La giovinezza è un tema affascinante. Essa è sinonimo di freschezza, salute, e specialmente gioia di vivere, dettata dal fatto di avere molto tempo davanti. Essa viene generalmente riferita al corpo fisico, all’età di esso, ma non si potrebbe commettere errore più grave. È un concetto che assai più correttamente va applicato allo spirito.
Non ha molto senso utilizzare l’età del corpo per definire la giovinezza: a qualunque età, in qualunque giorno, qualcosa può succedere al corpo e la nostra vita può finire. È più probabile che malattie e morte tocchino agli anziani che ai giovani, ma la probabilità riguarda i grandi gruppi di persone, mentre ai singoli resta l’esperienza personale. E se anche nove su dieci muoiono da vecchi, chi siamo noi per ritenerci esclusi da quell’uno su dieci? Non perché siamo giovani anagraficamente dovremmo avere la fiduciosa spensieratezza di una giovinezza materiale. Questa visione ristretta confina la giovinezza su questa terra, e ci fa pensare che con la morte tutto finisca, anche la giovinezza.
A volte proprio l’idea della morte è usata per definire il momento in cui la giovinezza finisce: quando ci preoccupiamo della morte, la sentiamo avvicinarsi, non saremmo più giovani, ma saremmo degli adulti o dei vecchi privi di illusioni. Anche questo è vero, per chi non riesce a spingersi con la mente al di là della morte fisica.
Ma la giovinezza è un concetto dello spirito per altre ragioni. Innanzitutto lo spirito, la coscienza, sa di avere un tempo illimitato davanti. Noi pensiamo e respiriamo con la misura dell’eternità. La salute e l’età del corpo non tolgono la giovinezza dallo spirito che vede queste cose.
La giovinezza infatti è un fuoco, una molla, un entusiasmo. È l’essere consumati dall’emozione di fare qualcosa, imparare qualcosa, scoprire sempre cose nuove, desiderare di aprire nuove porte, conoscere nuove persone, vedere nuovi cieli. Cercare risposte e non fermarsi mai. Questa è la giovinezza, che è sì spensierata, perché non ha paura di chiedere, non ha paura di faticare, non ha paura di chi si trova davanti. Ci sono molti giovani che sono tali d’età, ma sono vecchi o perfino morti dentro, perché il loro fuoco si è ridotto ad un lumicino, oppure hanno completamente soffocato la scintilla del loro entusiasmo. E ci sono altri anziani all’anagrafe, ma ancora divorati da un fuoco che non si spegne, che non sono vittime dei disagi dell’età, e per quanto è loro permesso continuano a cercare, a imparare, a fare.
Questa è la giovinezza di spirito che la nostra fede ci insegna, una giovinezza che non riesce ad essere trattenuta dall’ozio, dalla consuetudine, da una passiva tranquillità. Più che giovani, bisogna essere come bambini per entrare nel regno di Dio. Oltre al fuoco che è amore, e al desiderio di raggiungere la luce, metafora della giovinezza, ci serve la fede serena che hanno i bambini nei genitori. Una fede per cui il traguardo è raggiungibile, e che ci dice che nulla verrà a mancare lungo il cammino.
martedì 17 settembre 2013
giovedì 5 settembre 2013
Sacrificio e Ricompensa
È così facile parlare di queste cose, perché non sto dicendo
niente di nuovo. Non sono farina del mio sacco, sono state dette e ridette per
secoli in tanti modi. Eppure pochi sembrano ricordarsene.
Come vivere avventurosamente questa vita, dando senso ed
energia spirituale a ciò che facciamo? Come possiamo realmente fare di questo
mondo un mondo migliore? E non perché questo mondo debba essere perfetto – non lo
è e probabilmente non lo sarà mai. Il nostro spirito anela a ben altro. Ma
certamente possiamo migliorarlo, questo mondo sfortunato che si è chiuso alla
luce. Possiamo accendere fiaccole di luce, di speranza, di felicità vera. E
cosa c’è di più avventuoso ed emozionante di fare ciò che pochi hanno il
coraggio e la forza di fare? Di scoprire nuove vie, strade poco battute – e di
sollevare il velo di mistero che copre il mondo con tanto affanno?
La risposta ha un nome: sacrificio. Tutto ciò che ha valore,
costa, ma quando raggiungiamo obiettivi sfidanti, quando ci eleviamo a nuove cime,
non sentiamo più il peso del sacrificio, perché la ricompensa ha infinitamente
più valore dello sforzo fatto.
Sorridiamo sempre – ma non con un falso sorriso, bensì con
un sorriso che possa dare a tutti ristoro. Chiunque incontriamo sta già combattendo
una dura battaglia personale, che quasi certamente non conosciamo, ed è giusto
mostrare gentilezza, supporto e rispetto.
Perché giudicare gli altri, quando non sappiamo praticamente
niente di loro, del perché fanno o dicono certe cose? E davvero non sappiamo
niente – sappiamo così poco perfino dei nostri familiari, dei nostri parenti,
dei nostri amici. Dei loro pensieri, dei loro problemi, dei loro sogni. Quasi
nulla. Figurarsi cosa potremo sapere dell’ignoto che incontriamo sulla nostra
via. Perché allora giudicare in base a comportamenti, educazione,
abbigliamento, ceto o altre cose? Ricordiamoci che tutto svanirà presto e sarà
dimenticato, cancellato dalla storia e dal tempo insieme a noi. Non sprechiamo
energie giudicando, e usiamole invece facendo. Facile? No che non è facile, ma in
fondo non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare.
Carichiamoci i nostri problemi e cerchiamo di mantenere il
sorriso sulle labbra, con fiducia, senza gravare su chi ci circonda ma avendo
fede in Chi tutto può. Facile? No che non è facile. È eroico.
Una persona ci usa poco rispetto, ci insulta o ci parla male
alle spalle. Potremmo non curarcene, far finta di niente, e già sarebbe
qualcosa piuttosto che cercare vendetta. Ma potremmo anche rispondere con
gentilezza, perdonare, pregare per questa persona, non lasciar passare
occasione per manifestare amicizia. Facile? No, proprio no, ma incredibilmente
potente. Come non comprendere che chi ci è attorno queste cose le vede, e ne
sarà meravigliato, edificato, attratto anch’egli verso la luce? E chi può dire
che anche questa persona non possa tornare sui suoi passi, rendersi conto di
aver agito o giudicato male, e cominciare una vera amicizia?
Comportarsi con amore verso una persona cattiva, pregare per
lei, non giudicarla, e se proprio non possiamo farne a meno non lasciare che
essa veda il nostro giudizio. Una persona preda del male è come qualcuno che
viva nelle tenebre di una grotta, non conosca o non veda la luce. Se noi le
mostriamo un po’ di luce, essa può accecarla, renderla ancora più ostile, e il
male che è in lei cercherà di allontanarla da noi. Ma noi continuiamo ad amare
e pregare, e lasciare a Dio tutto il resto. Le anime si acquistano a caro
prezzo, ma che ricompensa avremo per ogni anima che portiamo a Dio? Un grande
sacrificio che avrà un’infinita ricompensa.
Confortare un malato, conoscere e aiutare i nostri vicini di
casa, non essere sgarbati o superficiali, non eccedere in tante cose che ci
piacciono, condividere quello che abbiamo con gli altri. Liberarci da tutte le
catene che ci legano: il desiderio di essere amati e rispettati, la paura del
futuro, l’ansia del denaro e del giudizio degli altri, la sete dei piaceri che
così in fretta se ne vanno, il desiderio del potere, l’orgoglio. Tutte queste
cose non sono semplicemente buon senso? Non le conoscevamo già? Eppure così
facilmente ce le dimentichiamo. Così come ci dimentichiamo della ricompensa,
cosa ancora più stolta.
Infatti ogni volta che facciamo una di queste cose, e
teniamo noi stessi in minimo conto per il bene degli altri, guadagniamo una
moneta in Cielo. E ben più che una moneta: una corona, un tesoro. E queste
monete si possono spendere: chiedendo cose buone a Dio, intercedendo per altri,
chiedendo il bene e la conversione dei cuori, scontando i nostri peccati. Tutto
ciò che chiediamo con giustizia viene ascoltato, e veniamo ricompensati immediatamente.
Nulla di ciò che facciamo viene ignorato o perduto, e di tutto dovremo rendere
conto. Perché non cominciare fin da subito ad accumulare il nostro vero tesoro
in Cielo, dove nessuno ce lo può rubare? Perché non affrettare il tempo in cui
diverremo principi, eredi e figli del Re?
Il meraviglioso paradosso cristiano, che paradosso non è ma
appare tale a questo mondo privo di luce, è che più facciamo queste cose non
solo avremo maggiore ricompensa in Cielo, ma l’avremo già fin da subito qui,
sulla Terra, moltiplicata infinite volte.
venerdì 19 luglio 2013
Maria Valtorta
Vorrei parlare di una persona eccezionale, non solo per la
sua grande devozione religiosa, ma per un’opera straordinaria che continua a
ispirare i credenti e a lasciare di stucco i non credenti: è Maria Valtorta. Su
di lei trovate molto materiale in rete, ma a grandi linee la sua storia è
questa: in seguito ad un’aggressione quand’era ancora giovane, rimase
paralizzata dalla vita in giù e costretta a letto per 27 anni fino alla sua
morte. In una condizione simile a quella di Anna Caterina Emmerich, per chi le
crede, la Valtorta fu una mistica che aveva quotidiane conversazioni con le
Persone della Trinità, la Madonna e il suo Angelo custode. Tra coloro che hanno
confermato la validità delle sue affermazioni troviamo Padre Pio, ora un santo
della Chiesa, e i veggenti di Medjugorie, che hanno riportato in due occasioni l’approvazione
della Madonna agli scritti valtortiani.
Negli anni della sua infermità, Maria Valtorta ha scritto decine
di migliaia di pagine sotto ispirazione, raccolte successivamente in molte
opere. La principale è “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, un’opera
monumentale che descrive la vita di Gesù e di Maria praticamente giorno per
giorno. Il carattere soprannaturale dell’opera è travolgente: un’intelligenza
che non può essere terrena, una prospettiva che è interamente divina, un
mosaico completo di situazioni, esempi, spiegazioni, parabole di cui non si
trova l’eguale in altra opera scritta da mani d’uomo. Appare come un vangelo
dettato per l’uomo contemporaneo: un uomo a cui la fede non basta più, ma che
ha bisogno di sapere tutto, di molte parole, di pensieri, argomentazioni, potendo
poter così soddisfare il desiderio di decidere con la propria testa dopo aver vagliato
e scrutinato. Se qualcuno sta veramente cercando, in questo libro troverà anche
troppo.
Altri scritti ispirati raccontano la vita dei primi martiri
cristiani. Anche in questo caso la vividezza dei dettagli, le situazioni, le
descrizioni sono davvero sconvolgenti. Il suo lavoro ha suscitato l’interesse
di religiosi, storici e studiosi che hanno dovuto costatarne l’accuratezza
storica e l’assoluta coerenza con la dottrina della Chiesa.
La lettura delle sue opere non è consigliata, è vivamente
raccomandata. Molti dei suoi scritti si possono trovare online, altrimenti si
possono richiedere al Centro Editoriale Valtortiano (www.mariavaltorta.com). Un sito consigliato in lingua inglese è valtorta.org.
Grazie Maria per questi regali spirituali così immeritati
dagli uomini.
lunedì 15 luglio 2013
Esodo, capo XX
Io sono il Signore Dio tuo, che ti trassi dalla terra di
Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai altri dii dinanzi a me. Tu non ti
farai scoltura, nè rappresentazione alcuna di quel che è lassù in cielo, o
quaggiù in terra, o nelle acque sotterra. E non adorerai tali cose, nè ad esse
presterai culto: Io sono il Signore Dio tuo forte, geloso, che fo vendetta dell’iniquità
de’ padri sopra i figliuoli, fino alla terza e quarta generazione di coloro,
che mi odiano: E fo misericordia per migliaia (di generazioni) a coloro che mi
amano, e osservano i miei comandamenti.
Non prendere in vano il nome del Signore Dio tuo: perocchè
il Signore non terrà per innocente colui, che prenderà invano il nome del
Signore Dio suo.
Ricordati di santificare il giorno di sabato. Per sei giorni
lavorerai, e farai tutte le tue faccende. Il settimo giorno è il sabato del
Signore Dio tuo: in questo non farai lavoro di sorta tu, e il tuo fogliuolo, e
la tua figliuola, il tuo sevo, e la tua serva, il tuo giumento, e il
forestiero, che sta dentro le tue porte. Imperocchè in sei giorni fece il
Signore il cielo e la terra, e il mare, e quanto in essi si contiene, e riposò
il settimo giorno: per questo il Signore benedisse il giorno di sabato, e lo
santificò.
Onora il padre tuo, e la madre tua, affinchè tu abbi lunga
vita sopra la terra, la quale ti sarà data dal Signore Dio tuo.
Non ammazzare.
Non fornicare.
Non rubare.
Non dire il falso testimonio contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la
sua moglie, non lo schiavo, non la schiava, non il bue, non l’asino, nè veruna
delle cose, che a lui appartengono.
E tutto il popolo sentiva le voci, e i folgori, e il suono
della tromba, e il monte, che fumava: e atterriti e abbattuti dalla paura, si
stettero in lontananza, dicendo a Mosè:
Parla tu a noi, e ascolteremo: non ci parli il Signore,
affinchè per disgrazia noi non muojamo.
E Mosè disse al popolo:
Non temete: imperocchè Dio è venuto per far saggio di voi, e affinchè sia in voi il suo timore, e non pecchiate.
Non temete: imperocchè Dio è venuto per far saggio di voi, e affinchè sia in voi il suo timore, e non pecchiate.
E il popolo si stette in lontananza: e Mosè si appressò alla
caligne, in cui era Iddio.
Bibbia Martini, A.D. 1775 Imprimatur
domenica 14 luglio 2013
Attesa nel buio
Ogni generazione nasce libera da ogni consapevolezza, ed è
nutrita dalle generazioni precedenti. Ogni bambino è allevato, istruito,
educato dalla famiglia a conoscere il mondo presente. Ma come in un telefono
senza fili, la storia del mondo, la sapienza, il tesoro di conoscenza e di
affetti che la tradizione ci ha consegnato è ora ingarbugliato, mescolato a
tanti elementi contrari, in una giungla moderna e senz’alberi che lascia
trapelare appena la luce del sole.
In questa confusione assordante di messaggi contrastanti, di
opinioni, di voci che si levano dappertutto e dicono tutto e il contrario di
tutto, dove si trova la Verità? Dove si trova la saggezza?
E come non vedere la sete di spiritualità che pervade tutto
il mondo? Le nuove generazioni cercano risposte, aspettano un messaggio chiaro,
una garanzia di verità, una briciola di autenticità in un mondo che è
altrimenti pieno di nulla. Come pecore senza pastore, aspettano che qualcuno le
raccolga, le porti ad un riposo sicuro.
Ma se di pastori ce ne sono pochi, almeno il cielo è sereno
per chi sa orientarsi con le stelle. Infatti quelle ci sono, ci sono sempre. E
anche la Verità, la sapienza, non hanno mai abbandonato il mondo, ma trovano
chi le cerca.
Infatti nessuno verrà mai a portarci il messaggio che
aspettiamo con ansia per dare una svolta alla nostra vita. La nostra attesa è
inutile. E perché? Perché tutto è già stato detto. Tutto è già stato scritto.
Non invano, ma con poco profitto ci agitiamo a filtrare piccole
perle di saggezza che affiorano naturalmente nel mondo. Come un assetato che,
cieco alla sorgente che sgorga davanti a lui, si volta a tentoni e cerca acqua
in altre direzioni, o spera in un poco di pioggia. Come una zanzara, che nell’affannosa
ricerca di nutrimento può finire facilmente bruciata dalla fiamma.
La sapienza è già stata svelata, per chi la cerca con cuore
sincero. La via della salvezza, la spiegazione del tutto, la capacità di
distinguere cosa conta da cosa è inutile: possiamo accedere a questi tesori in
qualsiasi momento, e gratis. Pensiamo che l’uomo d’oggi sia diverso da quello
di millenni fa? Che le sfide di oggi, declinate in modi di vita diversi, siano
forse più terribili o assai distanti da quelle che i nostri antenati hanno
sempre incontrato? Abbiamo accesso al pensiero di tanti grandi che ci hanno
preceduti, e ancora di più noi cristiani siamo istruiti da Dio stesso nella
triplice forma della Giustizia, della Misericordia e dell’Amore. Come non
trovare dentro di noi quella spensierata giovinezza di spirito che nasce da
fondamenta di roccia, sicure, serene? Perché rotolare nel fango di una spietata
quotidianità senza amore, quando ci sono date le chiavi della reggia celeste?
Povere anime di coloro che attendono, senza sapere cosa stanno attendendo,
senza avere la forza di alzarsi dal buio nascondiglio in cui si sono perdute, e nemmeno sanno di esserlo.
sabato 13 luglio 2013
Fede
Mi sto rendendo conto lentamente di quanta poca fede abbia
il mondo di oggi. Non tanto perché ci siano più atei dichiarati di una volta, o
perché la stragrande maggioranza dei cristiani sia tale di nome ma pagana di
fatto. Ma perché il principe di questo mondo ha sapientemente spezzato la fede
con la F maiuscola in molti modi, al punto che forse pochi la ricordano. La
fede che può spostare le montagne... Cosa significa?
Significa fidarsi completamente di Dio, come un bambino si
fida serenamente del padre e della madre. Significa af-fidarsi completamente al
messaggio della Chiesa, non in una o due parti che ci piacciono, ma in tutte,
perché della Chiesa riconosciamo l’autorità e l’autorevolezza. Come detto
saggiamente dal filosofo cattolico Josef Pieper, credere significa “partecipare
alla conoscenza di colui che conosce”: è una scelta autonoma e razionale, ma
richiede l’umiltà e la capacità di comprendere anche ciò che non è
immediatamente comprensibile, o risulta più difficile praticare.
Nel caso dei cristiani, credere alla Chiesa non significa
credere alla curia, al vaticano, a degli uomini in carne ed ossa, che santi non
sono fino a prova contraria dopo la loro morte, ma significa credere ad un
messaggio spirituale estremamente chiaro e preciso, completo, convalidato da
segni concreti e soprannaturali nel corso di millenni.
Ancora più, avere fede vera significa comprendere con
chiarezza la natura umana e la situazione umana, alla luce dell’insegnamento
cristiano: che Dio esiste e ci ama fino ad umilare se stesso per insegnarci la
via; che la vita è breve, e la maggior parte di ciò che facciamo è transitorio
e irrilevante; che la vera vita, quella eterna, comincia dopo una breve vacanza
sulla Terra; che la ricompensa della salvezza è indescrivibile, è una corona
d’oro tempestata di gemme, una felicità assoluta, completa e infinita; che
l’amore è la realtà intrinseca del tessuto dell’universo, è il nostro dovere, è
ciò che Dio vuole da noi. Che Dio è veramente in ciascuno di noi, quando per
nostra libera volontà la grazia dello spirito crea in noi un giardino
spirituale in cui Dio gradisce sostare. E che Dio è davvero nel povero, nel
malato, nel bisognoso, nell’innocente, e se noi credessimo davvero al
comandamento di “amare il prossimo come noi stessi” non riusciremmo a mantenere
gli occhi sulla metà delle cose che vediamo ogni giorno: sfortunati, senza
casa, malati, indesiderati. Preferiremmo perdere il sonno, saltare pranzi e
cene, uscite e divertimenti pur di aiutare chi soffre; e non dico perché
vediamo Dio in costoro, ma perché semplicemente riusciamo a metterci nei loro
panni. Se davvero credessimo che Dio è nei poveri, non daremmo loro qualsiasi
cosa abbiamo, faremmo qualsiasi cosa, desiderosi di dare a Dio ciò che è già suo, di ringraziarlo e di ottenere l’eterna ricompensa?
La fede si vede solo dalle opere, non ci possiamo illudere
d’averla nel nostro cuore perché ce lo diciamo da soli o perché andiamo a messa
la domenica. Se amassimo il prossimo come noi stessi non giudicheremmo, non
criticheremmo, non scherzeremmo in modo impietoso, non malediremmo, non
sbufferemmo, non rimproveremmo senza carità, non saremmo rudi o volgari, ma
cercheremmo con ogni azione di aiutare il prossimo nel bene materiale e ancora
più in quello spirituale, perché se è importante dare del pane a chi non ne ha,
non è ancora più importante aiutare un’anima a trovare una ricompensa eterna,
piuttosto che una perdizione eterna?
Ancora di più, chi al giorno d’oggi offre volontariamente e
con gioia a Dio sacrifici e sofferenze di ogni giorno in espiazione per i
propri peccati? E quanti sono i nostri peccati! Noi usiamo ogni artificio del
pensiero per convincerci che i peccati sono idee di un passato oscurantista,
che le grandi rivoluzioni liberali del mondo moderno hanno abbattuto, e
pertanto ciò che un tempo valeva come peccato, oggi non vale più. La nostra
superbia ci dice che ne sappiamo più noi della Chiesa, che il Vangelo è stato
scritto molto tempo fa e quindi dovremmo applicarlo coerentemente alla
sensibilità di oggi, smussandone gli angoli, alleggerendone i messaggi, convincendoci
di conoscere le leggi dell’universo meglio di Dio stesso. Come formiche che
vogliono insegnare allo scultore come si fa il lavoro.
Questa invece è la fede: quella di esultare quando siamo
umiliati, insultati, motteggiati, feriti, perseguitati, perché si tratta di
grandi opportunità che ci vengono offerte per dare testimonianza cristiana, per
affermare la carità, per salvare la nostra anima e quella degli altri. Avere fede
significa perdonare sempre a tutti, con gioia, e tenere il nostro interesse
materiale in minima considerazione, perché molto di più abbiamo da ricevere, e
perché facendo queste cose accendiamo un fuoco interiore il cui felice calore
può consumarci come un incendio, dando convinzione e ricompensa immediata al
nostro agire disinteressato.
Siamo così lontani nel tempo e nella mentalità che è quasi
impossibile comprendere la fede dei primi cristiani, assistiti dagli apostoli,
accesi e illuminati dal calore della torcia viva appena passata sul mondo.
Cristiani che si offrivano volontariamente e gioiosamente al martirio,
confortati dalla fede incrollabile che un attimo di sofferenza in un mondo che
già è sofferenza è ricompensato infinitamente nella vita nuova. Che
testimonianza hanno offerto essi al mondo pagano! Un mondo che amava il corpo,
il potere, il divertimento, il benessere, un mondo che esisteva solo per la
Terra, e mai alzava gli occhi al cielo, perché i suoi dèi e i suoi idoli
abitavano la Terra stessa. Esattamente un mondo come quello di oggi, in cui
alzare gli occhi al cielo per tenerli fissi sulla ricompensa futura è follia.
Povera la nostra fede! Che desiderio può avere alcuno di
scaldarsi al fuoco della Cristianità se essa è ridotta a un lumicino che non
scalda? Che nutrimento spirituale può trovare un non credente nei cibi diluiti
e annacquati di cristianesimi che predicano misericordia per tutti a costo
zero?
martedì 8 gennaio 2013
Put Me In Charge
Facendo un’eccezione alla regola, riporto sul blog un commento anonimo fatto a quanto pare da una ragazza di 21 anni sul Waco Tribune Herald, il 18 Novembre 2011. È un articolo provocatorio, ma che dà spunti di riflessione interessanti su come uscire dalla crisi. È applicato alla realtà americana, ma si potrebbe trasferire quasi perfettamente anche a quella italiana. L’ho trovato sul blog ZeroHedge, che a sua volta l’ha riportato.
Put Me In Charge
Put me in charge of food stamps. I’d get rid of Lone Star cards; no cash for Ding Dongs or Ho Ho’s, just money for 50-pound bags of rice and beans, blocks of cheese and all the powdered milk you can haul away. If you want steak and frozen pizza, then get a job.
Put me in charge of Medicaid. The first thing I’d do is to get women Norplant birth control implants or tubal ligations. Then, we’ll test recipients for drugs, alcohol, and nicotine. If you want to reproduce or use drugs, alcohol, or smoke, then get a job.
Put me in charge of government housing. Ever live in a military barracks? You will maintain our property in a clean and good state of repair. Your home” will be subject to inspections anytime and possessions will be inventoried. If you want a plasma TV or Xbox 360, then get a job and your own place.
In addition, you will either present a check stub from a job each week or you will report to a “government” job. It may be cleaning the roadways of trash, painting and repairing public housing, whatever we find for you. We will sell your 22 inch rims and low profile tires and your blasting stereo and speakers and put that money toward the “common good..”
Before you write that I’ve violated someone’s rights, realize that all of the above is voluntary. If you want our money, accept our rules. Before you say that this would be “demeaning” and ruin their “self esteem,” consider that it wasn’t that long ago that taking someone else’s money for doing absolutely nothing was demeaning and lowered self esteem.
If we are expected to pay for other people’s mistakes we should at least attempt to make them learn from their bad choices. The current system rewards them for continuing to make bad choices.
AND While you are on Gov’t subsistence, you no longer can VOTE! Yes, that is correct. For you to vote would be a conflict of interest. You will voluntarily remove yourself from voting while you are receiving a Gov’t welfare check. If you want to vote, then get a job.
Put Me In Charge
Put me in charge of food stamps. I’d get rid of Lone Star cards; no cash for Ding Dongs or Ho Ho’s, just money for 50-pound bags of rice and beans, blocks of cheese and all the powdered milk you can haul away. If you want steak and frozen pizza, then get a job.
Put me in charge of Medicaid. The first thing I’d do is to get women Norplant birth control implants or tubal ligations. Then, we’ll test recipients for drugs, alcohol, and nicotine. If you want to reproduce or use drugs, alcohol, or smoke, then get a job.
Put me in charge of government housing. Ever live in a military barracks? You will maintain our property in a clean and good state of repair. Your home” will be subject to inspections anytime and possessions will be inventoried. If you want a plasma TV or Xbox 360, then get a job and your own place.
In addition, you will either present a check stub from a job each week or you will report to a “government” job. It may be cleaning the roadways of trash, painting and repairing public housing, whatever we find for you. We will sell your 22 inch rims and low profile tires and your blasting stereo and speakers and put that money toward the “common good..”
Before you write that I’ve violated someone’s rights, realize that all of the above is voluntary. If you want our money, accept our rules. Before you say that this would be “demeaning” and ruin their “self esteem,” consider that it wasn’t that long ago that taking someone else’s money for doing absolutely nothing was demeaning and lowered self esteem.
If we are expected to pay for other people’s mistakes we should at least attempt to make them learn from their bad choices. The current system rewards them for continuing to make bad choices.
AND While you are on Gov’t subsistence, you no longer can VOTE! Yes, that is correct. For you to vote would be a conflict of interest. You will voluntarily remove yourself from voting while you are receiving a Gov’t welfare check. If you want to vote, then get a job.
Iscriviti a:
Post (Atom)

