Riflettendo sulla situazione economica del nostro Paese e di tanti altri paesi occidentali, mi è venuta voglia di fare un’analisi di coscienza su dove si sta avviando il nostro sistema, e paragonarlo a ciò che era il passato e che forse sarà il futuro. Mi spiego.
Siamo parte di un sistema completamente afflitto dal debito, e strozzato da tasse che impediscono i consumi e soffocano la crescita. Siamo parte inoltre di un sistema che garantisce legalmente diritti quali lavoro, sanità, educazione, assistenze varie. A nessuno importa che lo Stato abbia o meno le risorse per garantire questi diritti; l’importante è che essi ci siano, e sono dati talmente per assodati che è impensabile che essi vengano meno in futuro.
La realtà è che per la maggior parte dei secoli passati tali diritti non sono mai esistiti, e in molti paesi in via di sviluppo essi sono miraggi in cui pochi sperano. Essi sono il giusto premio per un buon governo che bene amministra le risorse di un popolo operoso. Non sono cosa dovuta in un paese male gestito in cui gli stessi cittadini troppe volte vedono il lavoro come una sventura, o cercano di approfittarsi del sistema.
La brutta sveglia che aspetta l’Occidente è questa: prima o poi ci accorgeremo che le pensioni non si potranno più pagare; che la sanità crea un buco incolmabile; che il lavoro deve essere completamente liberalizzato per consentire flessibilità anche nelle mansioni più umili; che ognuno si dovrà arrangiare come potrà, dovrà lavorare per tutta la vita, dovrà dipendere molto più dai propri parenti (genitori, figli, cugini). La povertà e la delinquenza aumenteranno. La famiglia riacquisterà un ruolo fondamentale nel senso di aiutarsi a vicenda tra fratelli e tra diverse generazioni, e non solo in senso economico. Ci si accorgerà che possiamo e dobbiamo fare a meno di tante cose che abbiamo. Ci aspettano anni di vacche magre, cosa che vediamo sorprendentemente riflessa sempre più anche nelle evoluzioni alimentari (ricerca di cibi magri, moderazione nella quantità di cibo, coscienza dell’impatto di ciò che si mangia e beve sulla salute di lungo termine). Tutto ci sta dicendo che dobbiamo tornare ad una vita morigerata, sia in campo economico che in campo sociale e morale.
Sarà dura, specie per i più poveri. I recenti anni di benessere hanno nascosto che la dura vita è la realtà o quantomeno la costante del mondo, mentre il benessere è l’eccezione. Sarà una doccia terribilmente fredda, e una realizzazione pesante per molti, specialmente perché siamo stati istupiditi da decenni di propaganda intellettuale a sostegno del progresso perenne.
C’è una nebbia di buonismo fuori dalla realtà che coccola l’uomo moderno, la stessa nebbia che ci vuole tutti nella bambagia, ci adula tutti come bravi e buoni, ci dice che la sappiamo lunga e ci meritiamo ogni cosa, e che ci fa sentire dei falliti se non riusciamo a possedere tutto ciò che “ci spetta”. È una nebbia sottile e venefica, da cui possiamo liberarci solo con grandi sacrifici.
martedì 8 gennaio 2013
giovedì 3 gennaio 2013
Proselitismo
Dopo l’ottima annata del 2012 (ottima per me, non tanto per il blog visto che è fermo da più di un anno) ci si rimette a scrivere con tanti buoni propositi. Nella quiete che precede la tempesta lavorativa di gennaio, sono stato colpito da un’intuizione che profuma di politicamente scorretto, e mi affretto con piacere a condividerla. Parliamo di proselitismo.
Viviamo in una società in cui galleggiano tanti assiomi di pensiero, tante premesse non dette, spesso in un miscuglio contrastante; e tuttavia esse governano spesso i comportamenti e il modo di pensare della gente. Mi riferisco per esempio al fatto che tutti abbiano i medesimi diritti; che tutti abbiano libertà di pensiero e di parola; che i diritti dell’uomo siano assoluti e vadano salvaguardati ad ogni costo; che lo Stato debba regolare ciò che è terreno e materiale, e che non si occupi del soprannaturale. Questi sono principi chiari ed espliciti, del tutto condivisibili. Ciò che è meno chiaro sono le estensioni di questi principi, e cioè come essi vengono interpretati, declinati e spesso strumentalizzati da una serie di persone: politici, giornalisti e intellettuali in primis.
Mi spiego: il fatto che tutti abbiano i medesimi diritti viene spesso sovrapposto o scambiato col fatto che tutti siano “uguali”. La cosa in sè ovviamente non ha alcun senso: siamo tutti per grazia del cielo estremamente diversi. Nasciamo diversi, abbiamo esperienze diverse, abbiamo gusti diversi, lavori diversi, eccetera eccetera. L’essere uguali è solo nei diritti e davanti alla legge: è una minuscola parte della nostra vita e di quello che siamo. Trascuro il fatto che anche essere uguali davanti alla legge spesso è un’estremizzazione o un utopia, infatti nella realtà anche davanti alla legge alcuni sono più uguali di altri; ma assumiamo per il momento che l’idea coincida con la realtà. L’idea di uguaglianza davanti alla legge viene tuttavia spesso fatta coincidere con uguaglianza economica, e cioè con l’idea che nessuno possa essere più benestante di me, o che sia lecito togliere ai ricchi per dare ai poveri. Un’idea che polarizza la società in classi divise ed in contrasto l’una con l’altra.
Il secondo esempio, quello secondo cui ognuno ha il diritto di pensare e credere a quello che vuole, spesso viene subdolamente esteso nel senso che ognuno non solo può pensare quello che vuole, ma ha anche “ragione”: il suo pensiero è cioè corretto, e valido tanto quanto quello di chi pensa l’esatto opposto. Questa estensione del diritto di opinione nasconde un triste assioma non detto, e cioè che la verità intesa come fatto, come cosa reale e conoscibile, non esista. Non c’è più giusto né sbagliato, ci sono soltanto opinioni contrastanti, ma egualmente corrette e meritevoli di pari considerazione.
Il fatto che l’unica legge sia quella dello Stato, e che tale legge si applichi alle cose materiali, sostiene l’idea implicita che il soprannaturale non esista, o che comunque non debba riguardare l’uomo e la società. Che soprattutto il soprannaturale debba essere relegato nella sfera “privata”, quasi che l’individuo interessato del soprannaturale debba chiudersi in casa e nascondersi quando si eserciti nelle arcane pratiche; e che un’attività organizzata, collettiva o “pubblica” nell’esercizio di una fede sia qualcosa di violento, aggressivo, nocivo per il bene degli altri e della società. Il principio secondo cui i diritti umani sopracitati siano assoluti e imprescindibili, viene spesso esteso nel senso che non solo il diritto in sè è inalienabile (per esempio il diritto di opinione), ma che assoluta sia anche la specifica opinione. Se cioè qualcuno crede che il 29 febbraio nascano degli unicorni blu, non soltanto costui ha il diritto di crederlo, ma è inaccettabile che qualcuno dica ciò falso e soprattutto cerchi appassionatamente di fargli cambiare idea.
Agire sulle idee degli altri, cercare di influenzare il comportamento o il pensiero altrui, discutere e battersi per la diffusione attiva di un pensiero è guardato con molto sospetto. Sospetto perché nessuno nel ventunesimo secolo è portatore di verità; perché voler cambiare le idee altrui suona come controllo mediatico, lavaggio del cervello, desiderio di potere e di controllo, nel senso che se vuoi far prevalere le tue idee certo è a tuo beneficio e quasi certamente a svantaggio altrui. La sfiducia nel prossimo e nelle intenzioni del prossimo è oggi pressoché totale.
Questo modo di intendere i diritti sottintende un modo di intendere la società completamente schizofrenico. Il proselitismo delle idee nella società, così come la competizione nell’ambito del mercato, è proprio ciò che consente di smovere le acque e di rendere una società dinamica. Proselitismo nel senso di portare avanti idee, visioni del mondo, opinioni politiche, e ovviamente anche principi religiosi. Proselitismo vuol dire parlare, far conoscere, e dichiarare pubblicamente qualcosa come valido e corretto. Il proselitismo è il primo passo nella discussione tra individui, che porta al confronto e che certamente porta ad una maggiore riflessione e forse avvicina alla verità.
Molti vedono negativamente il proselitismo perché lo associano all’imposizione di idee, ma è del tutto ridicolo pensare che le idee possano essere imposte. Vorrei sfidare chiunque a provare a impormi un’idea che non voglio condividere. Se metto un’antenna satellitare sul balcone sto imponendo una bruttura a chi guarda nella mia direzione; se pianto una pala eolica nel terreno sto imponendo un’altra bruttura al prossimo e sto deturpando il paesaggio. È tuttavia molto più facile fare questo che imporre un’idea – per definizione, le idee non possono essere imposte, ma solo fatte conoscere. Sta alla volontà del singolo accettarle o rifiutarle. Come la competizione spinge al miglioramento del servizio, all’innovazione, alla ricerca degli standard migliori, così il proselitismo – cosa assolutamente salvaguardata dai diritti fondamentali dell’uomo, ma subdolamente negata da certe loro interpretazioni – rappresenta una spinta.
E più ci penso più mi convinco che tutto ciò che va nel senso dell’energia, dell’ottimismo, nel risvegliare ciò che è fermo e letargico, tutto ciò che è teso al movimento e al miglioramento tende ad essere cosa buona.
Viviamo in una società in cui galleggiano tanti assiomi di pensiero, tante premesse non dette, spesso in un miscuglio contrastante; e tuttavia esse governano spesso i comportamenti e il modo di pensare della gente. Mi riferisco per esempio al fatto che tutti abbiano i medesimi diritti; che tutti abbiano libertà di pensiero e di parola; che i diritti dell’uomo siano assoluti e vadano salvaguardati ad ogni costo; che lo Stato debba regolare ciò che è terreno e materiale, e che non si occupi del soprannaturale. Questi sono principi chiari ed espliciti, del tutto condivisibili. Ciò che è meno chiaro sono le estensioni di questi principi, e cioè come essi vengono interpretati, declinati e spesso strumentalizzati da una serie di persone: politici, giornalisti e intellettuali in primis.
Mi spiego: il fatto che tutti abbiano i medesimi diritti viene spesso sovrapposto o scambiato col fatto che tutti siano “uguali”. La cosa in sè ovviamente non ha alcun senso: siamo tutti per grazia del cielo estremamente diversi. Nasciamo diversi, abbiamo esperienze diverse, abbiamo gusti diversi, lavori diversi, eccetera eccetera. L’essere uguali è solo nei diritti e davanti alla legge: è una minuscola parte della nostra vita e di quello che siamo. Trascuro il fatto che anche essere uguali davanti alla legge spesso è un’estremizzazione o un utopia, infatti nella realtà anche davanti alla legge alcuni sono più uguali di altri; ma assumiamo per il momento che l’idea coincida con la realtà. L’idea di uguaglianza davanti alla legge viene tuttavia spesso fatta coincidere con uguaglianza economica, e cioè con l’idea che nessuno possa essere più benestante di me, o che sia lecito togliere ai ricchi per dare ai poveri. Un’idea che polarizza la società in classi divise ed in contrasto l’una con l’altra.
Il secondo esempio, quello secondo cui ognuno ha il diritto di pensare e credere a quello che vuole, spesso viene subdolamente esteso nel senso che ognuno non solo può pensare quello che vuole, ma ha anche “ragione”: il suo pensiero è cioè corretto, e valido tanto quanto quello di chi pensa l’esatto opposto. Questa estensione del diritto di opinione nasconde un triste assioma non detto, e cioè che la verità intesa come fatto, come cosa reale e conoscibile, non esista. Non c’è più giusto né sbagliato, ci sono soltanto opinioni contrastanti, ma egualmente corrette e meritevoli di pari considerazione.
Il fatto che l’unica legge sia quella dello Stato, e che tale legge si applichi alle cose materiali, sostiene l’idea implicita che il soprannaturale non esista, o che comunque non debba riguardare l’uomo e la società. Che soprattutto il soprannaturale debba essere relegato nella sfera “privata”, quasi che l’individuo interessato del soprannaturale debba chiudersi in casa e nascondersi quando si eserciti nelle arcane pratiche; e che un’attività organizzata, collettiva o “pubblica” nell’esercizio di una fede sia qualcosa di violento, aggressivo, nocivo per il bene degli altri e della società. Il principio secondo cui i diritti umani sopracitati siano assoluti e imprescindibili, viene spesso esteso nel senso che non solo il diritto in sè è inalienabile (per esempio il diritto di opinione), ma che assoluta sia anche la specifica opinione. Se cioè qualcuno crede che il 29 febbraio nascano degli unicorni blu, non soltanto costui ha il diritto di crederlo, ma è inaccettabile che qualcuno dica ciò falso e soprattutto cerchi appassionatamente di fargli cambiare idea.
Agire sulle idee degli altri, cercare di influenzare il comportamento o il pensiero altrui, discutere e battersi per la diffusione attiva di un pensiero è guardato con molto sospetto. Sospetto perché nessuno nel ventunesimo secolo è portatore di verità; perché voler cambiare le idee altrui suona come controllo mediatico, lavaggio del cervello, desiderio di potere e di controllo, nel senso che se vuoi far prevalere le tue idee certo è a tuo beneficio e quasi certamente a svantaggio altrui. La sfiducia nel prossimo e nelle intenzioni del prossimo è oggi pressoché totale.
Questo modo di intendere i diritti sottintende un modo di intendere la società completamente schizofrenico. Il proselitismo delle idee nella società, così come la competizione nell’ambito del mercato, è proprio ciò che consente di smovere le acque e di rendere una società dinamica. Proselitismo nel senso di portare avanti idee, visioni del mondo, opinioni politiche, e ovviamente anche principi religiosi. Proselitismo vuol dire parlare, far conoscere, e dichiarare pubblicamente qualcosa come valido e corretto. Il proselitismo è il primo passo nella discussione tra individui, che porta al confronto e che certamente porta ad una maggiore riflessione e forse avvicina alla verità.
Molti vedono negativamente il proselitismo perché lo associano all’imposizione di idee, ma è del tutto ridicolo pensare che le idee possano essere imposte. Vorrei sfidare chiunque a provare a impormi un’idea che non voglio condividere. Se metto un’antenna satellitare sul balcone sto imponendo una bruttura a chi guarda nella mia direzione; se pianto una pala eolica nel terreno sto imponendo un’altra bruttura al prossimo e sto deturpando il paesaggio. È tuttavia molto più facile fare questo che imporre un’idea – per definizione, le idee non possono essere imposte, ma solo fatte conoscere. Sta alla volontà del singolo accettarle o rifiutarle. Come la competizione spinge al miglioramento del servizio, all’innovazione, alla ricerca degli standard migliori, così il proselitismo – cosa assolutamente salvaguardata dai diritti fondamentali dell’uomo, ma subdolamente negata da certe loro interpretazioni – rappresenta una spinta.
E più ci penso più mi convinco che tutto ciò che va nel senso dell’energia, dell’ottimismo, nel risvegliare ciò che è fermo e letargico, tutto ciò che è teso al movimento e al miglioramento tende ad essere cosa buona.
lunedì 14 novembre 2011
Minoranze?
La questione del vittimismo occidentale apre una pletora di questioni tipicamente progressiste ed ottuse al punto del ridicolo. In particolare quando una parte sconnessa ed imprecisata di politici, enti e cittadini lancia un generico e pubblico appello in difesa di un “gruppo”: siano le donne, i gay, gli immigrati – in sostanza, le minoranze. Anche qui siamo al punto in cui battaglie sociali del passato, che senza dubbio avevano una profonda ragion d’essere cento anni fa, dopo aver raggiunto i traguardi prefissati hanno deciso di mantenere vita propria e continuare una battaglia all’infinito senza più alcun traguardo, per il puro gusto della battaglia e il fine malcelato di mantenere un potere e accrescere benefici di parte.
Anche qui ci sono caste e organizzazioni che prosperano sulla divisione tra maggioranze e minoranze, e hanno tutta la convenienza a mantenere acceso un preteso conflitto che giustifichi la loro stessa esistenza. Questi gruppi prosperano sul fatto che le minoranze siano deboli, e fanno il possibile affinché esse lo siano o continuino a credere di esserlo. Ancora peggio e più insultante per l’intelligenza delle persone, esse si elevano ad arbitri non richiesti delle discussioni e dei processi sociali, volendo giudicare dal predellino della loro superiorità morale fatti e situazioni che ormai dovrebbero essere riguardare i soli cittadini nei loro normali rapporti – suggerendo l’idea che i cittadini non siano capaci di far valere i propri diritti da soli, ma abbiano bisogno di essere imboccati.
Dopo questa descrizione mi accorgo che un’altra casta salta immediatamente agli occhi, ed è quella dei sindacati: essi hanno portato questo principio del vittimismo e della minoranza debole all’eccesso più sofisticato: partendo dalla missione originaria di aiutare i lavoratori a guadagnare di più, sono arrivati a quella di farli lavorare il meno possibile, accettando l’idea subdola che il lavoro sia una sorta di maledizione e che il benessere dei lavoratori non sia da essi stessi costruibile, ma vada strappato a chi offre loro il lavoro. Offendendo così l’intelligenza dei lavoratori (o assecondando l’opportunismo di alcuni di essi), e impedendo di fatto ogni flessibilità a chi ha invece voglia di lavorare senza riconoscersi negli schemi del sindacato.
Anche qui ci sono caste e organizzazioni che prosperano sulla divisione tra maggioranze e minoranze, e hanno tutta la convenienza a mantenere acceso un preteso conflitto che giustifichi la loro stessa esistenza. Questi gruppi prosperano sul fatto che le minoranze siano deboli, e fanno il possibile affinché esse lo siano o continuino a credere di esserlo. Ancora peggio e più insultante per l’intelligenza delle persone, esse si elevano ad arbitri non richiesti delle discussioni e dei processi sociali, volendo giudicare dal predellino della loro superiorità morale fatti e situazioni che ormai dovrebbero essere riguardare i soli cittadini nei loro normali rapporti – suggerendo l’idea che i cittadini non siano capaci di far valere i propri diritti da soli, ma abbiano bisogno di essere imboccati.
Dopo questa descrizione mi accorgo che un’altra casta salta immediatamente agli occhi, ed è quella dei sindacati: essi hanno portato questo principio del vittimismo e della minoranza debole all’eccesso più sofisticato: partendo dalla missione originaria di aiutare i lavoratori a guadagnare di più, sono arrivati a quella di farli lavorare il meno possibile, accettando l’idea subdola che il lavoro sia una sorta di maledizione e che il benessere dei lavoratori non sia da essi stessi costruibile, ma vada strappato a chi offre loro il lavoro. Offendendo così l’intelligenza dei lavoratori (o assecondando l’opportunismo di alcuni di essi), e impedendo di fatto ogni flessibilità a chi ha invece voglia di lavorare senza riconoscersi negli schemi del sindacato.
giovedì 10 novembre 2011
Sapienza, 7-21

Tutto ciò che è nascosto e ciò che è palese io lo so,
poiché mi ha istruito la sapienza,
artefice di tutte le cose.
In essa c'è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
mobile, penetrante, senza macchia,
terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,
libero, benefico, amico dell'uomo,
stabile, sicuro, senz'affanni,
onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti
intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
È un'emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente,
per questo nulla di contaminato in essa s'infiltra.
È un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell'attività di Dio
e un'immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza.
Essa in realtà è più bella del sole
e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore;
a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere.
Essa si estende da un confine all'altro con forza,
governa con bontà eccellente ogni cosa.
lunedì 7 novembre 2011
Vittime
Una delle peggiori piaghe che azzoppano l’Italia e l’Occidente si chiama “sindrome da vittima”, o più incorrettamente vittimismo. Il vittimismo non è una sindrome, una malattia, ma una scelta consapevole: si decide razionalmente di essere vittime, deboli, indifesi, minoranze, nell’aspettativa di ricevere aiuto, protezione, sussidi, senza necessariamente meritarli, ma traendo vantaggio dal principio cristiano diffusamente presente nelle democrazie occidentali che i deboli vadano sempre aiutati. Questo vittimismo razionale e opportunista è tuttavia degenerato nell’Occidente fino ad assumere l’aspetto di una malattia, una sindrome: e cioè ci scopriamo tutti vittime, sempre, quasi ingenuamente, e cioè senza compiere una razionale scelta vittimistica, ma perché siamo così abituati alla dicotomia ricchi / poveri, sfruttatori / sfruttati, potenti / deboli – diverse categorizzazioni, ma che alla fine sempre coincidono – che ci collochiamo naturalmente nella veste della parte debole, sfruttata, impotente, e strilliamo al delitto come bambini capricciosi aspettandoci che qualche miracolosa mano paterna ci aiuti. Cosa che ovviamente non succede mai, confermandoci nell’idea che i potenti rimangono ricchi e sfruttatori, e si disinteressano di noi poveri, onesti, giusti – peraltro gratificandoci più o meno inconsciamente della nostra superiorità morale di poveracci assetati di giustizia.
Questa debolezza, piagnisteria dell’Italia e dell’Occidente, è inaccettabile: sempre pronti a scendere in piazza, a scioperare, a gridare ai quattro venti, a scrivere articoli di fuoco, ma mai a fare qualcosa di concreto, mai a prendere le cose nelle proprie mani, mai a cercare di rompere il paradigma ricchi / poveri, potenti / deboli. Vuoi essere potente, vuoi essere tu a fare le scelte giuste che nessuno fa? Diventa potente, ma non aspettarti che il potere ti venga affidato dall’alto, ti venga investito come un re investiva vassalli e cavalieri: fai tu qualcosa, datti da fare, costruisci il tuo potere ed afferralo con le tue capacità. Se non ne sei capace, non lamentarti e non piangere, ma condanna solamente te stesso! Se hai dei diritti che ritieni calpestati, combatti per farli valere, non lanciare inutili accuse e sterili contestazioni. Accetta e chiedi l’aiuto degli altri, ma agisci per conto tuo, come se l’aiuto degli altri non ci fosse, e tutto quello che riceverai sarà in più.
E’ facile assumere che il mondo sia sempre guidato e manovrato da vecchie caste di ricchi e potenti, e in parte è così, ma la bellezza del nostro mondo è la possibilità di affrancarsi da simili schemi in base al merito individuale. L’esperienza dimostra che molti ricchi sono anche pigri, lenti e viziati, e tendono inesorabilmente a trascinare nel baratro la propria fortuna, mentre molti poveri hanno l’entusiasmo e la perseveranza per raggiungere grandi risultati. Coraggio, leadership, duro lavoro: da queste cose si distinguono le persone di valore, che generalmente ricevono grosse batoste dalla vita e dal lavoro, ma non per questo si siedono e piangono, anzi ne traggono motivo per rimboccarsi ulteriormente le maniche e andare all’attacco del problema. E forse la vera felicità nella vita si trova nel viaggio, nel remare e navigare nelle avversità andando sempre più avanti, piuttosto che stare fermi e seduti a lamentarci.
Questa debolezza, piagnisteria dell’Italia e dell’Occidente, è inaccettabile: sempre pronti a scendere in piazza, a scioperare, a gridare ai quattro venti, a scrivere articoli di fuoco, ma mai a fare qualcosa di concreto, mai a prendere le cose nelle proprie mani, mai a cercare di rompere il paradigma ricchi / poveri, potenti / deboli. Vuoi essere potente, vuoi essere tu a fare le scelte giuste che nessuno fa? Diventa potente, ma non aspettarti che il potere ti venga affidato dall’alto, ti venga investito come un re investiva vassalli e cavalieri: fai tu qualcosa, datti da fare, costruisci il tuo potere ed afferralo con le tue capacità. Se non ne sei capace, non lamentarti e non piangere, ma condanna solamente te stesso! Se hai dei diritti che ritieni calpestati, combatti per farli valere, non lanciare inutili accuse e sterili contestazioni. Accetta e chiedi l’aiuto degli altri, ma agisci per conto tuo, come se l’aiuto degli altri non ci fosse, e tutto quello che riceverai sarà in più.
E’ facile assumere che il mondo sia sempre guidato e manovrato da vecchie caste di ricchi e potenti, e in parte è così, ma la bellezza del nostro mondo è la possibilità di affrancarsi da simili schemi in base al merito individuale. L’esperienza dimostra che molti ricchi sono anche pigri, lenti e viziati, e tendono inesorabilmente a trascinare nel baratro la propria fortuna, mentre molti poveri hanno l’entusiasmo e la perseveranza per raggiungere grandi risultati. Coraggio, leadership, duro lavoro: da queste cose si distinguono le persone di valore, che generalmente ricevono grosse batoste dalla vita e dal lavoro, ma non per questo si siedono e piangono, anzi ne traggono motivo per rimboccarsi ulteriormente le maniche e andare all’attacco del problema. E forse la vera felicità nella vita si trova nel viaggio, nel remare e navigare nelle avversità andando sempre più avanti, piuttosto che stare fermi e seduti a lamentarci.
martedì 1 novembre 2011
Tolleranza zero
In molti si affannano di questi tempi a ricercare le malattie dello spirito e della società: mi ci metto anch'io, e una delle più subdole e pervasive che scopro è la tolleranza. Essa è millantata come virtù, come dovere e sforzo civico, come medicina necessaria per la società multiculturale. Qualcuno si è però soffermato a riflettere sul senso e le implicazioni della tolleranza?
Tolleranza significa riconoscere qualcosa che non condividiamo, con cui non andiamo d’accordo, e tuttavia non fare nulla per cambiarlo. Vuol dire fermare consapevolmente l’azione che il nostro cuore o la nostra mente ci avrebbero altrimenti imposto di fare. Tolleranza non ha niente a che vedere con il rispetto, che è il riconoscimento della sacralità della vita umana e la tutela della sua dignità. Tu puoi rispettare le persone, ma non necessariamente condividere o “tollerare” le loro azioni od opinioni. Esiste il dialogo, il dibattito, il confronto onesto e aperto su posizioni differenti: un processo che porta al chiarimento e forse alla verità. Un processo che è ostacolato o annullato dalla pretesa tolleranza, che è appunto “negativa”, perché nega l’azione e la discussione. Non abbiamo forse scelto di vivere in democrazia per esercitare diritti di opinione e di associazione? La tolleranza è nei fatti anti-democratica.
Tolleranza non è nemmeno sinonimo di sopportazione. "Sopportare" vuol dire compiere uno sforzo personale che è però finalizzato ad un obiettivo positivo: si sopportano le critiche, si sopportano i disagi, si sopportano le difficoltà - e in questo processo si migliora se stessi, si progredisce nel lavoro e nella vita, si raggiungono risultati. Tolleranza vuol dire compiere uno sforzo che non ha una finalità, o meglio con l'unica finalità che nulla accada o cambi.
Tolleranza che è intrinsecamente portatrice di un senso di superiorità: è il superiore che può (e “dovrebbe”, secondo le visioni correnti) tollerare l’inferiore, se possibile evitandolo e ignorandolo. Noi tolleriamo i piccioni, le formiche, che ci sono inferiori e ci danno fastidio. I genitori tollerano le marachelle e la vivacità del bambino. In base a tale principio di pretesa superiorità, le maggioranze sociali dovrebbero tollerare le turbolenze delle minoranze, in una sorta di “non ti curar di lor, ma guarda e passa” moderno, che ben poco ha di utilità sociale, se non proteggere l’indifferenza e l’isolamento civico. Nell’esempio precedente i genitori, tuttavia, si sforzano di correggere il comportamento del bambino, ed egli viene punito per le sue marachelle (o almeno così si spererebbe) – non viene lasciato libero di compierne altre.
Come non vedere uno straordinario conflitto d'interesse? La tolleranza dei cittadini è soprattutto la scusa per l’inazione dei politici. I politici vogliono dei cittadini tolleranti, così che i primi non debbano sforzarsi a far rispettare l'ordine e le leggi, a gestire i conflitti sociali; e se un cittadino invoca queste cose, i politici liquidano il tutto come intolleranza.
La tolleranza è anche comoda e codarda: impedendoci di prendere posizione, ci consente di non esporci in prima persona. E’ facile girare la faccia dall’altra parte quando succede qualcosa che non ci piace, e fare finta di niente. Pensa a comportamenti antisociali (scritte sui muri, maleducazione giovanile), offese al senso religioso nel cinema e nell’arte, e soprattutto la convivenza con persone extra-comuntarie che spesso involontariamente offendono la sensibilità locale proprio perché non conoscono la nostra civiltà e le nostre usanze (e che nessuno mai insegnerà loro, se seguiamo la legge della tolleranza). Più difficile è far valere i propri diritti, correggere comportamenti negativi altrui, mettersi in gioco e combattere per qualcosa in cui si crede. Per questo Chesterton dice saggiamente che la tolleranza è la virtù di un uomo senza convinzioni.
Il contrario di tolleranza, intesa come "sforzo per non fare qualcosa", non è intolleranza - parola che ha raggiunto connotazioni di significato iperboliche e sproporzionate. Il contrario di tolleranza è "reazione", sforzo per cambiare. Tradotto in termini squisitamente democratici, pura e semplice discussione.
Tolleranza significa riconoscere qualcosa che non condividiamo, con cui non andiamo d’accordo, e tuttavia non fare nulla per cambiarlo. Vuol dire fermare consapevolmente l’azione che il nostro cuore o la nostra mente ci avrebbero altrimenti imposto di fare. Tolleranza non ha niente a che vedere con il rispetto, che è il riconoscimento della sacralità della vita umana e la tutela della sua dignità. Tu puoi rispettare le persone, ma non necessariamente condividere o “tollerare” le loro azioni od opinioni. Esiste il dialogo, il dibattito, il confronto onesto e aperto su posizioni differenti: un processo che porta al chiarimento e forse alla verità. Un processo che è ostacolato o annullato dalla pretesa tolleranza, che è appunto “negativa”, perché nega l’azione e la discussione. Non abbiamo forse scelto di vivere in democrazia per esercitare diritti di opinione e di associazione? La tolleranza è nei fatti anti-democratica.
Tolleranza non è nemmeno sinonimo di sopportazione. "Sopportare" vuol dire compiere uno sforzo personale che è però finalizzato ad un obiettivo positivo: si sopportano le critiche, si sopportano i disagi, si sopportano le difficoltà - e in questo processo si migliora se stessi, si progredisce nel lavoro e nella vita, si raggiungono risultati. Tolleranza vuol dire compiere uno sforzo che non ha una finalità, o meglio con l'unica finalità che nulla accada o cambi.
Tolleranza che è intrinsecamente portatrice di un senso di superiorità: è il superiore che può (e “dovrebbe”, secondo le visioni correnti) tollerare l’inferiore, se possibile evitandolo e ignorandolo. Noi tolleriamo i piccioni, le formiche, che ci sono inferiori e ci danno fastidio. I genitori tollerano le marachelle e la vivacità del bambino. In base a tale principio di pretesa superiorità, le maggioranze sociali dovrebbero tollerare le turbolenze delle minoranze, in una sorta di “non ti curar di lor, ma guarda e passa” moderno, che ben poco ha di utilità sociale, se non proteggere l’indifferenza e l’isolamento civico. Nell’esempio precedente i genitori, tuttavia, si sforzano di correggere il comportamento del bambino, ed egli viene punito per le sue marachelle (o almeno così si spererebbe) – non viene lasciato libero di compierne altre.
Come non vedere uno straordinario conflitto d'interesse? La tolleranza dei cittadini è soprattutto la scusa per l’inazione dei politici. I politici vogliono dei cittadini tolleranti, così che i primi non debbano sforzarsi a far rispettare l'ordine e le leggi, a gestire i conflitti sociali; e se un cittadino invoca queste cose, i politici liquidano il tutto come intolleranza.
La tolleranza è anche comoda e codarda: impedendoci di prendere posizione, ci consente di non esporci in prima persona. E’ facile girare la faccia dall’altra parte quando succede qualcosa che non ci piace, e fare finta di niente. Pensa a comportamenti antisociali (scritte sui muri, maleducazione giovanile), offese al senso religioso nel cinema e nell’arte, e soprattutto la convivenza con persone extra-comuntarie che spesso involontariamente offendono la sensibilità locale proprio perché non conoscono la nostra civiltà e le nostre usanze (e che nessuno mai insegnerà loro, se seguiamo la legge della tolleranza). Più difficile è far valere i propri diritti, correggere comportamenti negativi altrui, mettersi in gioco e combattere per qualcosa in cui si crede. Per questo Chesterton dice saggiamente che la tolleranza è la virtù di un uomo senza convinzioni.
Il contrario di tolleranza, intesa come "sforzo per non fare qualcosa", non è intolleranza - parola che ha raggiunto connotazioni di significato iperboliche e sproporzionate. Il contrario di tolleranza è "reazione", sforzo per cambiare. Tradotto in termini squisitamente democratici, pura e semplice discussione.
lunedì 24 ottobre 2011
Bellezza

Tra le risorse che cominciano a scarseggiare in questo mondo, una molto particolare è la bellezza.
La bellezza non è affatto cosa soggettiva, è anzi universale e riconoscibile. La bellezza muove l'anima in senso positivo, trasmette serenità ed energia. Essa nasce dalle virtù di un oggetto che si riflettono nell'interiorità dell'osservatore. Cos'è bello? Ciò che è semplice e incontaminato, come la natura. Le cose pulite, ordinate, fatte bene. E' bello ciò che è stabile, solido, che ha un'aspirazione di eternità. E' bello ciò che è piccolo, fragile, debole, impotente - come i cuccioli degli uomini e degli animali. E' bello ciò che cresce, che ha vita, perché è qualcosa che ci riguarda ed ha un’anticipazione di futuro. E’ bello ciò che è completo, armonico, stabile, perché pacifica e distende l’animo. E’ bello ciò che richiede sacrificio, sforzo, concentrazione, perché merita considerazione. L'immobilismo, la staticità, la trascuratezza, la pigrizia, la confusione, la disarmonia: nulla di tutto questo è bello.
Come non riconoscere a questo punto la bellezza come tratto comune e sottostante di numerose idee alte e grandi? La bellezza nelle giustizia: cosa talmente ardua, scintillante e immortale, facilmente negata. La bellezza nell’ordine: così difficile da mantere, così innaturale nell’entropia del mondo, ma utile e favorevole alla vita umana. La bellezza nella verità: niente di più completo, giusto, perfetto, e tuttavia così spesso irrisa e sbeffeggiata. La bellezza nella modestia, nell’umiltà, nella purezza, nel digiuno.
La bellezza somiglia molto ad un tratto magico e rinfrancante, ad un profumo divino nello spirito delle cose.
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