martedì 17 settembre 2013

Giovinezza

La giovinezza è un tema affascinante. Essa è sinonimo di freschezza, salute, e specialmente gioia di vivere, dettata dal fatto di avere molto tempo davanti. Essa viene generalmente riferita al corpo fisico, all’età di esso, ma non si potrebbe commettere errore più grave. È un concetto che assai più correttamente va applicato allo spirito.
Non ha molto senso utilizzare l’età del corpo per definire la giovinezza: a qualunque età, in qualunque giorno, qualcosa può succedere al corpo e la nostra vita può finire. È più probabile che malattie e morte tocchino agli anziani che ai giovani, ma la probabilità riguarda i grandi gruppi di persone, mentre ai singoli resta l’esperienza personale. E se anche nove su dieci muoiono da vecchi, chi siamo noi per ritenerci esclusi da quell’uno su dieci? Non perché siamo giovani anagraficamente dovremmo avere la fiduciosa spensieratezza di una giovinezza materiale. Questa visione ristretta confina la giovinezza su questa terra, e ci fa pensare che con la morte tutto finisca, anche la giovinezza.
A volte proprio l’idea della morte è usata per definire il momento in cui la giovinezza finisce: quando ci preoccupiamo della morte, la sentiamo avvicinarsi, non saremmo più giovani, ma saremmo degli adulti o dei vecchi privi di illusioni. Anche questo è vero, per chi non riesce a spingersi con la mente al di là della morte fisica.
Ma la giovinezza è un concetto dello spirito per altre ragioni. Innanzitutto lo spirito, la coscienza, sa di avere un tempo illimitato davanti. Noi pensiamo e respiriamo con la misura dell’eternità. La salute e l’età del corpo non tolgono la giovinezza dallo spirito che vede queste cose.
La giovinezza infatti è un fuoco, una molla, un entusiasmo. È l’essere consumati dall’emozione di fare qualcosa, imparare qualcosa, scoprire sempre cose nuove, desiderare di aprire nuove porte, conoscere nuove persone, vedere nuovi cieli. Cercare risposte e non fermarsi mai. Questa è la giovinezza, che è sì spensierata, perché non ha paura di chiedere, non ha paura di faticare, non ha paura di chi si trova davanti. Ci sono molti giovani che sono tali d’età, ma sono vecchi o perfino morti dentro, perché il loro fuoco si è ridotto ad un lumicino, oppure hanno completamente soffocato la scintilla del loro entusiasmo. E ci sono altri anziani all’anagrafe, ma ancora divorati da un fuoco che non si spegne, che non sono vittime dei disagi dell’età, e per quanto è loro permesso continuano a cercare, a imparare, a fare.
Questa è la giovinezza di spirito che la nostra fede ci insegna, una giovinezza che non riesce ad essere trattenuta dall’ozio, dalla consuetudine, da una passiva tranquillità. Più che giovani, bisogna essere come bambini per entrare nel regno di Dio. Oltre al fuoco che è amore, e al desiderio di raggiungere la luce, metafora della giovinezza, ci serve la fede serena che hanno i bambini nei genitori. Una fede per cui il traguardo è raggiungibile, e che ci dice che nulla verrà a mancare lungo il cammino.

giovedì 5 settembre 2013

Sacrificio e Ricompensa

È così facile parlare di queste cose, perché non sto dicendo niente di nuovo. Non sono farina del mio sacco, sono state dette e ridette per secoli in tanti modi. Eppure pochi sembrano ricordarsene.
Come vivere avventurosamente questa vita, dando senso ed energia spirituale a ciò che facciamo? Come possiamo realmente fare di questo mondo un mondo migliore? E non perché questo mondo debba essere perfetto – non lo è e probabilmente non lo sarà mai. Il nostro spirito anela a ben altro. Ma certamente possiamo migliorarlo, questo mondo sfortunato che si è chiuso alla luce. Possiamo accendere fiaccole di luce, di speranza, di felicità vera. E cosa c’è di più avventuoso ed emozionante di fare ciò che pochi hanno il coraggio e la forza di fare? Di scoprire nuove vie, strade poco battute – e di sollevare il velo di mistero che copre il mondo con tanto affanno?
La risposta ha un nome: sacrificio. Tutto ciò che ha valore, costa, ma quando raggiungiamo obiettivi sfidanti, quando ci eleviamo a nuove cime, non sentiamo più il peso del sacrificio, perché la ricompensa ha infinitamente più valore dello sforzo fatto.
Sorridiamo sempre – ma non con un falso sorriso, bensì con un sorriso che possa dare a tutti ristoro. Chiunque incontriamo sta già combattendo una dura battaglia personale, che quasi certamente non conosciamo, ed è giusto mostrare gentilezza, supporto e rispetto.
Perché giudicare gli altri, quando non sappiamo praticamente niente di loro, del perché fanno o dicono certe cose? E davvero non sappiamo niente – sappiamo così poco perfino dei nostri familiari, dei nostri parenti, dei nostri amici. Dei loro pensieri, dei loro problemi, dei loro sogni. Quasi nulla. Figurarsi cosa potremo sapere dell’ignoto che incontriamo sulla nostra via. Perché allora giudicare in base a comportamenti, educazione, abbigliamento, ceto o altre cose? Ricordiamoci che tutto svanirà presto e sarà dimenticato, cancellato dalla storia e dal tempo insieme a noi. Non sprechiamo energie giudicando, e usiamole invece facendo. Facile? No che non è facile, ma in fondo non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare.
Carichiamoci i nostri problemi e cerchiamo di mantenere il sorriso sulle labbra, con fiducia, senza gravare su chi ci circonda ma avendo fede in Chi tutto può. Facile? No che non è facile. È eroico.
Una persona ci usa poco rispetto, ci insulta o ci parla male alle spalle. Potremmo non curarcene, far finta di niente, e già sarebbe qualcosa piuttosto che cercare vendetta. Ma potremmo anche rispondere con gentilezza, perdonare, pregare per questa persona, non lasciar passare occasione per manifestare amicizia. Facile? No, proprio no, ma incredibilmente potente. Come non comprendere che chi ci è attorno queste cose le vede, e ne sarà meravigliato, edificato, attratto anch’egli verso la luce? E chi può dire che anche questa persona non possa tornare sui suoi passi, rendersi conto di aver agito o giudicato male, e cominciare una vera amicizia?
Comportarsi con amore verso una persona cattiva, pregare per lei, non giudicarla, e se proprio non possiamo farne a meno non lasciare che essa veda il nostro giudizio. Una persona preda del male è come qualcuno che viva nelle tenebre di una grotta, non conosca o non veda la luce. Se noi le mostriamo un po’ di luce, essa può accecarla, renderla ancora più ostile, e il male che è in lei cercherà di allontanarla da noi. Ma noi continuiamo ad amare e pregare, e lasciare a Dio tutto il resto. Le anime si acquistano a caro prezzo, ma che ricompensa avremo per ogni anima che portiamo a Dio? Un grande sacrificio che avrà un’infinita ricompensa.
Confortare un malato, conoscere e aiutare i nostri vicini di casa, non essere sgarbati o superficiali, non eccedere in tante cose che ci piacciono, condividere quello che abbiamo con gli altri. Liberarci da tutte le catene che ci legano: il desiderio di essere amati e rispettati, la paura del futuro, l’ansia del denaro e del giudizio degli altri, la sete dei piaceri che così in fretta se ne vanno, il desiderio del potere, l’orgoglio. Tutte queste cose non sono semplicemente buon senso? Non le conoscevamo già? Eppure così facilmente ce le dimentichiamo. Così come ci dimentichiamo della ricompensa, cosa ancora più stolta.
Infatti ogni volta che facciamo una di queste cose, e teniamo noi stessi in minimo conto per il bene degli altri, guadagniamo una moneta in Cielo. E ben più che una moneta: una corona, un tesoro. E queste monete si possono spendere: chiedendo cose buone a Dio, intercedendo per altri, chiedendo il bene e la conversione dei cuori, scontando i nostri peccati. Tutto ciò che chiediamo con giustizia viene ascoltato, e veniamo ricompensati immediatamente. Nulla di ciò che facciamo viene ignorato o perduto, e di tutto dovremo rendere conto. Perché non cominciare fin da subito ad accumulare il nostro vero tesoro in Cielo, dove nessuno ce lo può rubare? Perché non affrettare il tempo in cui diverremo principi, eredi e figli del Re?
Il meraviglioso paradosso cristiano, che paradosso non è ma appare tale a questo mondo privo di luce, è che più facciamo queste cose non solo avremo maggiore ricompensa in Cielo, ma l’avremo già fin da subito qui, sulla Terra, moltiplicata infinite volte.

venerdì 19 luglio 2013

Maria Valtorta


Vorrei parlare di una persona eccezionale, non solo per la sua grande devozione religiosa, ma per un’opera straordinaria che continua a ispirare i credenti e a lasciare di stucco i non credenti: è Maria Valtorta. Su di lei trovate molto materiale in rete, ma a grandi linee la sua storia è questa: in seguito ad un’aggressione quand’era ancora giovane, rimase paralizzata dalla vita in giù e costretta a letto per 27 anni fino alla sua morte. In una condizione simile a quella di Anna Caterina Emmerich, per chi le crede, la Valtorta fu una mistica che aveva quotidiane conversazioni con le Persone della Trinità, la Madonna e il suo Angelo custode. Tra coloro che hanno confermato la validità delle sue affermazioni troviamo Padre Pio, ora un santo della Chiesa, e i veggenti di Medjugorie, che hanno riportato in due occasioni l’approvazione della Madonna agli scritti valtortiani.
Negli anni della sua infermità, Maria Valtorta ha scritto decine di migliaia di pagine sotto ispirazione, raccolte successivamente in molte opere. La principale è “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, un’opera monumentale che descrive la vita di Gesù e di Maria praticamente giorno per giorno. Il carattere soprannaturale dell’opera è travolgente: un’intelligenza che non può essere terrena, una prospettiva che è interamente divina, un mosaico completo di situazioni, esempi, spiegazioni, parabole di cui non si trova l’eguale in altra opera scritta da mani d’uomo. Appare come un vangelo dettato per l’uomo contemporaneo: un uomo a cui la fede non basta più, ma che ha bisogno di sapere tutto, di molte parole, di pensieri, argomentazioni, potendo poter così soddisfare il desiderio di decidere con la propria testa dopo aver vagliato e scrutinato. Se qualcuno sta veramente cercando, in questo libro troverà anche troppo.
Altri scritti ispirati raccontano la vita dei primi martiri cristiani. Anche in questo caso la vividezza dei dettagli, le situazioni, le descrizioni sono davvero sconvolgenti. Il suo lavoro ha suscitato l’interesse di religiosi, storici e studiosi che hanno dovuto costatarne l’accuratezza storica e l’assoluta coerenza con la dottrina della Chiesa.
La lettura delle sue opere non è consigliata, è vivamente raccomandata. Molti dei suoi scritti si possono trovare online, altrimenti si possono richiedere al Centro Editoriale Valtortiano (www.mariavaltorta.com). Un sito consigliato in lingua inglese è valtorta.org.
Grazie Maria per questi regali spirituali così immeritati dagli uomini.

lunedì 15 luglio 2013

Esodo, capo XX


E il Signore pronunziò tutte queste parole:
Io sono il Signore Dio tuo, che ti trassi dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai altri dii dinanzi a me. Tu non ti farai scoltura, nè rappresentazione alcuna di quel che è lassù in cielo, o quaggiù in terra, o nelle acque sotterra. E non adorerai tali cose, nè ad esse presterai culto: Io sono il Signore Dio tuo forte, geloso, che fo vendetta dell’iniquità de’ padri sopra i figliuoli, fino alla terza e quarta generazione di coloro, che mi odiano: E fo misericordia per migliaia (di generazioni) a coloro che mi amano, e osservano i miei comandamenti.
Non prendere in vano il nome del Signore Dio tuo: perocchè il Signore non terrà per innocente colui, che prenderà invano il nome del Signore Dio suo.
Ricordati di santificare il giorno di sabato. Per sei giorni lavorerai, e farai tutte le tue faccende. Il settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo: in questo non farai lavoro di sorta tu, e il tuo fogliuolo, e la tua figliuola, il tuo sevo, e la tua serva, il tuo giumento, e il forestiero, che sta dentro le tue porte. Imperocchè in sei giorni fece il Signore il cielo e la terra, e il mare, e quanto in essi si contiene, e riposò il settimo giorno: per questo il Signore benedisse il giorno di sabato, e lo santificò.
Onora il padre tuo, e la madre tua, affinchè tu abbi lunga vita sopra la terra, la quale ti sarà data dal Signore Dio tuo.
Non ammazzare.
Non fornicare.
Non rubare.
Non dire il falso testimonio contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la sua moglie, non lo schiavo, non la schiava, non il bue, non l’asino, nè veruna delle cose, che a lui appartengono.
E tutto il popolo sentiva le voci, e i folgori, e il suono della tromba, e il monte, che fumava: e atterriti e abbattuti dalla paura, si stettero in lontananza, dicendo a Mosè:
Parla tu a noi, e ascolteremo: non ci parli il Signore, affinchè per disgrazia noi non muojamo.
E Mosè disse al popolo:
Non temete: imperocchè Dio è venuto per far saggio di voi, e affinchè sia in voi il suo timore, e non pecchiate.
E il popolo si stette in lontananza: e Mosè si appressò alla caligne, in cui era Iddio.
Bibbia Martini, A.D. 1775 Imprimatur

domenica 14 luglio 2013

Attesa nel buio

Ogni generazione nasce libera da ogni consapevolezza, ed è nutrita dalle generazioni precedenti. Ogni bambino è allevato, istruito, educato dalla famiglia a conoscere il mondo presente. Ma come in un telefono senza fili, la storia del mondo, la sapienza, il tesoro di conoscenza e di affetti che la tradizione ci ha consegnato è ora ingarbugliato, mescolato a tanti elementi contrari, in una giungla moderna e senz’alberi che lascia trapelare appena la luce del sole.
In questa confusione assordante di messaggi contrastanti, di opinioni, di voci che si levano dappertutto e dicono tutto e il contrario di tutto, dove si trova la Verità? Dove si trova la saggezza?
E come non vedere la sete di spiritualità che pervade tutto il mondo? Le nuove generazioni cercano risposte, aspettano un messaggio chiaro, una garanzia di verità, una briciola di autenticità in un mondo che è altrimenti pieno di nulla. Come pecore senza pastore, aspettano che qualcuno le raccolga, le porti ad un riposo sicuro.
Ma se di pastori ce ne sono pochi, almeno il cielo è sereno per chi sa orientarsi con le stelle. Infatti quelle ci sono, ci sono sempre. E anche la Verità, la sapienza, non hanno mai abbandonato il mondo, ma trovano chi le cerca.
Infatti nessuno verrà mai a portarci il messaggio che aspettiamo con ansia per dare una svolta alla nostra vita. La nostra attesa è inutile. E perché? Perché tutto è già stato detto. Tutto è già stato scritto.
Non invano, ma con poco profitto ci agitiamo a filtrare piccole perle di saggezza che affiorano naturalmente nel mondo. Come un assetato che, cieco alla sorgente che sgorga davanti a lui, si volta a tentoni e cerca acqua in altre direzioni, o spera in un poco di pioggia. Come una zanzara, che nell’affannosa ricerca di nutrimento può finire facilmente bruciata dalla fiamma.
La sapienza è già stata svelata, per chi la cerca con cuore sincero. La via della salvezza, la spiegazione del tutto, la capacità di distinguere cosa conta da cosa è inutile: possiamo accedere a questi tesori in qualsiasi momento, e gratis. Pensiamo che l’uomo d’oggi sia diverso da quello di millenni fa? Che le sfide di oggi, declinate in modi di vita diversi, siano forse più terribili o assai distanti da quelle che i nostri antenati hanno sempre incontrato? Abbiamo accesso al pensiero di tanti grandi che ci hanno preceduti, e ancora di più noi cristiani siamo istruiti da Dio stesso nella triplice forma della Giustizia, della Misericordia e dell’Amore. Come non trovare dentro di noi quella spensierata giovinezza di spirito che nasce da fondamenta di roccia, sicure, serene? Perché rotolare nel fango di una spietata quotidianità senza amore, quando ci sono date le chiavi della reggia celeste? Povere anime di coloro che attendono, senza sapere cosa stanno attendendo, senza avere la forza di alzarsi dal buio nascondiglio in cui si sono perdute, e nemmeno sanno di esserlo.

sabato 13 luglio 2013

Fede

Mi sto rendendo conto lentamente di quanta poca fede abbia il mondo di oggi. Non tanto perché ci siano più atei dichiarati di una volta, o perché la stragrande maggioranza dei cristiani sia tale di nome ma pagana di fatto. Ma perché il principe di questo mondo ha sapientemente spezzato la fede con la F maiuscola in molti modi, al punto che forse pochi la ricordano. La fede che può spostare le montagne... Cosa significa?
Significa fidarsi completamente di Dio, come un bambino si fida serenamente del padre e della madre. Significa af-fidarsi completamente al messaggio della Chiesa, non in una o due parti che ci piacciono, ma in tutte, perché della Chiesa riconosciamo l’autorità e l’autorevolezza. Come detto saggiamente dal filosofo cattolico Josef Pieper, credere significa “partecipare alla conoscenza di colui che conosce”: è una scelta autonoma e razionale, ma richiede l’umiltà e la capacità di comprendere anche ciò che non è immediatamente comprensibile, o risulta più difficile praticare.
Nel caso dei cristiani, credere alla Chiesa non significa credere alla curia, al vaticano, a degli uomini in carne ed ossa, che santi non sono fino a prova contraria dopo la loro morte, ma significa credere ad un messaggio spirituale estremamente chiaro e preciso, completo, convalidato da segni concreti e soprannaturali nel corso di millenni.
Ancora più, avere fede vera significa comprendere con chiarezza la natura umana e la situazione umana, alla luce dell’insegnamento cristiano: che Dio esiste e ci ama fino ad umilare se stesso per insegnarci la via; che la vita è breve, e la maggior parte di ciò che facciamo è transitorio e irrilevante; che la vera vita, quella eterna, comincia dopo una breve vacanza sulla Terra; che la ricompensa della salvezza è indescrivibile, è una corona d’oro tempestata di gemme, una felicità assoluta, completa e infinita; che l’amore è la realtà intrinseca del tessuto dell’universo, è il nostro dovere, è ciò che Dio vuole da noi. Che Dio è veramente in ciascuno di noi, quando per nostra libera volontà la grazia dello spirito crea in noi un giardino spirituale in cui Dio gradisce sostare. E che Dio è davvero nel povero, nel malato, nel bisognoso, nell’innocente, e se noi credessimo davvero al comandamento di “amare il prossimo come noi stessi” non riusciremmo a mantenere gli occhi sulla metà delle cose che vediamo ogni giorno: sfortunati, senza casa, malati, indesiderati. Preferiremmo perdere il sonno, saltare pranzi e cene, uscite e divertimenti pur di aiutare chi soffre; e non dico perché vediamo Dio in costoro, ma perché semplicemente riusciamo a metterci nei loro panni. Se davvero credessimo che Dio è nei poveri, non daremmo loro qualsiasi cosa abbiamo, faremmo qualsiasi cosa, desiderosi di dare a Dio ciò che è già suo, di ringraziarlo e di ottenere l’eterna ricompensa?
La fede si vede solo dalle opere, non ci possiamo illudere d’averla nel nostro cuore perché ce lo diciamo da soli o perché andiamo a messa la domenica. Se amassimo il prossimo come noi stessi non giudicheremmo, non criticheremmo, non scherzeremmo in modo impietoso, non malediremmo, non sbufferemmo, non rimproveremmo senza carità, non saremmo rudi o volgari, ma cercheremmo con ogni azione di aiutare il prossimo nel bene materiale e ancora più in quello spirituale, perché se è importante dare del pane a chi non ne ha, non è ancora più importante aiutare un’anima a trovare una ricompensa eterna, piuttosto che una perdizione eterna?
Ancora di più, chi al giorno d’oggi offre volontariamente e con gioia a Dio sacrifici e sofferenze di ogni giorno in espiazione per i propri peccati? E quanti sono i nostri peccati! Noi usiamo ogni artificio del pensiero per convincerci che i peccati sono idee di un passato oscurantista, che le grandi rivoluzioni liberali del mondo moderno hanno abbattuto, e pertanto ciò che un tempo valeva come peccato, oggi non vale più. La nostra superbia ci dice che ne sappiamo più noi della Chiesa, che il Vangelo è stato scritto molto tempo fa e quindi dovremmo applicarlo coerentemente alla sensibilità di oggi, smussandone gli angoli, alleggerendone i messaggi, convincendoci di conoscere le leggi dell’universo meglio di Dio stesso. Come formiche che vogliono insegnare allo scultore come si fa il lavoro.
Questa invece è la fede: quella di esultare quando siamo umiliati, insultati, motteggiati, feriti, perseguitati, perché si tratta di grandi opportunità che ci vengono offerte per dare testimonianza cristiana, per affermare la carità, per salvare la nostra anima e quella degli altri. Avere fede significa perdonare sempre a tutti, con gioia, e tenere il nostro interesse materiale in minima considerazione, perché molto di più abbiamo da ricevere, e perché facendo queste cose accendiamo un fuoco interiore il cui felice calore può consumarci come un incendio, dando convinzione e ricompensa immediata al nostro agire disinteressato.
Siamo così lontani nel tempo e nella mentalità che è quasi impossibile comprendere la fede dei primi cristiani, assistiti dagli apostoli, accesi e illuminati dal calore della torcia viva appena passata sul mondo. Cristiani che si offrivano volontariamente e gioiosamente al martirio, confortati dalla fede incrollabile che un attimo di sofferenza in un mondo che già è sofferenza è ricompensato infinitamente nella vita nuova. Che testimonianza hanno offerto essi al mondo pagano! Un mondo che amava il corpo, il potere, il divertimento, il benessere, un mondo che esisteva solo per la Terra, e mai alzava gli occhi al cielo, perché i suoi dèi e i suoi idoli abitavano la Terra stessa. Esattamente un mondo come quello di oggi, in cui alzare gli occhi al cielo per tenerli fissi sulla ricompensa futura è follia.
Povera la nostra fede! Che desiderio può avere alcuno di scaldarsi al fuoco della Cristianità se essa è ridotta a un lumicino che non scalda? Che nutrimento spirituale può trovare un non credente nei cibi diluiti e annacquati di cristianesimi che predicano misericordia per tutti a costo zero?

martedì 8 gennaio 2013

Put Me In Charge

Facendo un’eccezione alla regola, riporto sul blog un commento anonimo fatto a quanto pare da una ragazza di 21 anni sul Waco Tribune Herald, il 18 Novembre 2011. È un articolo provocatorio, ma che dà spunti di riflessione interessanti su come uscire dalla crisi. È applicato alla realtà americana, ma si potrebbe trasferire quasi perfettamente anche a quella italiana. L’ho trovato sul blog ZeroHedge, che a sua volta l’ha riportato.

Put Me In Charge
Put me in charge of food stamps. I’d get rid of Lone Star cards; no cash for Ding Dongs or Ho Ho’s, just money for 50-pound bags of rice and beans, blocks of cheese and all the powdered milk you can haul away. If you want steak and frozen pizza, then get a job.
Put me in charge of Medicaid. The first thing I’d do is to get women Norplant birth control implants or tubal ligations. Then, we’ll test recipients for drugs, alcohol, and nicotine. If you want to reproduce or use drugs, alcohol, or smoke, then get a job.
Put me in charge of government housing. Ever live in a military barracks? You will maintain our property in a clean and good state of repair. Your home” will be subject to inspections anytime and possessions will be inventoried. If you want a plasma TV or Xbox 360, then get a job and your own place.
In addition, you will either present a check stub from a job each week or you will report to a “government” job. It may be cleaning the roadways of trash, painting and repairing public housing, whatever we find for you. We will sell your 22 inch rims and low profile tires and your blasting stereo and speakers and put that money toward the “common good..”
Before you write that I’ve violated someone’s rights, realize that all of the above is voluntary. If you want our money, accept our rules. Before you say that this would be “demeaning” and ruin their “self esteem,” consider that it wasn’t that long ago that taking someone else’s money for doing absolutely nothing was demeaning and lowered self esteem.
If we are expected to pay for other people’s mistakes we should at least attempt to make them learn from their bad choices. The current system rewards them for continuing to make bad choices.
AND While you are on Gov’t subsistence, you no longer can VOTE! Yes, that is correct. For you to vote would be a conflict of interest. You will voluntarily remove yourself from voting while you are receiving a Gov’t welfare check. If you want to vote, then get a job.