domenica 7 febbraio 2010

Avatar


Avatar è un capolavoro straordinario. Non è solo un film gradevole e di grande effetto, ma un film che parla dell’uomo. Di più, è il film in cui l’Occidente guarda se stesso e si trova disgustato.
Avatar segna la rottura e il superamento di tutto il cinema che l’ha preceduto. Avatar è la speranza di un mondo nuovo, pulito, innocente, di energie semplici e dirompenti. È la riscoperta di una fede nella vita, ma soprattutto la constatazione che l’uomo questa fede l’ha perduta. Come non sentire il calore di una società unita, connessa, allineata. Con quale naturalezza siamo trascinati dalla parte degli indigeni di Pandora, e tradiamo anche noi la nostra razza? Con quale spaesamento ci rendiamo conto che anche noi vogliamo restare a Pandora, e non tornare nel nostro mondo morente? Come è possibile che tutto il nostro mondo abbia perso la sua naturalezza, per finire interamente sotto il microscopio e la validazione legalese dell’essere umano? Come abbiamo potuto permettere che la spontaneità e la libertà dei comportamenti fossero vagliati e codificati, sminuzzati, per essere consentiti solo all’interno di definizioni misurate? Soprattutto, come abbiamo potuto perdere il rispetto per la vita in tutte le sue forme, quella degli altri esseri umani e quella di piante e animali?

mercoledì 6 gennaio 2010

Una Tradizione inestinguibile

Vorrei col nuovo anno riparlare di Tradizione, da qualche tempo un po' trascurata in questo blog. Ha senso parlarne proprio perché inizia un nuovo anno, cioè una nuova perla aggiunta alla collana del tempo, e il filo su cui viene installata è appunto la Tradizione.
La Tradizione è la continuità col passato, il rispetto della nostra storia, l'amore per chi ci ha preceduto. Il passato non muore, se lo teniamo in vita con la Tradizione; e così gli infiniti anelli delle generazioni continuano a brillare, assumono un significato nella prospettiva del tempo.
Noi siamo la discendenza d'infinite vite dimenticate, cancellate, di volti indistinti, che tuttavia formano una moltitudine percepibile, quasi scritta nelle nostre cellule, che col pensiero riusciamo faticosamente ad accarezzare. La Tradizione ci spiega cosa siamo, e ci dà tutti gli strumenti di cui abbiamo bisogno per vivere la nostra esistenza individuale pienamente.
Penso similarmente alle generazioni che ci seguiranno, e provo la stessa sensazione di vertigine che si ha stando al margine di uno strapiombo. Il futuro è "giù", è una forza che ci attira verso di lui, come la gravità, mentre il passato è "sopra" di noi, e non può che osservare l'esito delle nostre scelte. Il passato è chiaro, il futuro è indistinguibile. Ma anche il futuro è illuminato dalla Tradizione, perché in esso rientra, nel contesto di un piano superiore per la storia del mondo.
Le ultime generazioni hanno invece desiderato rompere con la Tradizione, quasi come bambini capricciosi che abbandonano la casa del padre, per disperdersi ciascuno per la propria strada. Per non trovare una ragione, un filo, nella storia dell'uomo, ma per annullarsi in un'esistenza lasciata al caso, al di là di bene e male, in cui tutto è lecito e privo di conseguenze. Ho tuttavia l'impressione che il tempo di crisi e il ritorno del pensiero forte (imposto da vari fattori, non ultimo lo scontro di civiltà) stia facendo passare almeno in parte l'ubriacatura che ha stordito l'Occidente, e che non è sostenibile. Tipico dell'essere umano è scordarsi delle cose fondamentali, quando ne ha di superflue, per poi inseguirle di nuovo spaventato quando sta per perderle. E ricercare il conforto dei valori tradizionali, che rimangono eternamente validi, a disposizione di chi li cerca.

domenica 3 gennaio 2010

Ricordare

Quanto sono semplici, le cose. Sempre uguali a se stesse, poiché sempre soggette alla stessa legge, eppure ci confondono con la loro semplicità.
Abbiamo inventato un calendario, e abbiamo appena girato pagina nel nuovo anno. Siamo nello stato mentale di ricominciare da capo, di azzerare quello che è stato per avviarci verso il nuovo traguardo, e cioè il bilancio di fine 2010. Nuove sfide, nuove esperienze, nuove amicizie.
Sempre uguale invece è il nostro mondo. La neve scende e si scioglie. Ancora prima che ce ne rendiamo conto, rifioriranno i nostri prati nel risveglio della primavera. Un nuovo placido ciclo delle stagioni già si muove verso il suo certo destino.
Mentre la natura prosegue con sicurezza il suo corso, noi siamo prigionieri dell’insicurezza, della variabilità, della potenzialità. Incertissimo è il nostro destino di uomini, il nostro presente, il nostro stesso essere.
Siamo avvolti come da un morbido velo di incoscienza, di dimenticanza, di pretesa d’immortalità, ed è questa una bella illusione che forse ci aiuta a vivere. Ma col volgere del nuovo anno ricordiamoci di tante cose vere e semplici, tanto banali che sfuggono quasi sempre alla nostra percezione. Ricordiamoci di quanto abbiamo: benessere, salute, famiglia, qualità personali, e di come ci sentiremmo se una sola di queste cose ci venisse meno. Consideriamo la precarietà della nostra esistenza, il fatto che siamo solo polvere di stelle, e che il mondo può benissimo fare a meno di noi. Ricordiamoci che il nostro corpo è soltanto uno strumento che amministriamo, di cui siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma solo per un breve periodo di tempo, e che ci può venire tolto in ogni istante. Ricordiamo che non esistiamo da soli, ma solo insieme ad altri come noi, di cui non siamo migliori né peggiori. Contentiamoci della grande opportunità che abbiamo di vivere, e sosteniamoci a vicenda nella comprensione di quanto in realtà sia povero l’essere umano.

domenica 6 dicembre 2009

Meenaraitee

Quasi il 60% degli svizzeri non vuole minareti in Svizzera. Il significato di questo referendum, tuttavia, è chiaramente un altro: la maggioranza degli svizzeri non vuole avere l’Islam in casa.
Il minareto è infatti una sineddoche dell’Islam. Si può dire che il voto ha come obiettivo “un edificio”, che stona col generale arredo urbano svizzero. Si può dire che non lede la libertà religiosa, che anzi è completa e strenuamente difesa in Svizzera. La realtà è però un altra: per la prima volta un referendum, esercizio democratico per eccellenza, ha rivelato che la democrazia non è un cane con la museruola.
La democrazia è infatti cosa diversa dai “difensori” della democrazia. Un gruppo poco definito di saggi che dall’alto legifera e giudica, imbrigliandoci in un processo definito democratico, ma che in realtà fa il possibile perché il popolo ignorante rinunci a prendere qualsiasi iniziativa per se stesso. Un farraginoso meccanismo burocratico teso a impedire che “la dittatura della maggioranza”, cioè la democrazia, eserciti la sua stessa dittatura. E cioè che questo popolo basso e incompetente possa fare il meno possibile di danni ai principi e al destino che questi signori hanno scelto per noi. Una democrazia che viene esaltata e lodata a gran voce quando va in una certa direzione, un popolo che viene contestato e denigrato se sceglie diversamente, anche se nel pieno esercizio delle libertà democratiche.
E’ in momenti come questo che anche i difensori della democrazia, talvolta colti in flagrante, si trovano a discutere delle stesse debolezze della democrazia. Si trovano a pensare che è stato un voto democratico ad eleggere dittatori come Hitler e Mussolini, e pertanto anche la democrazia dovrebbe aver bisogno di un’attenzione speciale e paternalistica, da parte di qualche minoranza illuminata, in modo che questi eccessi popolari possano essere contenuti. Che quindi anche la volontà di non avere minareti sia pericolosa, una battuta d’arresto, una scelta di serie B o C, e vada pesantemente condannata o disapplicata. Perché la linea è già stata decisa, il futuro è già segnato: l’Islam in Europa deve aver mano libera, così come qualsiasi altra corrente religiosa o di pensiero. Non importa cosa vogliono gli Europei, specie in termini di chi vogliono accogliere in casa loro. Importa solo che le barriere siano sollevate, che la testa di ponte possa insediarsi stabilmente, che la cultura dei singoli paesi sia diluita e annacquata, in modo che tra qualche decennio l’Europa sia il medesimo garbuglio senza capo né coda e perfettamente integrato nella sua omologazione.

giovedì 5 novembre 2009

Ideali al chiodo

Non c'è niente di strano nella sentenza della Corte di Strasburgo. Togliere il Crocifisso dalle classi, dagli edifici pubblici. Un Crocifisso che contrasta con la laicità dello Stato, che può creare confusione e disturbare i giovani studenti atei o di altre religioni.
Cosa possono decidere diversamente, dei giudici di Strasburgo? Cosa ne sanno loro, e cosa gliene importa, di ciò che è andato avanti per decenni nel nostro paese?
La constatazione ancora più triste è invece che, se poco importa di un Crocifisso a dei giudici europei, forse anche meno importa agli italiani.
E' stato divertente come la gran parte dei giornalisti si sia scatenata a trovare ragioni per cui il Crocifisso debba restare nelle classi. Ed è patetico come si siano persi in giustificazioni politicamente corrette o sensazionaliste: da un lato a cercare di dimostrare che il Crocifisso non può far paura, è un simbolo di virtù civili e umane, perfettamente apprezzabile da atei e religiosi di qualsiasi fede. Altri a dire che c'è sempre stato, e quindi bene che rimanga; con la stessa concezione della tradizione di un cieco, di qualcuno che fa una cosa e poi la dimentica.
Il Crocifisso è finito nelle scuole, negli ospedali, nei tribunali, per ragioni ben precise: perché la gente lì ce lo voleva, ne traeva conforto, ispirazione, giustizia. Non perché era bello, non perché politicamente corretto, non perché propugnava valori universalmente atei e accettati. Era lì perché era elemento comune, comune a tutti; simbolo di unità, di certezza, che nessuno avrebbe potuto mettere in discussione.
Dire oggi che il Crocifisso va mantenuto comunque perché propone valori universali e accettati, vuol dire cercare disperatamente un pretesto per tenerlo, arrampicarsi sugli specchi per far quadrare il cerchio.
Il Crocifisso è il simbolo della religione Cristiana Cattolica, che è stata per decenni l'unico elemento unitario dell'Italia e degli italiani. Non lo era la lingua, non lo erano i costumi, la mentalità, i sapori della tavola. Era solo la fede.
E non è pensabile che a un musulmano, a un ebreo, ad un ateo - in una società moderna in cui minoranza e maggioranza sono sempre messe sullo stesso piano - non è pensabile che possano stare zitti, che lo possano accettare, perché non lo accetteranno.
E se il Crocifisso rimarrà sui muri, se continueremo a insegnare ai nostri figli i canti di Natale, sarà solo perché torneremo a crederci veramente. Non perché consideriamo queste cose delle belle tradizioni, dei bei costumi socio-culturali. Quelle cose passano, sono solo mode. Solo ciò in cui crediamo non passa.

Il Crocifisso di Travaglio

Ho letto l'articolo di Travaglio sul Crocifisso, e nonostante egli possa essere un grande cattolico (cosa di cui non ero a conoscenza) il suo atteggiamento generale rimane certamente poco cattolico, e a me inevitabilmente sgradito, anche se dice cose a volte condivisibili. La sua argomentazione è sempre la stessa, in tutto quello che scrive: questo è razzista, questo è ignorante, questo è massone, quest'altro è ipocrita, a quello infine interessano solo i soldi. Io sono l'unico che ha studiato e che non ha interessi, sono perfettamente razionale e lucidamente giuridico, e vi dico la verità "puliticamente" corretta (nemmeno politicamente, ma puliticamente).
Il problema e la fortuna economica sua, è che prende alla lettera tutto ciò che viene detto dai politici. Da un lato fa bene, perché i politici dovrebbero stare molto attenti a come parlano; dall'altro fa male, perché non guarda come si dovrebbe al vero senso e alle intenzioni dietro cose imperfette come le parole, invece mette mano al dibattito mediatico/politico intrecciandolo e orientandolo negativamente. Cosa che non giova a nessuno, specie agli italiani.
Perché di politici perfetti non ce n'è, ed è molto difficile dire chi potrebbe fare il loro mestiere meglio di altri. Ma quando un politico è stato eletto, dovrebbe essere trattato in modo critico ma costruttivo, e messo nelle condizioni di lavorare il meglio possibile. Non importa che sia Berlusconi, Fini, Casini, Bersani o Bertinotti: il presidente del consiglio deve poter lavorare in pace. Poi dopo 5 anni lo spedisci a casa o lo rieleggi. Il gioco di Travaglio e soprattutto della gente che ama frequentare (Santoro, Grillo, Di Pietro) è invece il gioco delle spallate, di chi si mette in tasca la verità e la perfezione, e fa qualsiasi sgambetto pur di abbattere l'avversario. Magari Travaglio non è proprio come loro, ma le persone si riconoscono anche dagli amici.

Tornando al suo articolo, Travaglio inizia insultando più o meno giustamente svariate persone:

  • Feltri = ignorante sesquipedale (in altri tempi avrei detto "aggettivo che appaga l'intelligenza di chi lo utilizza")
  • Bersani = uno che è superiore e non dà peso a cose talmente inutili
  • Berlusconi = massone putt#niere ed ipocrita
  • Lega = pagani bradi e ipocriti
  • Gelmini = ignorante moralista finto-tradizionalista.

Quindi fa la solita analisi rigorosa dell’aspetto legale della questione, e in sostanza si scopre che legalmente il Crocifisso è equivalente alla lavagna e alla cattedra, un mero arredo che non ha a che vedere con tradizioni, costituzione o altro, quindi non c'è una legittimità legale per cui debba restare appeso.
Poi arriva la parabola di salvezza secondo Travaglio. A suo avviso lui tutti dovrebbero accettare e benvolere il Crocifisso nelle scuole perché simbolo ateo di grande umanità, ed esempio di coerenza ideale. Lamenta pure che la Chiesa non riesca a spiegarlo bene, questo concetto (e ci credo e lo spero), perché è troppo interessata a battere cassa su 8 per mille e scuole private, anch'essa ormai contaminatissima dallo sterco del diavolo.
Secondo lui gente di qualunque fede dovrebbe essere felice di avere il Crocifisso in classe: gli ebrei perché Gesù era ebreo, i musulmani perché è anche un loro profeta, gli atei perché è un esempio di virtù civili. Implicitamente si sostiene che, se dopo l'illuminante spiegazione di Travaglio questi ancora non fossero contenti, sarebbero anch'essi dei beceri ignoranti, ipocriti e intolleranti.
Conclude con l'illuminantissimo elogio della gratuità, cosa scandalosa di questi tempi eccetera, di cui invece lui è ovviamente paladino perché dalla parte della ragione. Infatti di insulti ne distribuisce tanti gratuitamente, vedi elenco qua sopra.
Da notare che Travaglio non ha mai criticato la sentenza della Corte, perché la parola dei giudici è per lui sottratta ad ogni possibile critica. Lui dice solo “dipendesse da me”, e cioè che questa è la sua semplice e inutile opinione personale. Opinione che condivide coi suoi lettori, ma che rimane lettera morta; infatti, dipendesse da lui, non si batterebbe per constrastare la decisione della Corte, ma lascerebbe che le cose andassero avanti come vogliono i giudici. In sostanza, solo parole vuote e un po’ di inchiostro.

domenica 1 novembre 2009

Vorrei

Vorrei una destra e una sinistra autentiche, costruite da facce nuove e giovani. Da uomini ambiziosi e decisi, capaci di mettere una pietra sul passato e voltare pagina. Una destra che non insegua la sinistra sul terreno dell’egualitarismo a buon mercato, nell’autocompiacenza di un liberismo o di un socialismo chic. E una sinistra che non tema di condannare il suo passato, di ripulire i propri armadi, non imbalsamata nel vischio del politicamente corretto.
Una destra e una sinistra di carne e di sangue, di uomini, di combattenti. Vorrei che portassero con sè una visione del futuro, un nuovo sogno per il nostro paese. Cos’è adesso l’Italia, se non una carretta affaticata, pronta a fermarsi da un momento all’altro afflosciandosi sul proprio debito, ingoiata dalla crisi ancora maggiore dell’Occidente?
Vorrei un leader che spazzasse via ogni dubbio, che aprisse un nuovo solco nella storia del nostro paese. Che ci dica quello che non vogliamo sentire, che ci costringa a fare quello che non vogliamo fare, e che ci dia la ricompensa per il nostro lavoro. E ancora non vedo questo leader sulla scena.
Vorrei un’Italia unita, nelle menti e nelle parole degli italiani. Vorrei che il desiderio di vivere insieme fosse scritto nei loro cuori, e che credessero in esso più di quanto non credano in se stessi. Vorrei che gli italiani riscoprissero una fede, un principio intangibile, una promessa al di fuori dell’uomo; qualcosa che seguiamo anche contro il nostro interesse, contro il nostro buonsenso, ma che orienta il nostro agire perché rappresenta un futuro in cui speriamo, e che crediamo di poter realizzare.