lunedì 15 luglio 2013

Esodo, capo XX


E il Signore pronunziò tutte queste parole:
Io sono il Signore Dio tuo, che ti trassi dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai altri dii dinanzi a me. Tu non ti farai scoltura, nè rappresentazione alcuna di quel che è lassù in cielo, o quaggiù in terra, o nelle acque sotterra. E non adorerai tali cose, nè ad esse presterai culto: Io sono il Signore Dio tuo forte, geloso, che fo vendetta dell’iniquità de’ padri sopra i figliuoli, fino alla terza e quarta generazione di coloro, che mi odiano: E fo misericordia per migliaia (di generazioni) a coloro che mi amano, e osservano i miei comandamenti.
Non prendere in vano il nome del Signore Dio tuo: perocchè il Signore non terrà per innocente colui, che prenderà invano il nome del Signore Dio suo.
Ricordati di santificare il giorno di sabato. Per sei giorni lavorerai, e farai tutte le tue faccende. Il settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo: in questo non farai lavoro di sorta tu, e il tuo fogliuolo, e la tua figliuola, il tuo sevo, e la tua serva, il tuo giumento, e il forestiero, che sta dentro le tue porte. Imperocchè in sei giorni fece il Signore il cielo e la terra, e il mare, e quanto in essi si contiene, e riposò il settimo giorno: per questo il Signore benedisse il giorno di sabato, e lo santificò.
Onora il padre tuo, e la madre tua, affinchè tu abbi lunga vita sopra la terra, la quale ti sarà data dal Signore Dio tuo.
Non ammazzare.
Non fornicare.
Non rubare.
Non dire il falso testimonio contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la sua moglie, non lo schiavo, non la schiava, non il bue, non l’asino, nè veruna delle cose, che a lui appartengono.
E tutto il popolo sentiva le voci, e i folgori, e il suono della tromba, e il monte, che fumava: e atterriti e abbattuti dalla paura, si stettero in lontananza, dicendo a Mosè:
Parla tu a noi, e ascolteremo: non ci parli il Signore, affinchè per disgrazia noi non muojamo.
E Mosè disse al popolo:
Non temete: imperocchè Dio è venuto per far saggio di voi, e affinchè sia in voi il suo timore, e non pecchiate.
E il popolo si stette in lontananza: e Mosè si appressò alla caligne, in cui era Iddio.
Bibbia Martini, A.D. 1775 Imprimatur

domenica 14 luglio 2013

Attesa nel buio

Ogni generazione nasce libera da ogni consapevolezza, ed è nutrita dalle generazioni precedenti. Ogni bambino è allevato, istruito, educato dalla famiglia a conoscere il mondo presente. Ma come in un telefono senza fili, la storia del mondo, la sapienza, il tesoro di conoscenza e di affetti che la tradizione ci ha consegnato è ora ingarbugliato, mescolato a tanti elementi contrari, in una giungla moderna e senz’alberi che lascia trapelare appena la luce del sole.
In questa confusione assordante di messaggi contrastanti, di opinioni, di voci che si levano dappertutto e dicono tutto e il contrario di tutto, dove si trova la Verità? Dove si trova la saggezza?
E come non vedere la sete di spiritualità che pervade tutto il mondo? Le nuove generazioni cercano risposte, aspettano un messaggio chiaro, una garanzia di verità, una briciola di autenticità in un mondo che è altrimenti pieno di nulla. Come pecore senza pastore, aspettano che qualcuno le raccolga, le porti ad un riposo sicuro.
Ma se di pastori ce ne sono pochi, almeno il cielo è sereno per chi sa orientarsi con le stelle. Infatti quelle ci sono, ci sono sempre. E anche la Verità, la sapienza, non hanno mai abbandonato il mondo, ma trovano chi le cerca.
Infatti nessuno verrà mai a portarci il messaggio che aspettiamo con ansia per dare una svolta alla nostra vita. La nostra attesa è inutile. E perché? Perché tutto è già stato detto. Tutto è già stato scritto.
Non invano, ma con poco profitto ci agitiamo a filtrare piccole perle di saggezza che affiorano naturalmente nel mondo. Come un assetato che, cieco alla sorgente che sgorga davanti a lui, si volta a tentoni e cerca acqua in altre direzioni, o spera in un poco di pioggia. Come una zanzara, che nell’affannosa ricerca di nutrimento può finire facilmente bruciata dalla fiamma.
La sapienza è già stata svelata, per chi la cerca con cuore sincero. La via della salvezza, la spiegazione del tutto, la capacità di distinguere cosa conta da cosa è inutile: possiamo accedere a questi tesori in qualsiasi momento, e gratis. Pensiamo che l’uomo d’oggi sia diverso da quello di millenni fa? Che le sfide di oggi, declinate in modi di vita diversi, siano forse più terribili o assai distanti da quelle che i nostri antenati hanno sempre incontrato? Abbiamo accesso al pensiero di tanti grandi che ci hanno preceduti, e ancora di più noi cristiani siamo istruiti da Dio stesso nella triplice forma della Giustizia, della Misericordia e dell’Amore. Come non trovare dentro di noi quella spensierata giovinezza di spirito che nasce da fondamenta di roccia, sicure, serene? Perché rotolare nel fango di una spietata quotidianità senza amore, quando ci sono date le chiavi della reggia celeste? Povere anime di coloro che attendono, senza sapere cosa stanno attendendo, senza avere la forza di alzarsi dal buio nascondiglio in cui si sono perdute, e nemmeno sanno di esserlo.

sabato 13 luglio 2013

Fede

Mi sto rendendo conto lentamente di quanta poca fede abbia il mondo di oggi. Non tanto perché ci siano più atei dichiarati di una volta, o perché la stragrande maggioranza dei cristiani sia tale di nome ma pagana di fatto. Ma perché il principe di questo mondo ha sapientemente spezzato la fede con la F maiuscola in molti modi, al punto che forse pochi la ricordano. La fede che può spostare le montagne... Cosa significa?
Significa fidarsi completamente di Dio, come un bambino si fida serenamente del padre e della madre. Significa af-fidarsi completamente al messaggio della Chiesa, non in una o due parti che ci piacciono, ma in tutte, perché della Chiesa riconosciamo l’autorità e l’autorevolezza. Come detto saggiamente dal filosofo cattolico Josef Pieper, credere significa “partecipare alla conoscenza di colui che conosce”: è una scelta autonoma e razionale, ma richiede l’umiltà e la capacità di comprendere anche ciò che non è immediatamente comprensibile, o risulta più difficile praticare.
Nel caso dei cristiani, credere alla Chiesa non significa credere alla curia, al vaticano, a degli uomini in carne ed ossa, che santi non sono fino a prova contraria dopo la loro morte, ma significa credere ad un messaggio spirituale estremamente chiaro e preciso, completo, convalidato da segni concreti e soprannaturali nel corso di millenni.
Ancora più, avere fede vera significa comprendere con chiarezza la natura umana e la situazione umana, alla luce dell’insegnamento cristiano: che Dio esiste e ci ama fino ad umilare se stesso per insegnarci la via; che la vita è breve, e la maggior parte di ciò che facciamo è transitorio e irrilevante; che la vera vita, quella eterna, comincia dopo una breve vacanza sulla Terra; che la ricompensa della salvezza è indescrivibile, è una corona d’oro tempestata di gemme, una felicità assoluta, completa e infinita; che l’amore è la realtà intrinseca del tessuto dell’universo, è il nostro dovere, è ciò che Dio vuole da noi. Che Dio è veramente in ciascuno di noi, quando per nostra libera volontà la grazia dello spirito crea in noi un giardino spirituale in cui Dio gradisce sostare. E che Dio è davvero nel povero, nel malato, nel bisognoso, nell’innocente, e se noi credessimo davvero al comandamento di “amare il prossimo come noi stessi” non riusciremmo a mantenere gli occhi sulla metà delle cose che vediamo ogni giorno: sfortunati, senza casa, malati, indesiderati. Preferiremmo perdere il sonno, saltare pranzi e cene, uscite e divertimenti pur di aiutare chi soffre; e non dico perché vediamo Dio in costoro, ma perché semplicemente riusciamo a metterci nei loro panni. Se davvero credessimo che Dio è nei poveri, non daremmo loro qualsiasi cosa abbiamo, faremmo qualsiasi cosa, desiderosi di dare a Dio ciò che è già suo, di ringraziarlo e di ottenere l’eterna ricompensa?
La fede si vede solo dalle opere, non ci possiamo illudere d’averla nel nostro cuore perché ce lo diciamo da soli o perché andiamo a messa la domenica. Se amassimo il prossimo come noi stessi non giudicheremmo, non criticheremmo, non scherzeremmo in modo impietoso, non malediremmo, non sbufferemmo, non rimproveremmo senza carità, non saremmo rudi o volgari, ma cercheremmo con ogni azione di aiutare il prossimo nel bene materiale e ancora più in quello spirituale, perché se è importante dare del pane a chi non ne ha, non è ancora più importante aiutare un’anima a trovare una ricompensa eterna, piuttosto che una perdizione eterna?
Ancora di più, chi al giorno d’oggi offre volontariamente e con gioia a Dio sacrifici e sofferenze di ogni giorno in espiazione per i propri peccati? E quanti sono i nostri peccati! Noi usiamo ogni artificio del pensiero per convincerci che i peccati sono idee di un passato oscurantista, che le grandi rivoluzioni liberali del mondo moderno hanno abbattuto, e pertanto ciò che un tempo valeva come peccato, oggi non vale più. La nostra superbia ci dice che ne sappiamo più noi della Chiesa, che il Vangelo è stato scritto molto tempo fa e quindi dovremmo applicarlo coerentemente alla sensibilità di oggi, smussandone gli angoli, alleggerendone i messaggi, convincendoci di conoscere le leggi dell’universo meglio di Dio stesso. Come formiche che vogliono insegnare allo scultore come si fa il lavoro.
Questa invece è la fede: quella di esultare quando siamo umiliati, insultati, motteggiati, feriti, perseguitati, perché si tratta di grandi opportunità che ci vengono offerte per dare testimonianza cristiana, per affermare la carità, per salvare la nostra anima e quella degli altri. Avere fede significa perdonare sempre a tutti, con gioia, e tenere il nostro interesse materiale in minima considerazione, perché molto di più abbiamo da ricevere, e perché facendo queste cose accendiamo un fuoco interiore il cui felice calore può consumarci come un incendio, dando convinzione e ricompensa immediata al nostro agire disinteressato.
Siamo così lontani nel tempo e nella mentalità che è quasi impossibile comprendere la fede dei primi cristiani, assistiti dagli apostoli, accesi e illuminati dal calore della torcia viva appena passata sul mondo. Cristiani che si offrivano volontariamente e gioiosamente al martirio, confortati dalla fede incrollabile che un attimo di sofferenza in un mondo che già è sofferenza è ricompensato infinitamente nella vita nuova. Che testimonianza hanno offerto essi al mondo pagano! Un mondo che amava il corpo, il potere, il divertimento, il benessere, un mondo che esisteva solo per la Terra, e mai alzava gli occhi al cielo, perché i suoi dèi e i suoi idoli abitavano la Terra stessa. Esattamente un mondo come quello di oggi, in cui alzare gli occhi al cielo per tenerli fissi sulla ricompensa futura è follia.
Povera la nostra fede! Che desiderio può avere alcuno di scaldarsi al fuoco della Cristianità se essa è ridotta a un lumicino che non scalda? Che nutrimento spirituale può trovare un non credente nei cibi diluiti e annacquati di cristianesimi che predicano misericordia per tutti a costo zero?

martedì 8 gennaio 2013

Put Me In Charge

Facendo un’eccezione alla regola, riporto sul blog un commento anonimo fatto a quanto pare da una ragazza di 21 anni sul Waco Tribune Herald, il 18 Novembre 2011. È un articolo provocatorio, ma che dà spunti di riflessione interessanti su come uscire dalla crisi. È applicato alla realtà americana, ma si potrebbe trasferire quasi perfettamente anche a quella italiana. L’ho trovato sul blog ZeroHedge, che a sua volta l’ha riportato.

Put Me In Charge
Put me in charge of food stamps. I’d get rid of Lone Star cards; no cash for Ding Dongs or Ho Ho’s, just money for 50-pound bags of rice and beans, blocks of cheese and all the powdered milk you can haul away. If you want steak and frozen pizza, then get a job.
Put me in charge of Medicaid. The first thing I’d do is to get women Norplant birth control implants or tubal ligations. Then, we’ll test recipients for drugs, alcohol, and nicotine. If you want to reproduce or use drugs, alcohol, or smoke, then get a job.
Put me in charge of government housing. Ever live in a military barracks? You will maintain our property in a clean and good state of repair. Your home” will be subject to inspections anytime and possessions will be inventoried. If you want a plasma TV or Xbox 360, then get a job and your own place.
In addition, you will either present a check stub from a job each week or you will report to a “government” job. It may be cleaning the roadways of trash, painting and repairing public housing, whatever we find for you. We will sell your 22 inch rims and low profile tires and your blasting stereo and speakers and put that money toward the “common good..”
Before you write that I’ve violated someone’s rights, realize that all of the above is voluntary. If you want our money, accept our rules. Before you say that this would be “demeaning” and ruin their “self esteem,” consider that it wasn’t that long ago that taking someone else’s money for doing absolutely nothing was demeaning and lowered self esteem.
If we are expected to pay for other people’s mistakes we should at least attempt to make them learn from their bad choices. The current system rewards them for continuing to make bad choices.
AND While you are on Gov’t subsistence, you no longer can VOTE! Yes, that is correct. For you to vote would be a conflict of interest. You will voluntarily remove yourself from voting while you are receiving a Gov’t welfare check. If you want to vote, then get a job.

Educazione e intelligenza

Ho letto con interesse un articolo sul blog del Prof. Satoshi Kanazawa, a proposito di educazione e intelligenza, tratto dal suo nuovo libro “The Intelligence Paradox”. La tesi è che educazione e intelligenza sono connesse, ma non nel modo in cui vorremmo comunemente credere.
In politica si pone un’enfasi quasi miracolistica sul fatto che l’educazione sia cosa fondamentale e che vada garantita nel modo più ampio e pervasivo. Questo vale per lo più per le sinistre occidentali, che vedono nell’educazione il modo migliore per trasformare poveri in ricchi, grazie al nutrimento emancipante della cultura; e condannano quelle destre che invece vogliono privatizzare l’educazione, creando una dicotomia tra scuole di eccellenza per ricchi e scuole pubbliche disastrate per i poveri. Il concetto, oltre ad essere offensivo nei confronti degli insegnanti delle scuole pubbliche, andrebbe rivisto nell’ottica della gestione delle scuole statali. Se il sistema non funziona, in parte sarà a causa della scarsità di fondi (cosa che limita supporti fisici/multimediali o attività extra curricolari e sportive) ma per lo più è dovuto all’amministrazione delle scuole pubbliche: processi di formazione e selezione degli insegnanti, abbattimento degli sprechi, implementazione di una disciplina rigorosa, capacità di licenziare e assumere docenti in modo autonomo piuttosto che tramite classifiche, burocrazia. Di fatto, incapacità di attrarre e selezionare gli insegnanti migliori.
La realtà quasi mai portata alla luce è che l’educazione, così come le idee e tutto ciò che pertiene la mente, può essere offerta, ma non può mai essere imposta. Ci possono essere i migliori docenti, le risorse più avanzate, corsi ad hoc e insegnate privato, ma se uno non vuole o non riesce ad accogliere l’offerta formativa, essa è inutile a prescindere da quanto essa possa valere.
Uno che ha afferrato rapidamente questo concetto, avendolo vissuto in prima persona, è il Prof. Thomas Sowell di Stanford. Uomo di colore e di poverissima famiglia, è uno dei geni del nostro tempo ed è arrivato ad essere professore studiando praticamente da solo e andando poi avanti per merito. È lui a dire che “molto spesso l’educazione è un costoso isolamento dalla realtà”. In modo simile, si è espresso contro l’adozione in politica o nell’amministrazione pubblica di “quote” di minoranza (rosa, nere, arcobaleno ecc…), per il fatto che una persona dovrebbe essere selezionata solamente in base al merito, non a pretese necessità sovrastrutturali. Cosa in sè assolutamente logica, anche se tendiamo sempre più a ignorarla.
Tornando al Prof. Kanazawa, la tesi che argomenta è che l’intelligenza ha una base genetica, ed è molto difficile se non impossibile aumentarla. Le persone non si stupiscono che genitori biondi tendano a procreare figli biondi. In base a che logica si dovrebbe trattare l’intelligenza in modo diverso? Non è l’educazione che aumenta l’intelligenza, ma è l’esatto contrario: persone intelligenti vorranno imparare di più. L’educazione non è una medicina che puoi costringere qualcuno a ingoiare, rendendolo più brillante. La famiglia ha certamente un impatto sull’intelligenza dei figli durante l’infanzia, ma lo studio di Kanazawa ne limita drasticamente l’impatto (cosiddetto “ambientale”). L’intelligenza di una persona a 11 anni è sostanzialmente identica a quella della stessa persona a 80 anni, a prescindere da quanti migliaia di euro vengano spesi in educazione al liceo e all’università.
Accolgo con piacere la tesi di Kanazawa, riscontrando che il miraggio dell’intelligenza è un altro strumento di buonismo nel cassetto policamente corretto dei nostri politici, assetati di voti e di nuovi modi per adulare la platea.

Reality check

Riflettendo sulla situazione economica del nostro Paese e di tanti altri paesi occidentali, mi è venuta voglia di fare un’analisi di coscienza su dove si sta avviando il nostro sistema, e paragonarlo a ciò che era il passato e che forse sarà il futuro. Mi spiego.
Siamo parte di un sistema completamente afflitto dal debito, e strozzato da tasse che impediscono i consumi e soffocano la crescita. Siamo parte inoltre di un sistema che garantisce legalmente diritti quali lavoro, sanità, educazione, assistenze varie. A nessuno importa che lo Stato abbia o meno le risorse per garantire questi diritti; l’importante è che essi ci siano, e sono dati talmente per assodati che è impensabile che essi vengano meno in futuro.
La realtà è che per la maggior parte dei secoli passati tali diritti non sono mai esistiti, e in molti paesi in via di sviluppo essi sono miraggi in cui pochi sperano. Essi sono il giusto premio per un buon governo che bene amministra le risorse di un popolo operoso. Non sono cosa dovuta in un paese male gestito in cui gli stessi cittadini troppe volte vedono il lavoro come una sventura, o cercano di approfittarsi del sistema.
La brutta sveglia che aspetta l’Occidente è questa: prima o poi ci accorgeremo che le pensioni non si potranno più pagare; che la sanità crea un buco incolmabile; che il lavoro deve essere completamente liberalizzato per consentire flessibilità anche nelle mansioni più umili; che ognuno si dovrà arrangiare come potrà, dovrà lavorare per tutta la vita, dovrà dipendere molto più dai propri parenti (genitori, figli, cugini). La povertà e la delinquenza aumenteranno. La famiglia riacquisterà un ruolo fondamentale nel senso di aiutarsi a vicenda tra fratelli e tra diverse generazioni, e non solo in senso economico. Ci si accorgerà che possiamo e dobbiamo fare a meno di tante cose che abbiamo. Ci aspettano anni di vacche magre, cosa che vediamo sorprendentemente riflessa sempre più anche nelle evoluzioni alimentari (ricerca di cibi magri, moderazione nella quantità di cibo, coscienza dell’impatto di ciò che si mangia e beve sulla salute di lungo termine). Tutto ci sta dicendo che dobbiamo tornare ad una vita morigerata, sia in campo economico che in campo sociale e morale.
Sarà dura, specie per i più poveri. I recenti anni di benessere hanno nascosto che la dura vita è la realtà o quantomeno la costante del mondo, mentre il benessere è l’eccezione. Sarà una doccia terribilmente fredda, e una realizzazione pesante per molti, specialmente perché siamo stati istupiditi da decenni di propaganda intellettuale a sostegno del progresso perenne.
C’è una nebbia di buonismo fuori dalla realtà che coccola l’uomo moderno, la stessa nebbia che ci vuole tutti nella bambagia, ci adula tutti come bravi e buoni, ci dice che la sappiamo lunga e ci meritiamo ogni cosa, e che ci fa sentire dei falliti se non riusciamo a possedere tutto ciò che “ci spetta”. È una nebbia sottile e venefica, da cui possiamo liberarci solo con grandi sacrifici.

giovedì 3 gennaio 2013

Proselitismo

Dopo l’ottima annata del 2012 (ottima per me, non tanto per il blog visto che è fermo da più di un anno) ci si rimette a scrivere con tanti buoni propositi. Nella quiete che precede la tempesta lavorativa di gennaio, sono stato colpito da un’intuizione che profuma di politicamente scorretto, e mi affretto con piacere a condividerla. Parliamo di proselitismo.
Viviamo in una società in cui galleggiano tanti assiomi di pensiero, tante premesse non dette, spesso in un miscuglio contrastante; e tuttavia esse governano spesso i comportamenti e il modo di pensare della gente. Mi riferisco per esempio al fatto che tutti abbiano i medesimi diritti; che tutti abbiano libertà di pensiero e di parola; che i diritti dell’uomo siano assoluti e vadano salvaguardati ad ogni costo; che lo Stato debba regolare ciò che è terreno e materiale, e che non si occupi del soprannaturale. Questi sono principi chiari ed espliciti, del tutto condivisibili. Ciò che è meno chiaro sono le estensioni di questi principi, e cioè come essi vengono interpretati, declinati e spesso strumentalizzati da una serie di persone: politici, giornalisti e intellettuali in primis.
Mi spiego: il fatto che tutti abbiano i medesimi diritti viene spesso sovrapposto o scambiato col fatto che tutti siano “uguali”. La cosa in sè ovviamente non ha alcun senso: siamo tutti per grazia del cielo estremamente diversi. Nasciamo diversi, abbiamo esperienze diverse, abbiamo gusti diversi, lavori diversi, eccetera eccetera. L’essere uguali è solo nei diritti e davanti alla legge: è una minuscola parte della nostra vita e di quello che siamo. Trascuro il fatto che anche essere uguali davanti alla legge spesso è un’estremizzazione o un utopia, infatti nella realtà anche davanti alla legge alcuni sono più uguali di altri; ma assumiamo per il momento che l’idea coincida con la realtà. L’idea di uguaglianza davanti alla legge viene tuttavia spesso fatta coincidere con uguaglianza economica, e cioè con l’idea che nessuno possa essere più benestante di me, o che sia lecito togliere ai ricchi per dare ai poveri. Un’idea che polarizza la società in classi divise ed in contrasto l’una con l’altra.
Il secondo esempio, quello secondo cui ognuno ha il diritto di pensare e credere a quello che vuole, spesso viene subdolamente esteso nel senso che ognuno non solo può pensare quello che vuole, ma ha anche “ragione”: il suo pensiero è cioè corretto, e valido tanto quanto quello di chi pensa l’esatto opposto. Questa estensione del diritto di opinione nasconde un triste assioma non detto, e cioè che la verità intesa come fatto, come cosa reale e conoscibile, non esista. Non c’è più giusto né sbagliato, ci sono soltanto opinioni contrastanti, ma egualmente corrette e meritevoli di pari considerazione.
Il fatto che l’unica legge sia quella dello Stato, e che tale legge si applichi alle cose materiali, sostiene l’idea implicita che il soprannaturale non esista, o che comunque non debba riguardare l’uomo e la società. Che soprattutto il soprannaturale debba essere relegato nella sfera “privata”, quasi che l’individuo interessato del soprannaturale debba chiudersi in casa e nascondersi quando si eserciti nelle arcane pratiche; e che un’attività organizzata, collettiva o “pubblica” nell’esercizio di una fede sia qualcosa di violento, aggressivo, nocivo per il bene degli altri e della società. Il principio secondo cui i diritti umani sopracitati siano assoluti e imprescindibili, viene spesso esteso nel senso che non solo il diritto in sè è inalienabile (per esempio il diritto di opinione), ma che assoluta sia anche la specifica opinione. Se cioè qualcuno crede che il 29 febbraio nascano degli unicorni blu, non soltanto costui ha il diritto di crederlo, ma è inaccettabile che qualcuno dica ciò falso e soprattutto cerchi appassionatamente di fargli cambiare idea.
Agire sulle idee degli altri, cercare di influenzare il comportamento o il pensiero altrui, discutere e battersi per la diffusione attiva di un pensiero è guardato con molto sospetto. Sospetto perché nessuno nel ventunesimo secolo è portatore di verità; perché voler cambiare le idee altrui suona come controllo mediatico, lavaggio del cervello, desiderio di potere e di controllo, nel senso che se vuoi far prevalere le tue idee certo è a tuo beneficio e quasi certamente a svantaggio altrui. La sfiducia nel prossimo e nelle intenzioni del prossimo è oggi pressoché totale.
Questo modo di intendere i diritti sottintende un modo di intendere la società completamente schizofrenico. Il proselitismo delle idee nella società, così come la competizione nell’ambito del mercato, è proprio ciò che consente di smovere le acque e di rendere una società dinamica. Proselitismo nel senso di portare avanti idee, visioni del mondo, opinioni politiche, e ovviamente anche principi religiosi. Proselitismo vuol dire parlare, far conoscere, e dichiarare pubblicamente qualcosa come valido e corretto. Il proselitismo è il primo passo nella discussione tra individui, che porta al confronto e che certamente porta ad una maggiore riflessione e forse avvicina alla verità.
Molti vedono negativamente il proselitismo perché lo associano all’imposizione di idee, ma è del tutto ridicolo pensare che le idee possano essere imposte. Vorrei sfidare chiunque a provare a impormi un’idea che non voglio condividere. Se metto un’antenna satellitare sul balcone sto imponendo una bruttura a chi guarda nella mia direzione; se pianto una pala eolica nel terreno sto imponendo un’altra bruttura al prossimo e sto deturpando il paesaggio. È tuttavia molto più facile fare questo che imporre un’idea – per definizione, le idee non possono essere imposte, ma solo fatte conoscere. Sta alla volontà del singolo accettarle o rifiutarle. Come la competizione spinge al miglioramento del servizio, all’innovazione, alla ricerca degli standard migliori, così il proselitismo – cosa assolutamente salvaguardata dai diritti fondamentali dell’uomo, ma subdolamente negata da certe loro interpretazioni – rappresenta una spinta.
E più ci penso più mi convinco che tutto ciò che va nel senso dell’energia, dell’ottimismo, nel risvegliare ciò che è fermo e letargico, tutto ciò che è teso al movimento e al miglioramento tende ad essere cosa buona.