza a tutti i costi. Per questo chiunque si azzardi a entrare nel campo della diversità tra gli uomini, si addentra nel campo minato del loro razzismo.
martedì 21 aprile 2009
sabato 18 aprile 2009
Parole, parole
Alcuni recenti scandali televisivi hanno rilanciato il dibattito sulla libertà di parola, che sembra essere poco presente in Italia.
Quella di parola torna ad essere una libertà scomoda, per varie ragioni. Un’altra di quelle libertà che, se ci fosse un arbitro imparziale in possesso della Verità sui fatti, non sarebbe necessario concedere; ma poiché a nessuno in democrazia è consentito dire ciò che è giusto o sbagliato, ma solo ciò che pensa, si ricade in quelle situazioni di relativismo già descritte in cui, nella sostanza, giusto e sbagliato trovano ad avere la stessa legittimità. E’ uno dei fallimenti morali della democrazia, anche se viene accettato per il bene superiore della collettività, cioè la salvaguardia della democrazia stessa. Se il custode della Verità ci fosse, infatti, sarebbe un tiranno; e il rimedio alla tirannia è l’amaro calice di bene e male rimescolati, tollerati, superati, nella possibilità di dipingere il re nudo.
Si dice che una democrazia che consente la massima libertà di parola è una democrazia forte, una democrazia matura, che ha gli strumenti per gestire il “caos” delle libertà. Sicuramente vero; fermo restando che alle istituzioni dovrebbe spettare un ruolo di arbitro, almeno morale: infatti chi può dire ciò che è bene o male per la comunità se non i suoi rappresentanti? E il fine dei rappresentanti, il fine della democrazia, quale è, se non gestire l’organizzazione della vita in un modo sempre migliore, che permetta la crescita e il rafforzamento del gruppo? Se pertanto uno dei pregi della democrazia è avere elementi centrifughi che vadano “contro” il gruppo stesso, è tuttavia importante che il gruppo si tuteli affinché tali spinte non diventino disgreganti, e vanifichino lo stesso scopo della democrazia.
La libertà di parola, pertanto, è legittima in ogni ambito della vita personale; ma va necessariamente limitata nella sfera pubblica - in particolare nei media, quando a parlare non sono i rappresentanti diretti del popolo. Un conto è fare due chiacchiere al bar; un altro è dire le stesse cose su una rete televisiva nazionale, con un potere di diffusione enorme, non essendo stati prima legittimati ad essere “voce del popolo” (cioè rappresentanti e organo della democrazia).
Se infatti un rappresentante del popolo dovrebbe godere il massimo diritto di libertà di parola nei confronti del pubblico, e avere la possibilità di raggiungere il massimo numero di individui, non così dovrebbe essere per un qualsiasi cittadino che parla solamente per sé, ma le cui opinioni – che vanno ad assumere lo stesso peso, o anche superiore, di quelle di un rappresentante del popolo – possono arrecare un grave danno alla coesione e all’armonia sociale, un bene che di questi tempi è senza prezzo.
Quella di parola torna ad essere una libertà scomoda, per varie ragioni. Un’altra di quelle libertà che, se ci fosse un arbitro imparziale in possesso della Verità sui fatti, non sarebbe necessario concedere; ma poiché a nessuno in democrazia è consentito dire ciò che è giusto o sbagliato, ma solo ciò che pensa, si ricade in quelle situazioni di relativismo già descritte in cui, nella sostanza, giusto e sbagliato trovano ad avere la stessa legittimità. E’ uno dei fallimenti morali della democrazia, anche se viene accettato per il bene superiore della collettività, cioè la salvaguardia della democrazia stessa. Se il custode della Verità ci fosse, infatti, sarebbe un tiranno; e il rimedio alla tirannia è l’amaro calice di bene e male rimescolati, tollerati, superati, nella possibilità di dipingere il re nudo.
Si dice che una democrazia che consente la massima libertà di parola è una democrazia forte, una democrazia matura, che ha gli strumenti per gestire il “caos” delle libertà. Sicuramente vero; fermo restando che alle istituzioni dovrebbe spettare un ruolo di arbitro, almeno morale: infatti chi può dire ciò che è bene o male per la comunità se non i suoi rappresentanti? E il fine dei rappresentanti, il fine della democrazia, quale è, se non gestire l’organizzazione della vita in un modo sempre migliore, che permetta la crescita e il rafforzamento del gruppo? Se pertanto uno dei pregi della democrazia è avere elementi centrifughi che vadano “contro” il gruppo stesso, è tuttavia importante che il gruppo si tuteli affinché tali spinte non diventino disgreganti, e vanifichino lo stesso scopo della democrazia.
La libertà di parola, pertanto, è legittima in ogni ambito della vita personale; ma va necessariamente limitata nella sfera pubblica - in particolare nei media, quando a parlare non sono i rappresentanti diretti del popolo. Un conto è fare due chiacchiere al bar; un altro è dire le stesse cose su una rete televisiva nazionale, con un potere di diffusione enorme, non essendo stati prima legittimati ad essere “voce del popolo” (cioè rappresentanti e organo della democrazia).
Se infatti un rappresentante del popolo dovrebbe godere il massimo diritto di libertà di parola nei confronti del pubblico, e avere la possibilità di raggiungere il massimo numero di individui, non così dovrebbe essere per un qualsiasi cittadino che parla solamente per sé, ma le cui opinioni – che vanno ad assumere lo stesso peso, o anche superiore, di quelle di un rappresentante del popolo – possono arrecare un grave danno alla coesione e all’armonia sociale, un bene che di questi tempi è senza prezzo.
martedì 14 aprile 2009
Eroi - J.R.R. Tolkien

Scrittore, poeta, filologo. Combattente volontario nell'esercito britannico durante la prima guerra mondiale, professore di lingua e letteratura inglese a Oxford, proclamato cavaliere - col rango di Comandante - del Supremo Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta II. Ma soprattutto un grande cattolico, un uomo semplice, marito e padre di famiglia. Nato a Bloemfontein in Sud Africa nel 1892, visse a Oxford per la maggior parte della sua vita e morì a Bournemouth nel 1973.
I dati salienti della sua vita si possono facilmente trovare in rete, ma difficilmente possono dare un'idea completa di questo eroe della Tradizione. Tolkien ha visto, compreso e assimilato lo spirito della sua terra, restituendolo in un'opera nuova, in modo che si aprisse alle menti di tutti. Uno spirito antico e nuovo, semplice e potente, tanto puro da essere inebriante; uno spirito che lui ha raccolto e condensato alla luce della sua fede, distillandolo come un mosaico di stupenda bellezza. Le sue opere hanno il profumo dell'erba e della terra, di fiori e piante, di amore per le cose che crescono. Di allegria e semplicità, di aspirazione per ciò che è bello, di grandi sacrifici da parte di piccola gente. Il suo capolavoro ha il respiro del tempo che passa, delle epoche che si susseguono; mentre sempre più si allenta il legame tra l'uomo e il suo Creatore, e la Verità diventa pian piano un tesoro di segreti di cui solo pochi serbano ancora il ricordo.
Troppo grande, troppo ricco, troppo attuale - sempre vero, nell'eternità del mito - non sembra esista un altro scrittore che abbia potuto ripetere un'opera di "sub-creazione", come Tolkien amava definire le opere degli uomini, così verosimile a quella della creazione originaria. Ne dovremo parlare ancora.
domenica 12 aprile 2009
Proiezioni
Manzoni parlava del vizio dell'uomo di "riferir tutto a se stesso", di usare il proprio ego come riferimento per misurare il mondo, per relazionarsi con gli altri, per giudicare. Di collocare se stessi al centro della situazione, come se tutto ciò che accade fosse in dipendenza da noi e parlasse di noi.
Ed è certamente umano e inevitabile, se non necessario, che riferiamo tutto a noi stessi, poiché le scelte che facciamo sono per lo più frutto della nostra personale esperienza. Possiamo imparare la pazienza, la saggezza, il discernimento - e sospendere il giudizio, in modo più o meno critico - resta il fatto che lo spettro di posizioni che riusciamo ad assumere, gli angoli e le diverse prospettive da cui riusciamo a vedere la realtà, dipendono dagli strumenti che ci siamo costruiti nel tempo - il nostro bagaglio.
Un altro modo con cui si può esprimere questo concetto è "chiave di lettura", di interpretazione della realtà.
Tutti hanno la propria chiave di lettura, unica e personale, anche se si può notare come esistano dei gruppi di interpretazione piuttosto omogenei. La chiave di lettura serve per farci arrivare alla comprensione di ciò che non è possibile conoscere con i sensi, ciò che non è dimostrabile scientificamente. Vorrebbe cogliere in particolare l'"anima" degli uomini, i loro pensieri, le loro intenzioni. La chiave di lettura mette insieme i movimenti, le azioni, i comportamenti degli individui, rielabora tutte queste informazioni, e da esse ci consente di dedurre quale sia il motore che spinge una particolare persona a fare quello che la vediamo fare. Un motore che non vediamo, una spinta che non conosciamo - possiamo solo cercare di avvicinarci e di capire. Spesso la chiave di lettura funziona proprio così, mettendo noi stessi dei panni degli altri; ma non nella prospettiva di "comprendere" qualcosa di esterno, appunto l'"altro", ma per riuscire a descrivere il comportamento degli altri basandoci su di noi: ciò che noi faremmo, penseremmo, intenderemmo, se ci stessimo comportando alla stessa maniera. Stiamo cioè semplicemente proiettando noi stessi sugli altri e sulla loro situazione.
Ipotizziamo di passeggiare per strada, e di vedere un povero che si toglie il cappello al passare di un potente. Per quale ragione può averlo fatto?
Può averlo fatto per una manifestanzione di sottomissione, di inferiorità, e perché le convenzioni sociali del suo tempo impongono - o costringono - a mostrare tale condizione. L'avrà fatto pertanto controvoglia, ipocritamente, perché costretto dalla sua umile situazione. Oppure l'ha fatto perché ha desiderio di ricevere favori, assistenza, protezione. L'ha fatto per motivi utilitaristici, ed il rispetto che manifesta è soltanto una forma di corrispettivo per qualcosa che si aspetta di ricevere in futuro, o che ha ricevuto in passato. Oppure l'ha fatto per pura cortesia, educazione, perché così fa al passare di chiunque altro di sua conoscenza; e si sente meglio a fare un gesto di cortesia disinteressato piuttosto che uno ipocrita.
Una di queste possibilità è vera, e non potremo mai sapere quale; possiamo solo "sceglierla". Quale sceglieremo pertanto? La risposta saà la nostra proiezione, rappresenta la nostra chiave di lettura e ci aiuta a capire meglio chi siamo noi stessi. Resta il fatto che, mentre è assai più facile accettare le prime soluzioni, quelle negative, risulta più difficile oggi credere in quella positiva; la grande categoria marxista-scientifica ha devastato l'anima dell'uomo come possibilità di avere buone intenzioni, riconducendo tutto ad un gioco causa-effetto di necessità materiale, di conflitto infinito per le risorse, di armonia sociale basata sul livellamento degli uomini allo stesso massimo (o minimo) comune denominatore.
"La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!" Come pure è stato detto, "non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo! Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, questo rende immondo l’uomo".
Ed è certamente umano e inevitabile, se non necessario, che riferiamo tutto a noi stessi, poiché le scelte che facciamo sono per lo più frutto della nostra personale esperienza. Possiamo imparare la pazienza, la saggezza, il discernimento - e sospendere il giudizio, in modo più o meno critico - resta il fatto che lo spettro di posizioni che riusciamo ad assumere, gli angoli e le diverse prospettive da cui riusciamo a vedere la realtà, dipendono dagli strumenti che ci siamo costruiti nel tempo - il nostro bagaglio.
Un altro modo con cui si può esprimere questo concetto è "chiave di lettura", di interpretazione della realtà.
Tutti hanno la propria chiave di lettura, unica e personale, anche se si può notare come esistano dei gruppi di interpretazione piuttosto omogenei. La chiave di lettura serve per farci arrivare alla comprensione di ciò che non è possibile conoscere con i sensi, ciò che non è dimostrabile scientificamente. Vorrebbe cogliere in particolare l'"anima" degli uomini, i loro pensieri, le loro intenzioni. La chiave di lettura mette insieme i movimenti, le azioni, i comportamenti degli individui, rielabora tutte queste informazioni, e da esse ci consente di dedurre quale sia il motore che spinge una particolare persona a fare quello che la vediamo fare. Un motore che non vediamo, una spinta che non conosciamo - possiamo solo cercare di avvicinarci e di capire. Spesso la chiave di lettura funziona proprio così, mettendo noi stessi dei panni degli altri; ma non nella prospettiva di "comprendere" qualcosa di esterno, appunto l'"altro", ma per riuscire a descrivere il comportamento degli altri basandoci su di noi: ciò che noi faremmo, penseremmo, intenderemmo, se ci stessimo comportando alla stessa maniera. Stiamo cioè semplicemente proiettando noi stessi sugli altri e sulla loro situazione.
Ipotizziamo di passeggiare per strada, e di vedere un povero che si toglie il cappello al passare di un potente. Per quale ragione può averlo fatto?
Può averlo fatto per una manifestanzione di sottomissione, di inferiorità, e perché le convenzioni sociali del suo tempo impongono - o costringono - a mostrare tale condizione. L'avrà fatto pertanto controvoglia, ipocritamente, perché costretto dalla sua umile situazione. Oppure l'ha fatto perché ha desiderio di ricevere favori, assistenza, protezione. L'ha fatto per motivi utilitaristici, ed il rispetto che manifesta è soltanto una forma di corrispettivo per qualcosa che si aspetta di ricevere in futuro, o che ha ricevuto in passato. Oppure l'ha fatto per pura cortesia, educazione, perché così fa al passare di chiunque altro di sua conoscenza; e si sente meglio a fare un gesto di cortesia disinteressato piuttosto che uno ipocrita.
Una di queste possibilità è vera, e non potremo mai sapere quale; possiamo solo "sceglierla". Quale sceglieremo pertanto? La risposta saà la nostra proiezione, rappresenta la nostra chiave di lettura e ci aiuta a capire meglio chi siamo noi stessi. Resta il fatto che, mentre è assai più facile accettare le prime soluzioni, quelle negative, risulta più difficile oggi credere in quella positiva; la grande categoria marxista-scientifica ha devastato l'anima dell'uomo come possibilità di avere buone intenzioni, riconducendo tutto ad un gioco causa-effetto di necessità materiale, di conflitto infinito per le risorse, di armonia sociale basata sul livellamento degli uomini allo stesso massimo (o minimo) comune denominatore.
"La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!" Come pure è stato detto, "non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo! Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, questo rende immondo l’uomo".
venerdì 10 aprile 2009
Volontà
Come è semplice l'anima delle cose. Se ci soffermiamo con lo sguardo abbastanza, cercando di carpirne il senso nascosto, ci avviciniamo alle profondità di un pozzo di misteri, di piccole luci scintillanti, di segreti giocosamente sussurrati.
Cose grandi e piccole, vive e inanimate, calde e fredde. Alcune esistenti in natura, altre plasmate dall'uomo, tutte ormai gettate nella stessa arena, pedine nella scacchiera del mondo. E si muovono, si spostano, si avvicinano; ciascuna di per sè, ciascuna insieme a tutte le altre. Tutte unite nel gioco di attrazioni e repulsioni, di forze simili e contrarie, che tutto spinge verso nuovi e maggiori equilibri. L'equilibrio è una delle leggi più grandi dell'universo, tutto tende incessantemente verso di esso. Ma rimane una scintilla originaria, un impulso esterno, slegato, intangibile, da cui ciascun movimento procede; è la Volontà.
L'uomo stesso ne è esempio: ci è dato l'intelletto di discernere, ponderare e scegliere; e in base alla nostra volontà diamo una direzione al moto delle cose e degli eventi. Imprimiamo una spinta che orienta verso un nuovo equilibrio, diverso dal primo, i cui esiti spesso ci sfuggono, e ne diventiamo consapevoli solo ad equilibrio raggiunto.
Ci sono cose che non si possono descrivere, che non si possono comprendere; ma solo intuire, vedere come di riflesso, come luce troppo forte che filtra da dietro un velo. La ricerca, l'avvicinarsi, superare il velo: questa è la Tradizione, in cui il tempo si scioglie, e nel presente convivono passato e futuro perché tasselli dello stesso arazzo.
Cose grandi e piccole, vive e inanimate, calde e fredde. Alcune esistenti in natura, altre plasmate dall'uomo, tutte ormai gettate nella stessa arena, pedine nella scacchiera del mondo. E si muovono, si spostano, si avvicinano; ciascuna di per sè, ciascuna insieme a tutte le altre. Tutte unite nel gioco di attrazioni e repulsioni, di forze simili e contrarie, che tutto spinge verso nuovi e maggiori equilibri. L'equilibrio è una delle leggi più grandi dell'universo, tutto tende incessantemente verso di esso. Ma rimane una scintilla originaria, un impulso esterno, slegato, intangibile, da cui ciascun movimento procede; è la Volontà.
L'uomo stesso ne è esempio: ci è dato l'intelletto di discernere, ponderare e scegliere; e in base alla nostra volontà diamo una direzione al moto delle cose e degli eventi. Imprimiamo una spinta che orienta verso un nuovo equilibrio, diverso dal primo, i cui esiti spesso ci sfuggono, e ne diventiamo consapevoli solo ad equilibrio raggiunto.
Ci sono cose che non si possono descrivere, che non si possono comprendere; ma solo intuire, vedere come di riflesso, come luce troppo forte che filtra da dietro un velo. La ricerca, l'avvicinarsi, superare il velo: questa è la Tradizione, in cui il tempo si scioglie, e nel presente convivono passato e futuro perché tasselli dello stesso arazzo.
martedì 7 aprile 2009
Italia 06-04-09
Non so da che parte cominciare. Forse da quanto mi sembra strano: siamo abituati a vedere immagini come queste, anzi, le vediamo quasi tutti i giorni. I giornali ce le mostrano spesso, con macabro gusto. Ne vediamo anche di peggiori. Ma non mi aspettavo di vedere colpita l'Italia.
L'Italia pacifica, l'Italia pacata, l'Italia serena. L'Italia che rifiuta le guerre, l'Italia ingenua, l'Italia che c'è pane e vino per tutti. Un'Italia semplice e complicata, come tutti i paesi, fatta di gente buona e meno buona, ma che è sempre il nostro paese. Persone anche lontane, che magari non conosciamo, persone a cui non penseremmo mai. Quando però la morsa della vita si è serrata, riemerge con chiarezza quel filo sepolto, quel legame invisibile che fa degli altri italiani qualcosa di più. Più che semplici sfortunati, percossi dalla sorte. Più che semplici persone, più che i francesi, gli inglesi, gli spagnoli, i tedeschi. Sono italiani, sono come noi, più vicini e più fratelli di qualunque altro popolo. Sono persone che parlano le nostre lingue, si nutrono degli stessi alimenti, respirano la stessa aria, si animano per le stesse passioni, si siedono all'ombra dello stesso Spirito. Sono parte di noi, come noi siamo parte di loro; siamo tutti casa l'uno dell'altro, riflesso delle stesse luci.
I morti non ci sono più, c'è solo chi è rimasto. Sono porte che si chiudono, altre che si spalancano. In questo strano paesaggio della vita, un paesaggio di rovine, in cui non ha senso cercare spiegazioni o giustizia, perché la natura ha sempre ragione. Vite che si sono spente senza colpa, vite che si sono salvate senza ragione, e il sole che continua a splendere sopra tutti. Con calma, in silenzio. Rimane la fragilità degli uomini, la splendida impotenza, l'eterna infanzia a cui possiamo solo abbandonarci. Il disastro rimane solo un'occasione di riscatto per chi è rimasto di qua.
L'Italia pacifica, l'Italia pacata, l'Italia serena. L'Italia che rifiuta le guerre, l'Italia ingenua, l'Italia che c'è pane e vino per tutti. Un'Italia semplice e complicata, come tutti i paesi, fatta di gente buona e meno buona, ma che è sempre il nostro paese. Persone anche lontane, che magari non conosciamo, persone a cui non penseremmo mai. Quando però la morsa della vita si è serrata, riemerge con chiarezza quel filo sepolto, quel legame invisibile che fa degli altri italiani qualcosa di più. Più che semplici sfortunati, percossi dalla sorte. Più che semplici persone, più che i francesi, gli inglesi, gli spagnoli, i tedeschi. Sono italiani, sono come noi, più vicini e più fratelli di qualunque altro popolo. Sono persone che parlano le nostre lingue, si nutrono degli stessi alimenti, respirano la stessa aria, si animano per le stesse passioni, si siedono all'ombra dello stesso Spirito. Sono parte di noi, come noi siamo parte di loro; siamo tutti casa l'uno dell'altro, riflesso delle stesse luci.
I morti non ci sono più, c'è solo chi è rimasto. Sono porte che si chiudono, altre che si spalancano. In questo strano paesaggio della vita, un paesaggio di rovine, in cui non ha senso cercare spiegazioni o giustizia, perché la natura ha sempre ragione. Vite che si sono spente senza colpa, vite che si sono salvate senza ragione, e il sole che continua a splendere sopra tutti. Con calma, in silenzio. Rimane la fragilità degli uomini, la splendida impotenza, l'eterna infanzia a cui possiamo solo abbandonarci. Il disastro rimane solo un'occasione di riscatto per chi è rimasto di qua.
domenica 5 aprile 2009
Il giardino degli uomini

L’uomo non è diverso dalle piante che crescono sulla terra: alcune sono semplici fiori, fili d’erba, cespugli; altre salgono verso il cielo e sono alte, sempreverdi, oppure portano frutto. Alcune sono basse e modeste, ma armoniche, piene di colori. Altre sono solenni e maestose, silenziose, torreggiano su tutte le altre. Altre ancora sono invece sgraziate, spoglie, storte, senza frutto. Nonostante il padrone abbia dissodato la terra, le abbia innaffiate, le abbia lasciate al sole, queste non hanno restituito nulla.
Allora il padrone della terra camminerà nel suo giardino, si siederà all’ombra delle piante alte e dritte, e se ne compiacerà. “Più di tutte le altre, queste piante hanno desiderio del cielo”, dirà. Accarezzerà i fiori della terra, loderà gli arbusti e i loro profumi. I frutti portati dalle piante lo sazieranno, e le benedirà.
Ma la pianta storta, quella che non porta frutto, quella con le spine; che ne sarà di essa? “Ho lavorato per anni affinché prosperasse” dirà, “e invece è rimasta inerte, inutile, un obbrobrio alla vista. La estirperò, la taglierò e la brucerò, affinché i suoi semi non nascano più, e al suo posto pianterò i germogli della pianta che porta molto frutto”.
Nell’ultimo giorno “i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi”. Le preghiere dei santi sono profumo, cosa gradita alla Potenza.
Una santa descrisse così la felicità dei santi in paradiso: è pienezza. Ci sono tanti bicchieri, alcuni piccoli, altri grandi, altri grandissimi; ma sono tutti pieni. Così sono i santi, alcuni più grandi, altri meno, ma tutti colmi della grazia di Dio.
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